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Emorragia di posti nell'industria. Picco di Cig

Secondo dati Istat sono stati persi 14mila posti di lavoro nelle grandi imprese italiane che hanno registrato un calo dell'occupazione dello 0,7%. Il ricorso alla cig è del resto aumentato sensibilmente nell'ultimo mese (+2,9 ore ogni mille) • Confindustria al Governo: servono manovre urgenti
ROMA - Quattordici mila posti in meno a distanza di un anno. Sono quelli persi dalle grandi imprese italiane che a febbraio hanno registrato un calo dell'occupazione dello 0,7%. Tutto attribuibile all'industria, che ha perso da febbraio 2004 a febbraio 2005 il 2% della forza lavoro, pari a 15.000 posti. Ben poco compensati dall'andamento tradizionalmente positivo, questa volta contenuto, dei servizi, che, con un incremento dello 0,1%, hanno contato solo 1.000 occupati in più.
I risultati al lordo della cassa integrazione diffusi dall'Istat peggiorano al netto (-1% il calo complessivo, -2,7% quello dell'industria). Il ricorso alla cig è del resto aumentato sensibilmente nel mese (+2,9 ore ogni mille lavorate), correndo nelle grandi imprese dell'industria (+8,9 ore ogni mille), e in particolare nell'industria dell'auto, con ritmi che non si vedevano da aprile 2004.
L'emorragia di posti di lavoro è stata più evidente nelle attività manifatturiere, dove il calo è stato in un anno del 2,2%. E tra i vari comparti, a soffrire sono soprattutto le industrie alimentari, con un netto calo del 6%, e quelle tessili e dell'abbigliamento, segnate a febbraio da un ridimensionamento del 4,3% rispetto al 2004. Un clima testimoniato in parte anche dall'ultima indagine dell'Isae, che tra le imprese manifatturiere ha riscontrato ad aprile un calo della fiducia ai livelli minimo degli ultimi 2 anni.
L'andamento dell'occupazione è stato invece particolarmente positivo per alcuni comparti dei servizi, per gli alberghi e ristoranti (+5,9%) e per il commercio (+3,2%).
La forbice tra industria e servizi è, secondo il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, la «conferma» della «metamorfosi in corso nel sistema produttivo nella direzione di una crescente economia terziaria». Nessun allarme quindi, anche se l'Italia, spiega Sacconi, sconta la concorrenza «sleale» proveniente dall'Asia. Più che sulle cause esterne, i sindacati e la Confesercenti, ben più allarmati, puntano invece il dito su motivazioni tutte nazionali, sull'assenza di politiche e risorse ad hoc. La Cgil vede in quella attuale «la crisi più grave dal dopoguerra», di fronte alla quale, spiega Marigia Maulucci, segretario confederale, servirebbe «una netta inversione di tendenza». Tuttavia «non si intravedono nè la volontà politica, nè gli strumenti, nè meno che mai le risorse necessarie». Raffaele Bonanni della Cisl pone l'accento sulla crisi dei settori «storici del made in Italy», mentre per Paolo Pirani della Uil, il rischio è che «si consegni alla memoria la realtà storica di un Paese che aveva conosciuto uno sviluppo di grande qualità».
L'Ugl chiede d'urgenza l'attuazione dei provvedimenti sulla competitività, mentre i Consulenti del lavoro vedono solo nelle piccole e medie imprese «il futuro dell'occupazione. Il suo rilancio - affermano - può avvenire solo attraverso una maggiore sinergia tra istituzioni e operatori».

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