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Disoccupazione: è allarme europeo

Bruxelles aziona il segnale d'allarme per la brusca frenata del mercato del lavoro nell'Ue e per la lentezza delle riforme negli stati membri, che hanno messo fuori portata gli obiettivi di crescita dell'occupazione
BRUXELLES - Bruxelles aziona il segnale d'allarme per la brusca frenata del mercato del lavoro nell'Ue e per la lentezza delle riforme negli stati membri, che hanno messo fuori portata gli obiettivi di crescita dell'occupazione alla scadenza del 2010 fissati dalla strategia di crescita economica di Lisbona.
A illustrare le gravi difficoltà occupazionali in cui si dibattono quasi tutti i paesi d'Europa, è il Rapporto congiunto sull'occupazione per il 2004/2005, che la Commissione europea adotterà mercoledì dal quale emerge che in Italia si registrano progressi, anche se servono riforme soprattutto per aumentare la produttività del lavoro e ridurre la segmentazione del mercato dell'occupazione.
- PERICOLOSA FRENATA: nel complesso «il rallentamento economico ha avuto un effetto negativo sui progressi verso gli obiettivi di lavoro dell'Ue» e gli Stati membri registrano «pochi progressi» verso i tre obiettivi più importanti: piena occupazione, miglioramento della qualità e della produttività del lavoro, rafforzamento della coesione sociale.
- OBIETTIVI OCCUPAZIONE A RISCHIO: per raggiungere un tasso di occupazione del 70% nel 2010, l'Ue «deve creare più di 22 milioni di posti di lavoro» ma, dato l'andamento attuale, ha fallito l'obiettivo intermedio 2005 e, se la tendenza non viene invertita, «è destinata a fallire anche quello finale».
«Il tasso complessivo di occupazione - osserva Bruxelles - è rimasto stagnante al 63%, e l'obiettivo di Lisbona del 70% nel 2010 sembra una sfida sempre più difficile». «Il tasso di occupazione dei lavoratori anziani, che ha raggiunto il 40% nel 2003, registra la distanza più grande da colmare nei confronti dell'obiettivo del 50% entro il 2010 - aggiunge il documento - mentre i progressi per raggiungere l'obiettivo di un tasso di occupazione femminile del 60% sono rallentati».
- CROLLA PRODUTTIVITA': secondo l'esecutivo Ue «la produttività del lavoro è crollata in maniera drammatica ed è urgente invertire questa tendenza». Inoltre «i progressi nel migliorare la qualità del lavoro sono altalenanti e le sinergie tra qualità e produttività del lavoro sono poco utilizzate».
«Mentre all'inzio degli anni '90 l'Ue aveva superato gli Usa per produttività del lavoro, fa notare Bruxelles, la situazione si è ribaltata dalla metà dei '90 e «gli Usa sono stati capaci di combinare una forte occupazione con una crescita della produttività, mentre nell'Ue l'aumento dell'occupazione si è accompagnato a un calo della produttività.
- I PIU' DEBOLI A RISCHIO: la disoccupazione di lungo periodo è tornata a riaffacciarsi, e «ci sono segnali preoccupanti di deterioramento delle prospettive di lavoro per i giovani, i meno qualificati e gli altri gruppi vulnerabili, quali i disabili, gli immigrati e le minoranze, che affrontano svantaggi maggiori, incluso il rischio di disoccupazioni».
- ITALIA AVANZA LENTAMENTE: L'Italia fa registrare un trend incoraggiante per la rapidità dei progressi nel settore dell' occupazione complessiva, di quella femminile e di quella dei lavoratori anziani, anche se resta il paese più lento in termini di produttività del lavoro. Il settore in cui invece l' Italia ha una tabella di marcia troppo lenta, secondo l' esecutivo Ue, è quello della produttività del lavoro.
In merito all'allineamento alle 12 raccomandazioni per migliorare il mercato del lavoro che l'Ue ha elaborato per l' Italia nel 2003/2004, il nostro paese fa registrare «risultati solo parziali o limitati in dieci di essi» e risultati «insufficienti» in due casi.
I risultati parziali o limitati si registrano, tra l'altro, per riduzione dei costi del lavoro, lavoro nero, immigrati, partecipazione femminile al lavoro, istruzione permanente e abbandoni scolastici. Le due aree dove il processo di riforma è insufficiente sono flessibilità, sicurezza e segmentazione del mercato del lavoro e partecipazione delle donne al lavoro.
Michele Cercone

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