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Su i tassi della Fed

La Federal Reserve non tradisce le attese. Immobile per un anno, rispetta in pieno le previsioni della vigilia e assesta il terzo rialzo consecutivo al costo del denaro portandolo - in 60 giorni - a quota 1,75%
NEW YORK - La Federal Reserve non tradisce le attese. Immobile per un anno - dalla fine di giugno del 2003 alla fine di giugno del 2004 - la Banca Centrale degli Stati Uniti rispetta in pieno le previsioni della vigilia e assesta il terzo rialzo consecutivo al costo del denaro portandolo - in sessanta giorni - a quota 1,75%.
Abbandonando la politica di tagli adottata per favorire la ripresa economica statunitense all'indomani della recessione vissuta nel 2001 il Federal Open Market Committee ha alzato di un ulteriore quarto di punto i tassi di interesse, dopo la salita dello 0,50% vissuta da giugno ad oggi capace di cancellare con un colpo di spugna quota 1%: la più bassa degli ultimi 46 anni.
A spingere la Fed verso l'ennesima stretta - lo scenario congiunturale mostrato dal Paese nelle ultime settimane soprattutto per quanto concerne il mercato del lavoro e, in maniera particolare, l'andamento dei prezzi al consumo.
Sul fronte dell'occupazione, nel mese di agosto, l'economia a stelle strisce è riuscita a creare 144.000 nuovi impieghi - più o meno in linea con le attese degli analisti - strappando il miglior risultato dallo scorso maggio. Numeri giudicati con favore dalla Fed - malgrado dall'inizio della presidenza Bush il saldo tra posti persi e creati sia in rosso di 913.000 unità - la quale, nella nota pubblicata al termine dell'incontro del Fomc (l'organo che determina la sua politica monetaria) ha evidenziato come «le condizioni del mercato del lavoro siano migliorate» seppur in modo modesto e «la crescita della produzione, dopo un rallentamento nella prima parte dell'anno dovuto alla crescita sostanziale dei prezzi energetici, abbia riguadagnato spinta». Considerazioni da leggere a fianco delle valutazioni sull'inflazione - l'altro indicatore principe adottato dalla Fed per le sue decisioni sui tassi - apparsa sotto controllo e, quindi, sostanzialmente favorevole ad un ritocco verso l'alto del costo del denaro. «Nonostante la crescita dei prezzi per l'energia, l'inflazione e le stime sull'inflazione - si legge - si sono attenuate negli ultimi mesi».
Il Federal Open Market Committee - prosegue il comunicato - «percepisce come bilanciati, per i prossimi trimestri, i rischi per il raggiungimento di una crescita sostenibile e la stabilità dei prezzi». Pertanto «con una inflazione attesa a livelli relativamente bassi , il Fomc crede che la propria politica accomodante possa essere rimossa ad un passo misurato anche se - conclude la nota - la Commissione risponderà ai cambiamenti nei prospettive economiche in modo da rispettare il proprio obbligo di mantenere la stabilità dei prezzi». Nel mese di agosto - come annunciato la scorsa settimana - questi sono risultati in crescita dello 0,1% (lo stesso "core rate", l'indice depurato da alimentari ed energetici è avanzato dello 0,1%) mentre su base annua, l'indice generale dei prezzi al consumo è aumentato del 2,7% ad agosto, contro il progresso del 3% di luglio (sempre su base annua, il "core rate" è cresciuto dell' 1,7% contro l'1,8% di luglio) mostrando come il problema inflazione sia ampiamente sotto i livelli di guardia e in linea con le riflessioni compiute dal presidente della Fed, Alan Greenspan, nella sua recente audizione presso la Commissione Bilancio della Camera, nel corso della quale - due settimane fa - aveva osservato come «nonostante la salita dei prezzi per il greggio l'inflazione» sia sostanzialmente piatta.
Archiviato il terzo balzo consecutivo del costo del denaro - ("la Commissione crede che anche dopo questa azione la politica monetaria rimanga accomodante e, accoppiata ad una crescita robusta della produzione sufficiente a sostenete l'attività economica") l'attenzione si sposta - da domani - sulle prossime mosse della Federal Reserve la quale ha elevato i tassi a sole sei settimane dalle elezioni presidenziali del prossimo 2 novembre.
Comportamento - solitamente sgradito dal presidente in carica - che potrebbe invece aiutare la corsa alla Casa Bianca di George W. Bush. Il rialzo dei tassi, infatti, appare legato ad una valutazione positiva dell'economia e quindi, implicitamente, dell'operato dell'Amministrazione di Washington.
Nei prossimi mesi, a giudizio degli analisti, la Federal reserve è attesa ad agire ancora sui tassi portandoli a quota 2%: difficile, però, capire se all'incontro del Federal Open Market Committee in programma il 10 novembre - subito dopo le elezioni - o a quello del 14 dicembre, in piena stagione degli acquisti natalizi.
Gianluca Angelini

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