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Nuova impennata per l'«oro nero»

Le quotazioni del petrolio hanno ripreso a correre su entrambe le sponde dell'Atlantico; colpo di grazia arrivato con i sabotaggi in Iraq. A New York nuovo massimo storico di 44,49 dollari
ROMA - E' stata solo una schiarita passeggera il debole calo del prezzo del petrolio registrato ieri sera. La doccia fredda arrivata dalla Yukos, che non potrà usare i propri conti correnti per finanziare l'attività corrente, ha infatti di nuovo infiammato i mercati. Le quotazioni hanno così ripreso a correre senza tregua su entrambe le sponde dell'Atlantico, facendo segnare nuovi record e lasciando ipotizzare a qualcuno, per la fine dell'anno quando la domanda crescerà ancora con l'avvio dei riscaldamenti nelle case, l'arrivo a quota 50 dollari. Uno scenario che equivarrebbe a un terremoto per la debole ripresa economica avviata in Europa e che induce la Commissione Ue a lavorare per un approccio comune sulla questione della sicurezza dei rifornimenti energetici.
Le quotazioni, sulle quali oggi hanno inciso anche i nuovi sabotaggi in Iraq, sono salite oggi a New York fino al nuovo massimo storico di 44,49 dollari, per poi ripiegare leggermente in chiusura a 44,40, mentre a Londra il Brent ha addirittura superato per la prima volta quota 41 dollari, arrivando a 41,30. La giornata, tuttavia, era cominciata sotto auspici migliori di quelli di ieri, con il petrolio americano sotto i 43 dollari e quello europeo in crescita, ma sotto i massimi di ieri.
Le notizie arrivate da Mosca, poi, hanno gelato i mercati. Il governo russo, infatti, ha revocato il permesso per l'utilizzo dei conti correnti bancari per l'attività corrente del colosso petrolifero: si trattava di un attestato illegale, hanno spiegato, e pertanto tutte le risorse finanziarie della società verranno sequestrate dagli ufficiali giudiziari e trasferite nelle casse dello Stato per il pagamento delle tasse arretrate. Un vero e proprio fulmine a ciel sereno per i mercati, che appena ieri avevano respirato dopo l'annuncio di quello che si è rivelato un 'falso' permesso, che lasciava pensare a una regolare esportazione di greggio dalla Russia. Il colpo di grazia, è arrivato quindi con i nuovi sabotaggi in Iraq, una eventualità che i mercati temono praticamente ogni giorno. Oggi è stato di nuovo attaccato l'oleodotto tra Kirkuk e il porto turco di Ceyhan, già preso di mira martedì scorso. I prezzi, così, hanno ripreso a correre e non sono mancate le previsioni ancora più nere per l'immediato futuro. Il petrolio, infatti, potrebbe arrivare anche a 50 dollari al barile a fine anno, spinto dalla domanda per il riscaldamento nei mesi invernali. Negli ultimi due-tre mesi dell'anno, infatti, la domanda sale in tutto il mondo perchè le raffinerie aumentano la produzione di gasolio e degli altri combustibili usati per riscaldare le abitazioni nell'emisfero nord. «E' improbabile che i rifornimenti possano tenere il passo con l'innalzamento della domanda nell'ultimo trimestre dell'anno e, se non ci saranno scorte a sufficienza, sarà l'aumento dei prezzi a contenere la richiesta», dice Kevin Norrish, analista di Barclays Capital. Ma prima dell'autunno c'è un altro appuntamento che preoccupa fortemente i mercati. E' il referendum revocatorio del mandato del presidente del Venezuela Hugo Chavez, in programma per il giorno di Ferragosto. La crisi politica che potrebbe venirsi a determinare, infatti, avrebbe conseguenze imprevedibili anche sull'attività della compagnia petrolifera nazionale, aggiungendo incertezze a un settore già fortemente sotto pressione.
Tutti scenari, questi, che mettono i brividi alle autorità europee, alle prese con una crescita economica che impallidisce di fronte a quelle di Cina e Stati Uniti. Per questo la Commissaria Ue all'Energia e ai Trasporti, Loyola De Palacio, ha sollecitato un «approccio comune europeo sulla questione della sicurezza dei rifornimenti energetici». Per questo, a giudizio di De Palacio, sarà necessario ritornare sulle proposte avanzate dalla Commissione nel 2002 sul rafforzamento del sistema europeo di stoccaggio di sicurezza e sulle misure di crisi, per dare all'Unione i mezzi per «reagire coerentemente e in modo credibile nel caso di una crisi dei rifornimenti».

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