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Ocse, l'economia italiana langue

Tra i paesi dell'euro sono l'Italia e la Germania che rischiano di più se non attuano sfide difficili di tagli alle spese. L'economia globale trainata da Usa e Asia
ROMA - Economia mondiale a due velocità: la ripresa globale è ormai forte e sostenibile, ma trainata soprattutto da Stati Uniti e Asia, mentre Eurolandia resta al palo, con una crescita tuttora solo «anemica». E tra tutti i partner del club dell'euro, l'Italia, assieme alla Germania, è il paese cui spettano le sfide più difficili. In primis quella di dare una nuova sforbiciata alla spesa pubblica per contenere un deficit che quest'anno sforerà il 3% e il prossimo si avvicinerà addirittura al 4%. In secondo luogo la necessità controllare il debito e di correggere rapidamente le smagliature nei sistemi di corporate governance per evitare che le conseguenze di scandali come quelli Parmalat e Cirio si traducano in un rischio di credit crunch.
Questo il verdetto sulla congiuntura mondiale espresso dall'Ocse nel suo ultimo Economic Outlook secondo il quale l'economia dei paesi Ocse viaggerà quest'anno ad un ritmo del 3,4% (3,3% il prossimo), quella degli Usa al 4,7% (3,7%), quella del Giappone al 3% (2,8%) e quella dell'Eurozona all'1,6% (2,4%). Un'economia sostanzialmente solida, dunque, sullo sfondo della quale, tuttavia appaiono ancora alcuni aspetti di tensione e vulnerabilità: prezzi del petrolio, premi di rischio sulle obbligazionari a livelli ormai bassissimi che potrebbero produrre choc sui mercati dei bond, squilibri esterni e di bilancio e prezzi delle case elevatissimi.
Di fronte a questo mondo a due velocità, a giudizio dell'Ocse, sarebbe utile che, a breve, gli Stati Uniti iniziassero a pensare a ridare una stretta ai cordoni monetari e, al contrario, la Bce ipotizzasse un abbassamento dei tassi di interesse, «giustificato», secondo gli economisti di Parigi, soprattutto perché, con le tensioni inflazionistiche ormai contenute, servirebbe a ridare fiato alla debole crescita. Altro must fondamentale, valido un po' per tutti, è quello di tener fede agli impegni di rigore accelerando il consolidamento dei bilanci pubblici fuori controllo e di attuare le riforme strutturali.
Sulle prospettive dell'anello debole della catena, Eurolandia, pesano al momento anche le conseguenze del supereuro: un ulteriore rafforzamento del tasso di cambio e il persistere della bassa fiducia delle famiglie potrebbe infatti ostacolare la ripresa. Tra i principali paesi quelli cui spettano le «sfide più difficili» ci sono Germania e Italia. L'Italia, in particolare, riuscirà quest'anno a mantenere il proprio livello di deficit ben al di sotto di quello dei propri partner (3,1% contro il 3,7% della Germania e il 3,8% della Francia), ma sforerà comunque il tetto previsto dai parametri europei così come quello fissato dal Governo (2,9%). Il prossimo anno, invece, il disavanzo italiano rischia di volare verso il 4%. Una prospettiva che ha fatto lanciare all'Ocse un avvertimento: «sono necessarie nuove misure di restrizione di bilancio». L'Italia, del resto, è tra i grandi partner dell'euro anche quello che - secondo l'Ocse - ha risentito di più del rafforzamento dell'euro perdendo competitività e fette di mercato all'estero. E anche in termini di congiuntura è messa peggio: quest'anno l'economia avanzerà solo ad un passo dello 0,9% (+1,1% in Germania e +2% in Francia), inferiore all'1,2% atteso dal Governo, e nel 2005 il Pil si attesterà al +1,9% (contro il +2,1% della Germania e il +2,6% della Francia). Ma se il capo economista dell'organizzazione internazionale Jean-Philippe Cotis ha comunque espresso ottimismo per il futuro dell'Italia «che dovrebbe rafforzare il suo tasso di crescita nei prossimi mesi», l'Ocse non nega che dei rischi a questo scenario ci sono. E parla delle possibili conseguenze dei problemi di governance (pur senza citare espressamente Parmalat e Cirio) e di quello del debito pubblico. Tra i fattori positivi, utili per dare un impulso a competitività e crescita, invece, l'Ocse è convinta che l'Italia potrà contare sulla maggiore flessibilità del mercato del lavoro.

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