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«Ilva, servono tre miliardi o l’azienda è spacciata» Non passa emendamento indotto

«Ilva, servono tre miliardi o l’azienda è spacciata» Non passa emendamento indotto
di Alessandra Flavetta

ROMA - «Per l’Ilva servono 3 miliardi o l’azienda è spacciata». Va giù duro il presidente di Feracciai, Antonio Gozzi, intervenendo al convegno della Fiom che, sull’onda della conferenza sul clima di Parigi, cerca la strada «Per una siderurgia pulita, dal declino allo sviluppo», invitando al dibattito tutti gli attori. Governo compreso, che invece è risultato assente.Per Gozzi, che è sempre stato contrario all’amministrazione straordinaria attuata dal governo, tra piano ambientale, manutenzioni e recupero di competitività, è necessaria «una magnitudo di tre miliardi», ma a suo avviso è difficile che ci sia una cordata italiana o straniera interessata a sostenere un investimento di questo tipo. L’Aia, infatti, sarebbe troppo stringente rispetto alle norme degli altri Paesi e l’unico in grado di intervenire sarebbe il governo, tramite Cassa Deposito e Prestiti. Un punto, quest’ultimo, su cui Gozzi e il leader della Fiom, Maurizio Landini, sono pienamente d’accordo. «Noi continuiamo a pensare - dice Landini - che ci  sia bisogno di un ruolo del pubblico, non solo un’idea di  privatizzazione. Sia per garantire la qualità degli  investimenti che devono essere fatti sia per garantire una  prospettiva, per non svendere, per non trovarci di fronte  anche a problemi occupazionali o a ridimensionamenti molto  seri. L’unica ipotesi, secondo il numero uno di Federacciai è che si colga la norma prevista dall’ultimo decreto Ilva, in base al quale chi propone un piano industriale può chiedere una modifica dell’Aia.

Landini, invece, considera l’ultimo decreto Ilva un passo indietro del governo, che una volta bloccati in Svizzera gli 1,2 miliardi per evasione fiscale sequestrati ai Riva, soldi che dovevano essere utilizzati per l’ambientalizzazione, rischia di dover cedere l’impianto ai privati in sei mesi. Ecco perché il leader della Fiom, con i segretari di Fim e Uilm ha mandato una lettera al governo per chiedere un confronto urgente sull’Ilva e sulla politica siderurgica italiana, altrimenti promette di portare la mobilitazione sotto palazzo Chigi. Landini, infine, intende coinvolgere anche le associazioni datoriali nella battaglia contro la riduzione degli ammortizzatori sociali «perché se si rende più facile licenziare che accedere agli ammortizzatori, le aziende licenzieranno».

Dopo Rosario Rappa, ora alla segreteria nazionale, Mauro Faticanti, responsabile della siderurgia della Fiom chiarisce che rispetto al primo decreto salva Ilva «eravamo d’accordo con il principio della partecipazione pubblico-privata per il rilancio strategico dell’azienda, ma siamo contrari ad una newco con soggetti privati che rischia di regalare l’azienda risanata con fondi pubblici a un privato. Non accetteremo ridimensionamenti produttivi e del personale: Taranto è una polveriera che può esplodere», avverte.

Dalle relazioni di Riccardo Colombo di «Sbilanciamoci», Domenico Capodilupo, esperto di politiche ambientali, ed Enrico Gibellieri di «IndustriAll», la federazione europea dei sindacati dell'industria, si evince che, nelle previsioni più pessimistiche, in Europa la siderurgia perderà 350mila posti di lavoro, perché la Cina da sola produce la metà dell’acciaio del mercato globale e da due anni lo esporta a prezzi competitivi. In questa situazione di sovraccapacità produttiva, quindi, secondo Gozzi è difficile che qualcuno (anche Arcelor Mittal) possa investire 3 miliardi. Men che meno si troverebbero investitori se si convertisse lo stabilimento di Taranto al preridotto, come ipotizzato dal governatore della Puglia, Michele Emiliano, nel suo intervento al Cop 21 d Parigi sulla decarbonizzazione della regione.

Vincenzo Vestita, delegato Fiom dell’Ilva di Taranto ritiene che non sia possibile convertire totalmente l’impianto a ciclo integrale, su cui anche la gestione del Commissario Bondi ha fatto delle sperimentazioni. «Noi come Fiom non siamo contrari a nessun tipo di soluzione che riesca a contemplare produzione e ambientalizzazione, ma attualmente - sottolinea - non c’è alcun esempio nel mondo di uno stabilimento della complessità di Taranto che produca acciaio da preridotto e ci devono dimostrare la fattibilità tecnica». Ci sarà pure una ragione se su 1.650 miliardi di tonnellate di acciaio sfornate nel globo, solo 73 milioni di tonnellate sono prodotte da preridotto.

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