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di Domenico Palmiotti

TARANTO - Col decreto legge varato l’altro ieri dal Governo e già dalla serata sulla «Gazzetta Ufficiale», l’Ilva è autorizzata a proseguire la sua attività sino a dicembre 2016. Può sembrare una banalità quanto inserito al comma 7 dell’articolo 1 del nuovo provvedimento. E invece proprio una banalità non è. Perchè quel comma richiama l’articolo 3 di un altro decreto legge sull’Ilva, il numero 207 del 3 dicembre 2012.È in carica il governo Monti e, a fronte del sequestro degli impianti che aveva ordinato pochi mesi prima il gip di Taranto, Patrizia Todisco, l’esecutivo stabilisce che per un periodo di 36 mesi «Ilva spa di Taranto è immessa nel possesso dei beni dell’impresa ed è in ogni caso autorizzata alla prosecuzione dell’attività produttiva e alla commercializzazione dei prodotti». Facendo due conti e prendendo come riferimento la data del decreto 207, i 36 mesi sono scaduti. E ora, con la proroga sino a fine 2016, il governo ha voluto tutelarsi rispetto a un’eventuale ripresa dell’azione giudiziaria che avrebbe potuto mettere a rischio tutto il progetto Ilva. Il decreto numero 191 pone infatti un punto fermo: la cessione dell’azienda, oggi in amministrazione straordinaria e affidata ai commissari Gnudi, Carrubba e Laghi, dovrà avvenire entro giugno prossimo.

In verità, il ritorno dell’Ilva al mercato era previsto già da tempo. Il premier Matteo Renzi, nella conferenza del 24 dicembre 2014, quando fu varato un altro decreto sull’Ilva, lo indicò come obiettivo a cui tendere. Adesso l’accelerazione impressa da palazzo Chigi corrisponde a una serie di finalità. In primo luogo, porre rimedio alla situazione creatasi dopo il no della magistratura svizzera (Tribunale di Bellinzona) al rientro in Italia del miliardo e 200 milioni sequestrato ai Riva, fondi che sarebbero dovuti servire all’ambientalizzazione del siderurgico di Taranto. Poi assicurare, attraverso un prestito di 300 milioni, la liquidità che serve all’Ilva per fronteggiare le necessità della transizione in attesa dell’arrivo dei nuovi gestori (sarà un prestito che dovrà restituire chi subentrerà). Infine, contrastare con più efficacia l’eventuale procedura di infrazione verso l’Italia che la Ue potrebbe aprire a proposito di aiuti di Stato. Non è un mistero, infatti, che la Ue, attraverso il commissario alla Concorrenza, abbia acceso un faro sull’Ilva.

Il rischio di una procedura di infrazione non sarebbe quindi tanto remoto se si considerano la garanzia dello Stato, immessa nella legge 20 dello scorso marzo, per i primi 400 milioni di prestito, l’ulteriore garanzia, fornita sempre dallo Stato, nella legge di Stabilità per altri 800 milioni, e, infine, i 300 milioni accordati col dl di venerdì.

Invece indicando nel decreto una data di cessione dell’Ilva, il Governo lancia un messaggio rassicurante a Bruxelles e dichiara agli organi comunitari che la principale azienda italiana dell’acciaio comunque tornerà sul mercato.

Saranno gli attuali commissari dell’Ilva ad avviare nelle prossime settimane la procedura di evidenza pubblica per raccogliere le manifestazioni di interesse seguite dalle offerte. La valutazione, si apprende in ambienti Ilva, sarà fatta tenendo conto del piano industriale legato a quello ambientale. La revisione dell’Autorizzazione integrata ambientale che i nuovi soggetti potranno presentare, si afferma ancora, da un lato seguirà la procedura del Dpcm, così come avvenuto per il piano ambientale in vigore, e dall’altro sarà valutata e autorizzata dal Governo. Si dà ai nuovi soggetti la possibilità di proporre una nuova Aia - l’attuale viene intanto prorogata come conclusione da agosto a dicembre 2016 - perchè è probabile, affermano fonti Ilva, che chi gestirà l’azienda possa presentare anche una modifica, con innovazioni, del ciclo produttivo. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’Autorizzazione ambientale, oggi dimensionata sull’attuale assetto di Taranto. A proposito della cessione, orientamento è quello di mantenere l’Ilva come gruppo unitario, cioè con gli stabilimenti di Taranto, Novi Ligure e Genova Cornigliano. In quanto all’occupazione, nessuno per ora scopre le carte. Si parla di tutelare i posti di lavoro, ma non si può nemmeno escludere un esubero di qualche migliaio di unità gestito con gli ammortizzatori sociali.

Le passività, inoltre, resteranno in carico all’amministrazione straordinaria tranne, probabilmente, una parte di indebitamento - la più recente nel tempo - che rifluirà sui privati. Infine, nella «nuova» Ilva, oltre agli industriali dell’acciaio (a partire da Marcegaglia e Arvedi), ci sarà anche la Cassa Depositi e Prestiti che avrà un ruolo di minoranza a tutela dell’interesse pubblico. Non si esclude infine il coinvolgimento di fondi di investimento per la parte finanziaria.

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