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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Ilva: dopo dl a Taranto riparte altoforno 2

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(di Giacomo Rizzo)
 TARANTO – Effetti immediati per il decreto  del governo per gli impianti di tre aree della Fincantieri di Monfalcone e dell’Altoforno 2 dell’Ilva di Taranto. Dopo la pubblicazione sabato in Gazzetta Ufficialr per lo stabilimento tarantino, l’azienda ha già emesso un ordine di servizio che certifica la sospensione dello spegnimento dell’impianto e il suo graduale riavvio a pieno regime.

I provvedimenti salva-acciaio fanno discutere soprattutto a Taranto, dove è salito ad otto il numero di decreti ad hoc varati dal governo dal primo sequestro degli impianti inquinanti dell’area a caldo datato 26 luglio 2012. La produzione va salvaguardata per garantire anche le risorse necessarie all’ambientalizzazione: da questo presupposto nasce l’ennesimo intervento normativo in favore dell’Ilva.

Per martedì prossimo era previsto il compimento delle procedure per lo spegnimento dell’altoforno 2, ordinato dalla procura nell’ambito dell’inchiesta sull'incidente costato la vita al 35enne operaio Alessandro Morricella.  L'ultimo decreto ha però scongiurato la chiusura dell’impianto e l’interruzione, anche se transitoria, del ciclo produttivo.

Infatti, lo stabilimento non può marciare, per ragioni di sicurezza, con un solo altoforno e perciò era stata programmata anche la fermata dell’ultimo ancora in attività, il numero 4 (l'1 e il 5 sono in manutenzione). Dopo l’emissione dell’ordine di servizio per il riavvio dell’impianto, fonti sindacali fanno sapere che "la zona di Afo2 è sorvegliata dal personale di vigilanza per essere certi della scrupolosa applicazione del decreto legge".

Sulla questione è intervenuto il neo presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano secondo cui "non si può più andare avanti a colpi di chiusure e riaperture. E’ una via crucis insopportabile".

"Lancio un appello – ha detto – è arrivato il momento che si stabilisca un clima di fiducia e un rapporto di collaborazione leale tra magistratura e governo". E’ intervenuto anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, secondo il quale ad "essere chiamati in causa" sono anche i magistrati, i quali devono "cogliere e prevedere le conseguenze delle decisioni giudiziarie: il loro impatto sull'economia e sulla società non può più essere considerato un tabù".

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