Giovedì 18 Agosto 2022 | 05:54

In Puglia e Basilicata

il libro

«La mia Otranto respira nel Mosaico»

«La mia Otranto respira nel Mosaico»

Dopo 25 anni, La nave di Teseo ripubblica il romanzo di Cotroneo

24 Giugno 2022

Gloria Indennitate

OTRANTO - Dopo 25 anni torna Otranto di Roberto Cotroneo, ripubblicato per La nave di Teseo. Epiche pagine per celebrare le «Nozze d’argento» col suo Salento, in libreria dal prossimo 8 luglio. Editore, scrittore e fotografo, Cotroneo (origine piemontese) è uno di quei volti che ha contribuito alla nascita del cosiddetto «fenomeno Salento». E lo ha fatto utilizzando lo strumento più limpido: la Cultura. Il suo studio ha le pareti piene di libri, fino al soffitto. Ordinati per autore. Un computer, una grande scacchiera con una partita in corso, le sue macchine fotografiche Leica e i suoi Notes di Smythson che arrivano da Londra. Tutto un po’ snob? «Per che cosa? - risponde - Per le agendine dove prendo appunti? Sono abituato a questa carta azzurrina. Scrivere è un gesto intimo. Ognuno si sceglie la carta che preferisce».

Ha scritto «Otranto» in questa stanza?
«No, in un’altra casa lontana nel tempo, in uno studio molto più piccolo e stretto. Con attorno altri libri che ora sono a Lecce, all’università. Li ho donati nel 2006, erano circa tremila volumi. Non so neppure se siano consultabili. Nessuno mi ha più detto nulla. Spero non siano in qualche magazzino».
Ora «Otranto» esce nuovamente, dopo 25 anni per La nave di Teseo.
«Sono accadimenti rari. I libri nascono e si perdono nel nulla in pochissimi mesi. Ripubblicarlo mi conforta, era introvabile. È pieno di storie quel libro».
Lei ha un legame particolare con il Salento e con Otranto.
«Ormai è più un legame mentale. Purtroppo ho sempre meno tempo e non scendo praticamente mai. La prima volta che sono venuto nel Salento era il 1988. Ed era tutto diverso».
E Otranto?
«Un luogo ai margini del mare. Ti perdevi. Ti perdevi anche a Lecce. Ricordo piazza Sant’Oronzo. Non c’era niente e nessuno. Solo i contrabbandieri di sigarette in via Trinchese».


Adesso è tutto diverso.
«Adesso è tutto diverso ovunque».
Maria Corti ha scritto del suo «Otranto» che «è un arabesco perfetto, e che molte pagine sono da antologia».
«Ricordo di una volta che eravamo a pranzo in un agriturismo poco fuori Otranto. Mi ha detto che avevo capito il modo di leggere il mosaico».
E qual è il modo?
«Interpretarlo al contrario. Partendo dalla fine. Rispettando la vocazione araba del mosaico della Cattedrale. Ma ci vorrebbe un intero giornale per spiegarlo».
Un mosaico pieno di misteri, si dice.
«Si dicono un sacco di stupidaggini. Non ci sono misteri nel mosaico. Anzi è la più classica enciclopedia medievale, un bestiario. Tutto è perfettamente chiaro».

Anche il fatto che sia raffigurato Re Artù.
«Ma non è vero. La scritta Rex Arturus sul mosaico è stata aggiunta nell’Ottocento. La verità è che il mosaico ha subito restauri su restauri. Eccetto l’ultimo, quello degli anni Ottanta, tutti deleteri e distruttivi. Ma non è colpa di nessuno, allora si faceva così. Tenga conto che le tessere rimaste del mosaicista, di Prete Pantaleone, sono assai meno di quanto si creda».
Il mosaico fu risparmiato dalla furia turca nel 1480.
«Capitò che non lo distrussero. Forse non ne ebbero neppure il tempo. Siamo stati fortunati. È rimasto in uno stato decente perché la città fu quasi disabitata per secoli e nessuno ci camminava sopra. E anche quello fu un caso».
Perché torna sempre meno nel Salento?
«Perché non ho il tempo».
Lei fa lo scrittore, l’editore, il professore all’università e il fotografo. Tantissime cose.
«Sono quasi la stessa cosa, vasi comunicanti. Edito libri che vorrei scrivere io, insegno quello che imparo ogni giorno dalla letteratura. Fotografo quello che non riesco a spiegare con le parole».
E poi fa anche il musicista.
«Ma neanche per idea. Suono raramente il pianoforte. Peraltro sempre peggio. Sta nell’altra stanza a prendere polvere».

E gioca a scacchi.
«È un esercizio mentale. Ma non credo sia interessante per gli altri».
Forse lo è.
«Per il mio modo di ragionare sì. Io penso sempre alle mosse altrui, e cerco di anticiparle».
Le piace vincere?
«Vincere è di cattivo gusto. Amo i perdenti, sono più interessanti».
Peccato che lei non lo sia un perdente. Perché ha smesso di fare il critico?
«Perché faccio lo scrittore, dal 1995. Non si può essere giocatori e arbitri allo stesso tempo».
Perché, eccetto questa, non dà più interviste e ha deciso di non fare più presentazioni dei suoi libri?
«Non dei miei libri: dei miei romanzi. Dei saggi si può parlare, lì sostieni una tesi e la vai a discutere. Se scrivi un romanzo vuol dire che non hai una tesi da dimostrare. I romanzi sono macchine interpretative, rivolte ai lettori. Sono i lettori che devono parlarne. La mia sarebbe una intrusione, e anche indebita».
Non la si vede mai neppure nei talk. Non ha opinioni sulla guerra? Sulla contemporaneità? Sulla politica? Lei è stato un editorialista dell’«Espresso». Per più di dieci anni ha diretto una importante scuola di giornalismo.
«Sono più di due anni che rifiuto inviti. Mi imbarazzano molti giornalisti e scrittori, alcuni sono amici, che girano per l’Italia e non perdono un’ospitata televisiva. Dicono che è necessario per vendere i libri. È una sciocchezza, non vendono una copia in più. Serve solo al loro narcisismo. E purtroppo non hanno opinioni così interessanti. Sono tutti desolanti. Spero che prima o poi capiscano che in televisione non ci si deve andare».

Non scrive neppure per i giornali?
«Veramente scrivo per un giornale. Ma non è in territorio italiano. “Il Corriere del Ticino”, la redazione è a Lugano. Ci scrive anche De Bortoli, e nel passato Sciascia, Piero Chiara, Spadolini. Sono in buona compagnia».
Qualche anno fa ha scritto sul «Corriere della Sera» che il narcisismo è la patologia di questi anni? Si può guarire?
«Non credo. Perché il narcisismo è endemico, e purtroppo non c’è una cura. Peraltro al ridicolo ci si abitua, dopo un po’ non lo vedi più. Una mattina ti svegli e ti chiedi come ti sei ridotto a manifestare finte emozioni, a mettere in piazza il tuo privato, a mostrarti ovunque. A farti i selfie. A raccontare cose futili per attirare l’attenzione. Non è più neppure un circo. Semmai un reparto psichiatrico. E intellettuali, giornalisti e artisti ne sono il fulcro, l’asse portante».
Sono i temi di un altro suo romanzo di cui si è discusso molto Niente di personale. Uscito nel 2018. Davvero non c’era niente di personale in quel libro?
«Il personale ha senso quando è un personale collettivo. Quando gli altri si riconoscono nel tuo vissuto».
E invece?
«Invece si cerca solo di inseguire e compiacere i lettori. Si scrive soltanto per essere elogiati, per essere riconosciuti in quanto scrittori. Senza esserlo quasi mai».
Quasi mai?
«Lei ha idea della difficoltà di scrivere dei veri libri? È una fatica senza scampo. Arrivo anche a trenta, quaranta revisioni di un solo testo, i miei manoscritti sono stratificazioni di correzioni. Tutte sulla carta. E non sono mai soddisfatto fino in fondo. Eppure tutti scrivono romanzi. È un sostituto della psicoanalisi. Ma sta diventando sfinente. C’è gente che pubblica a pagamento. Altra che viene pubblicata e non vende neppure una copia. E non è un modo di dire. I libri entrano in libreria ed escono senza vendere niente. Però le presentazioni, che sono sempre di una noia mortale, non se le fa mancare nessuno».

Sembra tornato lo stroncatore che lei è stato, il celebre Mamurio Lancillotto.
«Lasci perdere. Era 35 anni fa. Avevo 26 anni. E scrivevo stupidaggini».
Torniamo a «Otranto», al romanzo. Fu un successo quando uscì per la prima volta nel 1997.
«Fu un long seller. Alla fine, tra edizione rilegata e tascabile, vendette in Italia circa 100 mila copie. All’estero non saprei dire».
In quante lingue è tradotto?
«Una decina, credo. Mi hanno appena spedito l’edizione coreana, ma non è ancora arrivata. L’ultima che ho qui è quella giapponese».
E si intitola Otranto ovunque?
«Sì, finalmente un titolo che non si deve tradurre».
Una bella pubblicità.
«Per chi?».
Per la città di Otranto.
«Otranto non ne ha certo bisogno».
Adesso che esce di nuovo questo romanzo tornerà nel Salento?
«Tornerà il libro, di sicuro, non io. Vorrei andare a Parigi per un periodo».
Quindi, solo il libro?
«E le sembra poco il libro?».
Il suo prossimo romanzo?
«Non me lo chieda neanche».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725