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Buio pesto in sala, ma il cinema è luce

Buio pesto in sala, ma il cinema è luce

Oltre la crisi, con altri film e un’idea di socialità

06 Maggio 2022

Michele Laforgia

Bisogna prendere molto sul serio la crisi del cinema. Il cinema è un elemento fondativo della cultura popolare, a volte della identità di un Paese. Sulla forza evocativa del cinema, gli Stati Uniti hanno costruito – e per certi versi reinventato – non solo la loro storia, ma anche un segmento non trascurabile della loro egemonia in Occidente, nel bene e nel male. Se oggi facciamo fatica ad accettare la logica della guerra, è anche grazie ai film dei grandi cineasti americani che hanno raccontato a un’intera generazione la tragedia del Vietnam. Forse anche per questo molti di noi non riescono a comprendere, né tanto meno a condividere, la logica cinica e oscena delle armi. Dunque, non si tratta solo di preoccuparsi – come pure è giusto – di un pezzo dell’economia che non gira e dei posti di lavoro perduti. Il cinema è una cosa seria.

Proprio per questo, non possiamo non chiederci, con altrettanta serietà, se il cinema così come lo abbiamo conosciuto, amato e frequentato nei decenni trascorsi non sia ormai condannato a un declino inarrestabile. Pochi mesi fa, un grande autore come David Cronenberg ne ha celebrato, da Matera, la scomparsa, aggiungendo che lui stesso non va più al cinema «e quando mi capita è un incubo anche solo per trovare il parcheggio». Il futuro è nello streaming, nelle piattaforme, nei film da vedere a casa, comodamente seduti in poltrona o, addirittura, sullo schermo di uno smartphone. Lo stesso Cronenberg aveva già detto a Cannes, tre anni fa, che sarebbe stato intrigante vedere Lawrence d’Arabia – uno dei film più da grande schermo della storia – su un Apple Watch. Una bestemmia, o un colpo di genio.

Ci vuole genio, infatti, per comprendere che, prima ancora della pandemia, la rivoluzione digitale ha cambiato, fra l’altro, anche il nostro modo di vedere i film. Sino a qualche anno fa nessuno avrebbe pensato di vedere un film al telefono. Il nostro sguardo, senza neppure che ce ne accorgessimo, si è ristretto, curvato su sé stesso, concentrato in pochi centimetri quadrati, frutto di un allenamento intensivo che ci fa trascorrere buona parte del nostro tempo con gli occhi incollati allo smartphone, riempiendo tutte le pause. Iperconnessi e isolati dal resto del mondo molto più che al buio di una sala cinematografica, nella quale, ineluttabilmente, ci ritroviamo sempre meno. E, sempre più spesso, buttando uno sguardo furtivo al telefono, tra una scena e l’altra.

Un grande pensatore contemporaneo dal nome complicato (Byung-Chul Han) ritiene, diversamente da Cronenberg, che sia un male. L’uomo digitale tende all’analfabetismo e alla anaffettività, rinchiuso in sé stesso e nella propria bolla virtuale, insofferente alla concentrazione e ai pensieri profondi. Cultura e democrazia, effettivamente, ne risentono. In parte, è senz’altro così anche per il cinema. E tuttavia basta girarsi intorno per rendersi conto che la moltiplicazione dell’offerta, grazie alle tv e allo streaming, non ha ridotto, ma aumentato la platea degli spettatori. Oggi non si vede meno cinema di prima, semmai si vede in un modo diverso, e, soprattutto, si vedono cose diverse. Il guaio è che ciascuno frequenta e comprende solo ciò che gli piace. E il livello complessivo, effettivamente, ne risente.

Che fare, allora? Mantenere in vita artificialmente un cadavere, non avrebbe senso. Se le sale cinematografiche sono davvero destinate a scomparire, meglio accompagnarle alla tomba che prolungarne l’agonia con cure puramente palliative. Ma siamo proprio sicuri che sia così? I dati dicono che i cinema soffrono soprattutto in Italia, non in molti Paesi europei, non negli Stati Uniti, non nel resto del mondo. Non è solo questione di tecnologia. Chiediamoci che film si fanno, in Italia, magari mettendoli a confronto con quelli che si producono a poca distanza da noi, ad esempio in Francia. E chiediamoci anche se il persistente successo dei festival e delle mostre cinematografiche non dimostri che una domanda di cinema, e persino di cinema d’autore, non solo persiste, ma pare persino in crescita. Prima di recitare il de profundis, allora, è meglio fermarsi a riflettere su quello che ci manca.

In primo luogo, in Italia sembra essersi interrotto il rapporto del cinema con la società. I nostri film sono prevalentemente finalizzati all’intrattenimento, all’evasione, alla risata o al sorriso più o meno accomodante, oppure, all’opposto, al melodramma sentimentale e familiare. Come se il pubblico fosse composto esclusivamente di dopolavoristi impegnati a trovare un passatempo, che non a caso trovano abbondantemente altrove, o a rimirarsi nello specchio. Non è sempre stato così, non è detto che debba continuare ad essere così. Qualcosa inizia a cambiare, negli ultimi tempi, grazie a una leva di giovani produttori, autori, tecnici, attori, di grande valore. C’è da essere meno pessimisti, per il futuro.

Una seconda osservazione riguarda il cinema come luogo fisico. Le multisale, in passato, hanno elevato il livello qualitativo e tecnologico dei nostri cinema, ma hanno contribuito a uccidere – anche grazie alle politiche non sempre lungimiranti della distribuzione – le sale di prossimità, di quartiere, dei centri urbani. Nel tempo, sono diventate sempre più non-luoghi, anonimi e poco attrattivi, in cui finisce per mancare proprio quel principio di socialità che caratterizza il cinema come rito collettivo per individui solitari. Se si tratta solo di stare più comodi – e trovare parcheggio – nulla è più seduttivo del divano di casa. E forse non è sul piano della comodità, o della qualità della ristorazione, che occorre competere. Non basta smetterla con le mascherine.

Il cinema, infine, nel ventunesimo secolo, non può essere più solo uno schermo in una sala buia. La tecnologia oggi dà a ciascuno il suo schermo personale, fruibile ovunque, con una offerta pressoché sterminata. Se vogliono sopravvivere, i cinema devono tornare ad essere luoghi accoglienti, socializzanti, stimolanti. Non possono vivere solo nel tardo pomeriggio dei fine settimana, né limitarsi a riprodurre quello che offre il «mercato», spesso con scarsa intelligenza (ne ha scritto, benissimo, Marco Giusti, qualche giorno fa). Al cinema si può fare scuola, con il cinema si possono fare lezioni universitarie e seminari, nei cinema possono vivere i comitati di quartiere, le associazioni, i gruppi culturali. E, in estate, il cinema si può fare all’aperto, rivitalizzando paesi, piazze e strade, anche in periferia.

Insomma, per parafrasare Mel Brooks, si può fare. Il pubblico esiste e nel mondo si fa tanto cinema di qualità: basta uno sguardo meno distratto anche alla programmazione di Netflix, per rendersene conto. E non solo per le serie tv. Solo che non passa più dalle sale cinematografiche e segue canali tortuosi, che non sempre funzionano. Un tempo, per decidere «cosa andare a vedere» si guardavano i flani pubblicati sul quotidiano locale, i riquadri pubblicitari che illustravano il film del momento accanto alle colonne dei cinema di prima, seconda e terza visione. In una pagina memorabile Frederic Raphael, sceneggiatore di Eyes Wide Shut, l’ultimo film di Kubrick, descrive il Maestro chino sul pavimento invaso da quotidiani di Giakarta. Si assicurava che fossero della grandezza stabilita dal contratto per l’uscita indonesiana di Full Metal Jacket. E oggi? Si affiderebbe, Stanley Kubrick, a un banner su Facebook?

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