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L'intervista

«Scrittori in prima linea per difendere l’Ucraina»

«Scrittori in prima linea per difendere l’Ucraina»

Kurkov: intellettuali russi vittime di Putin, sono in pericolo

08 Maggio 2022

Dorella Cianci

«Che la guerra crei solo un grande subbuglio è cosa ben nota. Che la guerra porti gli orrori come quelli di Bucha e Irpin è cosa altrettanto nota nella furia della violenza. Che la guerra non abbia soluzioni di pace è quasi storicamente impossibile, ma il lavoro per la pace è lungo, richiede un impegno negoziale serio», dice così Andrei Kurkov, uno degli autori ucraini contemporanei più seguiti dal pubblico mondiale e maggiormente apprezzati dalla critica. Con lui abbiamo parlato della questione ucraina, della vita di uno scrittore «post-sovietico» e soprattutto di libertà di stampa. Kurkov, come noto, è autore di 13 romanzi e di alcuni libri per bambini, di più di 20 lungometraggi: è l'unico scrittore, nei paesi post-sovietici, i cui libri hanno raggiunto i primi dieci bestseller europei. In Ucraina sono state vendute oltre 150mila copie del suo romanzo La morte e il pinguino.

All'inizio del 2005 lei è diventato una persona non grata in Russia. La distribuzione dei suoi libri è stata interrotta proprio sul territorio della Federazione e i rapporti con la sua ex casa editrice, a San Pietroburgo, sono stati chiusi bruscamente, con ben poche spiegazioni. Una delle possibili ragioni di tali eventi potrebbero esser stati i suoi discorsi alla stampa durante la cosiddetta Rivoluzione arancione, che hanno espresso una valutazione fortemente negativa sulla politica ufficiale russa, in relazione all’interferenza assurda nel corso delle elezioni, del 2004, in Ucraina. Vuole aggiungere qualcosa su questo?
«Non potevo allora non esprimermi criticamente riguardo a quei fatti. Uno scrittore ha il dovere di segnalare quando la libertà e i diritti sono in pericolo, esattamente come ha il dovere di farlo la stampa, quando autentica e libera. Questo spesso può costare caro, ma è l’unico modo di fare questi due mestieri, che si nutrono dell’onesta delle parole, ma anche di tutta la loro potenza. Ad esempio, le proteste dei giorni di Maidan, in Ucraina, raccontate nei diari, attraverso la vita quotidiana di una famiglia in un Paese nel caos, ci dicono tanto sul nostro tempo e su che cosa stia accadendo, oggi, nell’Europa orientale. Quei diari sono uno strumento per conoscere sì direttamente i fatti di Maidan, le manifestazioni di piazza, ma anche per capire la complessità dell’Ucraina, che non riesce a vivere quella doverosa sovranità che le spetta.»

Lei ha scritto sul New York Times: «Prima della guerra non c'era letteratura di guerra ucraina ovviamente. Si trattava principalmente di intrattenimento, di sesso, droga e rock 'n' roll - e storie di crimini “leggeri”. Ma questa guerra ha creato una letteratura parallela: una letteratura scritta da veterani di guerra, da volontari. Probabilmente quegli autori sono già nuovamente sulla strada per il fronte, come nel 2014…».
«Volevo evidenziare, anche con un po’ di ironia, che se l'Ucraina sopravvive dopo questo disastro, creerà ancora più letteratura militante di oggi. E questo non significa, necessariamente, che la letteratura migliorerà; significa innanzitutto che la letteratura sarà più politicizzata, come la stessa letteratura sovietica, ma con un diverso tipo di propaganda o di idee patriottiche. La futura letteratura ucraina racconterà questa ferita, purtroppo a scapito della fantasia. Avremo, in futuro, un realismo letterario, dalle nostre parti, che andrà a prestare il fianco a quelli che saranno i politici (speriamo democratici)… Non sappiamo se accadrà questo davvero, ma dobbiamo augurarcelo, altrimenti sarà solo una grande disfatta di un popolo (offuscata nella propaganda, e nel falso revisionismo, di un altro). Molti di noi non vogliono rassegnarsi a vivere un pericolo costante, come accade, da anni, per Israele.»

Il sindaco di Mariupol, ieri, ha detto che, nelle sue atrocità, Putin ha già sorpassato quelle di Hitler. È chiaro che queste frasi giungono da una persona profondamente addolorata, che ha visto compiersi uno scempio ineffabile sui suoi concittadini. È chiaro che non è mai utile sovrapporre periodi storici diversi e lontani, ma, a guardare Mariupol, è anche naturale che vengano in mente queste dichiarazioni viscerali. Lei, meglio di altri, aveva intuito la pericolosità di Putin…
«Putin non dovrebbe essere un mistero per nessun libero pensatore. La sua descrizione è già tutta contenuta nel controllo linguistico della sua società, privata anche di un vero accesso a internet. La sua firma è nel trattamento riservato ai giornalisti, che pretendono di esercitare il pensiero critico… E quei coraggiosi intellettuali dissidenti, di cui pure si conta ancora un buon numero nella Federazione, stanno affrontando seri pericoli.

Come descriverebbe la società russa?
«…Quando si conosce la Russia, quando la si è amata molto, si sa anche che i russi, sia nella loro classe dirigente che nel popolo, vivono perennemente incastrati in quella che fu definita “la rivoluzione tradita”. Il popolo sa che quei sogni di una società ugualitaria sono perduti, che non esisterà mai una società priva di classi, egoismi, prevaricazioni… Inoltre, in quel malcontento distribuito, in quella realpolitik, ci sono anche i sogni dittatoriali di chi ha visto cadere l’Unione Sovietica, mentre faceva un marginale lavoro nella periferia di Dresda. L’Ucraina deve difendersi, perché altrimenti sarà solo il primo passo verso un assurdo progetto di restaurazione. Le ideologie vengono fuori soprattutto dalle situazioni socio-economiche reali (e non il contrario), per cui quella povertà diffusa, lì, si presta bene a essere la base per la teoria dei danni dell’Occidente, estendendosi a toni moraleggianti. È questa la falsa retorica utilizzata, da molto tempo, dal Cremlino e in questo c’è, drammaticamente, di mezzo la gente ucraina e il loro sogno di Europa.»

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