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In Puglia e Basilicata

Il ricordo

Amarcord Tonino Guerra i racconti della terra e i capolavori del cinema

Amarcord Tonino Guerra i racconti della terra e i capolavori del cinema

Poeta e sceneggiatore di Fellini e Antonioni, scomparso dieci anni fa. Il legame con la cultura russa. L’amore per la Puglia

22 Marzo 2022

Oscar Iarussi

Dieci anni senza Tonino Guerra, scomparso allo scoccare della primavera 2012. Resta vivo il suo «romanzo» infinito intessuto di cento storie e personaggi, come i capolavori dell’amato Tolstoj al cui afflato contadino s’era apparentato anche grazie a Lora, la moglie russa. Aveva 92 anni vissuti intensamente Guerra Tonino (e pace Tonino). Nato a Sant’Arcangelo di Romagna il 16 marzo 1920 è stato un poeta del cinema e non solo del cinema, in primis per i versi in lingua romagnola che aveva preso a scrivere da prigioniero nel campo di concentramento nazista di Troisdorf. Sarebbero stati prefati nel 1946 da Carlo Bo (I scarabocc) e apprezzati dal grande filologo Gianfranco Contini che gli introduce la raccolta successiva I bu («I buoi») e dal severo Elio Vittorini, il quale nel ’52 accoglie nei «Gettoni» della Einaudi - accanto a Fenoglio e Calvino, a Ortese e Lucentini - il racconto La storia di Fortunato. Molta della sua produzione letteraria, in seguito per i tipi di Rizzoli, è confluita poi nelle edizioni Maggioli di Rimini, dalle copertine naïf ed eleganti.

Guerra era della genia per cui le liriche sono cielo, mare, albero, donna - e terra innanzitutto - ben prima che esercizio a tavolino. Del resto, un altro grande autore dal nome «arboreo», Ermanno Olmi, aveva evocato una frase semplice e magnifica: «Lo sai, Tonino, seguo il tuo consiglio: ogni volta che passo davanti a un mandorlo in fiore mi tolgo il cappello». Nei suoi paesi - Santarcangelo, Rimini e Pennabilli nell’Alta Valmarecchia dove aveva casa - Guerra si esprimeva anche disegnando fontane, piazze e scalinate.

Un artista totale cui ha dedicato bellissimi libri il giornalista e scrittore pugliese Salvatore Giannella, che gli fu amico. Un profilo quasi neo-rinascimentale che pure diventò un volto pop grazie al fortunato spot in cui Tonino diceva che «l’ottimismo è il profumo della vita». Nondimeno Guerra resta soprattutto lo sceneggiatore principe per/con registi talora stilisticamente lontani fra loro: Antonioni e Fellini, innanzitutto, dioscuri del Dio Cinema, gemelli coltelli del dopoguerra italiano laconico e fantasioso che avrebbe generato eredi in mezzo mondo. Ma scrisse anche per il greco Angelopoulos e per il dissidente sovietico Tarkovskij (chissà cosa avrebbe detto oggi della Russia bellicista di Putin), per De Sica e Rosi, Monicelli e il tedesco Wenders, il cileno Littin e l’israeliano Gitai, Tornatore e i Taviani, Mingozzi e Bellocchio, De Seta e Castellani, Bolognini e Damiani. Ma sua è anche la sceneggiatura di Il mostro è in tavola... Barone Frankenstein di Margheriti e Morrissey reduce dalla factory di Andy Warhol.

Il segno di Guerra è sempre riconoscibile nella propensione per l’inatteso che spesso coincide con un’Attesa, per l’interstiziale, l’onirico, l’ironico. Le sue sono epifanie quotidiane, apparizioni nivee come il pavone di Amarcord, illusioni luccicanti sul mare al pari del Rex felliniano, nel film che, diceva Tonino, «ha regalato l’infanzia al mondo». Viaggiava molto, confidò, «per riscattare tutti i viaggi non fatti da mia madre». Venne anche in Puglia, che era stata individuata come l’orizzonte del fantascientifico Destinazione Verna, uno script di Antonioni e Guerra, con Sophia Loren prevista nel cast e la produzione di Felice Laudadio (allora alla guida di Cinecittà), che non si girò più. Da ultimo c’era stato nel 2009 per il «Bif&st» barese, che gli dedicò l’intera edizione del 2012. Guerra era altresì rimasto incantato, quasi stupefatto, dalle saline di Margherita di Savoia e dalla Valle d’Itria. Scrisse sulla «Gazzetta» una letterina aperta ai vertici della Regione: «Non si può affidare tutta la bellezza delle Puglie agli ulivi e al mare su cui navigava anche Ulisse... Non sarebbe male qualche struttura gigantesca di elefante... Sono per ricordare gli elefanti di Annibale (non importa se nella battaglia di Canne non c’erano)».

Per i cineasti russi, da Michalkov a Sokurov, non meno che per gli americani, l’Italia è un mito in virtù di Fellini e Antonioni, dei quali Guerra sceneggiò alcuni tra i film decisivi. L’Italia è un pianeta lucente e impenetrabile che orienta nella notte, un frammento di universo sfuggito alla genesi per palesare i bagliori della vita, a cominciare dalle relazioni tra le donne e gli uomini. Le donne alle quali - lo sappiamo - «fanno male i capelli» (l’immensa Monica Vitti in Il deserto rosso, 1964). E se dai naufragi si salvano i rinoceronti fetidi e i giornalisti di bordo (E la nave va, 1983), la Puglia può ben essere la terra degli elefanti...

D’altronde, il manicomio di Bisceglie era citato sui bianchi terrazzamenti del Grand Hotel di Amarcord: un’allusione al caos in questi giorni quanto mai attuale.

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