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Oggi abbiamo la dimostrazione scientifica che la carenza di contatti fisici interpersonali, il distanziamento sociale imposto dal Covid-19, crea stati di disagio psicologico. La dott.ssa Laura Crucianelli, ricercatrice in neuroscienze presso il Karolinska Institutet di Stoccolma e l’University College di Londra ha pubblicato un saggio (Il contatto indispensabile, Riv. Internazionale n. 1394, 2021) in cui evidenzia che la pandemia ci impone uno stato di carestia tattile che provoca carenza affettiva e che il tatto, nel processo cognitivo universale, viene prima della vista e della parola. La ricercatrice dimostra che il contatto fisico riduce la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e il livello di cortisolo; dimostra inoltre che una carezza facilita il rilascio di ossitocina, un ormone che provoca la sensazione di star bene, in pace con il mondo.
Quindi il tatto, che è un vettore della malattia pandemica, paradossalmente, fa anche parte della cura. Dall’inizio della pandemia, infermieri e medici hanno parlato di come questa caratteristica unica del tatto li abbia aiutati a comunicare con i pazienti in terapia intensiva. Il saggio della dott.ssa Crucianelli porta a considerare che ogni ambito del vivere civile, ogni espressione di vita sociale e religiosa risente del disagio conseguente alla carenza di contatti fra le persone; la mancanza delle espressioni di affetto che caratterizzano la nostra vita sociale e familiare, i baci, gli abbracci o anche la semplice stretta di mano, crea uno stato di sofferenza, di innaturale convivenza talvolta surrogata dalle video-chiamate telefoniche.
I fedeli, i devoti che venerano Dio e i Santi, abituati a frequentare i santuari e le chiese con assiduità, sentono anch’essi tale disagio e tale mancanza; pregare nel santuario, guardando e toccando la bacheca o l’altare o l’urna contenente le reliquie del Santo venerato, dà la convinzione di rendere più tangibile la preghiera stessa e più pressante l’implorazione di una grazia.
Grande speranza viene riposta nell’azione miracolosa esercitata dal contatto con le reliquie dei santi: poter vedere, toccare le reliquie è una attrazione fortissima per cui si va in pellegrinaggio nei santuari ove sono custodite. Nel passato spesso si tentava di trafugarne delle piccole parti (anche con i denti nell’atto di baciarle) da portare a casa per garantirsi la continuazione dell’azione miracolosa ovvero a beneficio di altre persone che non avrebbero potuto fare il pellegrinaggio.
Secondo la leggenda, Raimondello Orsini Del Balzo (1350-55/1406), nell’atto di baciare le sacre spoglie di Santa Caterina d’Alessandria, che era andato a venerare sul monte Sinai, strappò con i denti un dito con l’anello della Santa; riuscì a nascondere la preziosa reliquia e a portarla segretamente a Galatina, dove è ancora conservata nella meravigliosa Basilica a Lei dedicata. Nella prima metà del seicento, la duchessa di Gravina, Felice Sanseverino, recatasi a pregare il Beato Giacomo nel Santuario di Bitetto, nell’atto di baciare le spoglie del Santo di cui era fervente devota, ne strappò il dito indice per portarselo via, ma poi sentì il bisogno di restituire la preziosa reliquia ai Frati Minori.
Il culto delle reliquie non nasce nel Medioevo, ma prima ancora con il culto dei martiri sepolti nelle catacombe e poi viene esteso anche ai primi vescovi non martirizzati, ma difensori della fede e, per questo, riconosciuti come confessori. Quando Carlo Magno, nell’803, rese obbligatorio il giuramento sulla cappa di San Martino, disponendo che tutti i giuramenti venissero effettuati in una chiesa o su una reliquia, non fece che accrescere l’importanza delle reliquie. Queste sono state sempre oggetto di grande venerazione e il loro culto soggetto al diretto controllo delle autorità ecclesiastiche. Per questo, specie nel passato, esse rappresentavano un potere per chi le possedeva e si spendevano cifre considerevoli per acquisirne sempre di più importanti, specie dopo che i musulmani ebbero occupato molti luoghi santi.
Si va in pellegrinaggio nei santuari anche per appoggiare sulla santa reliquia un fazzoletto, una foto di un congiunto, una coroncina, per riportare a casa e tenere a propria disposizione nelle preghiere, quelle che diventano reliquie da contatto.
La storia di Bari ci ricorda che alla base della nascita della Basilica di san Nicola, vi è la deposizione delle reliquie del Santo traslate da Myra il 1° ottobre 1089, grazie ad un’impresa eroica compiuta nel 1087 da 62 marinai baresi; anche per i devoti e pellegrini di san Nicola è importante, oltre che raccogliersi in preghiera nella mistica atmosfera della bella Basilica romanica, vedere e toccare le sacre pietre, acquisire una reliquia da riportare a casa in ricordo del pellegrinaggio. Per questi pellegrini, per questi fedeli tale acquisizione è facilitata dal fatto che dalle ossa di san Nicola sgorga in continuo un liquido, la santa Manna, che viene annualmente raccolta dal sacello che conserva le sacre ossa dal Rettore della Basilica il pomeriggio del 9 maggio.
Essa è sempre stata ambita e ricercata dai pellegrini come oggetto di culto che è possibile lecitamente possedere e portare a casa in bottiglie di diverse dimensioni, anche dipinte artisticamente, ovvero offrirle alle novelle spose con la funzione benedicente e beneaugurante.
Approssimandosi i primi giorni di maggio, il pensiero va ai devoti e ai Pellegrini di san Nicola che da due anni sono tenuti lontani dal loro Santo nei giorni canonici della Sagra e sentono la mancanza del contatto con la Basilica, con l’effige del Santo, con la sua tomba in Cripta.
Alcuni di essi sono soliti affrontare un pellegrinaggio a piedi, con le difficoltà e le incertezze di un viaggio che, dal primo maggio, dura per 7 giorni sotto il cielo e sotto le stelle, con pasti frugali. Quando giungono a Bari si inginocchiano sul sagrato della Basilica, entrano baciando gli stipiti del portale, toccano e accarezzano i ferri e le colonne della Cripta con i Riti della Colonna Santa e dei Ferri Santi. Cantando litanie di ringraziamento e di lode, si prostrano e baciano l’altare sotto cui sono custodite le sacre ossa. Per il secondo anno consecutivo non parteciperanno alla processione dell’8 maggio, accompagnando la sacra effige sino all’imbarco a mare dal molo san Nicola.
Questi fedeli sentono la mancanza del contatto fisico e visivo con la Basilica e con san Nicola, e questo disagio, lamentato dai capigruppo e priori delle Compagnie, viene percepito dolorosamente dai padri domenicani della Basilica e dagli assistenti spirituali.
San Nicola è il protettore della città di Bari e intorno al suo Santuario e alle sue reliquie la devozione popolare crea un’identità cittadina collettiva che trova molti modi di esprimersi e manifestarsi. A tutti i baresi mancherà ancora una volta la Sagra di Maggio, quella meravigliosa e gioiosa macchina organizzata del Comune per la realizzazione del Corteo Storico e dal Comitato san Nicola per le manifestazioni civili e religiose; mancherà la processione a mare con il frenetico movimento delle barche che si recano a vedere e rendere omaggio al loro Santo venuto dal mare.
La partecipazione attiva ai festeggiamenti nella moltitudine festante, assiepati e pressati tra la folla sul Lungomare, su Corso Vittorio Emanuele o in Piazza Mercantile, sicuramente rappresenta una interazione sociale, una forma tangibile di vicinanza e di contatto con il prossimo con cui scambiare un commento sul Corteo Storico che passa, sulle evoluzioni delle Frecce Tricolori o sui fuochi pirotecnici che esplodono nel cielo, in sintesi sentirsi facenti parte di una comunità viva e partecipe.
I fedeli e i pellegrini di san Nicola rappresentano la continuità nella storia millenaria di questo grande Santo, nella storia della Chiesa di Bari, e sentono viva la mancanza della vita di fede nei luoghi in cui si esplica la comunione e la condivisione, in cui si ascolta la parola dei Ministri. Questa mancanza si fa sentire e si accresce con il passare del tempo e ci si affida alla speranza di tornare a vedere, a toccare le sacre pietre della Basilica, a toccare e baciare l’ampolla della Santa Manna appena prelevata dalla tomba del Santo e che questo sia l’ultimo anno di carestia tattile.

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