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Lino De Venuto racconta la storia di un amore. Fra teatro e parole di pace

don Tonino Bello

Corre l’anno 1993. Don Tonino Bello lascia questa terra: ahimè, non l’ho conosciuto personalmente, avverto quasi un senso di colpa. Un bel dì mi capita fra le mani un libro con alcuni suoi scritti tra cui Lettera al Marocchino: nell’incipit chiama il Marocchino «Fratello», gli chiede perdono, anche a nome dei cristiani distratti che lo hanno dimenticato per strada, gli chiede se legge il Corano, se osserva le norme di Maometto, se ha bisogno di un luogo (Moschea) dove poter pregare. E poi conclude: «Se passi da casa mia, fermati». Donde vien Costui - da Iperuranio? No, da Alessano, Salento, Finibus Terrae, 200 Km dalla mia città. Gli immigrati sono un problema per tutti, anche per le anime più pie e accoglienti ma quella lettera è più di una lettera, è un ponte di conciliazione possibile fra religioni e culture diverse: la rileggo, sento la forte spiritualità del suo autore. Corre l’anno 1994. Lettera al Marocchino diventa pièce teatrale all’interno di un laboratorio da me condotto presso una classe liceale dell’Istituto Preziosissimo Sangue di Bari (Teatro Piccinni, 30 Aprile 1994). Nel frattempo leggiucchio altri brevi scritti indirizzati alle pietre di scarto della società: non solo scrive, li cerca, anche di notte, abbandona la comfort zone dell’Episcopio e si inoltra nel buio delle periferie degradate, li stana, rischia, prende anche botte, parla con loro, soprattutto li ascolta, non vuole catechizzarli, vuole salvarli. Corre l’anno 2011. Quella lettera-prosa ispirata la porto in scena, la interpreto nello spettacolo teatrale La Valigia Magica (Teatro Eden, Treviso, 10 Settembre 2011) e scopro con orgoglio che questo «pastore dall’odore di pecora» è conosciuto anche al Nord grazie al fatto di essere stato Presidente di Pax Christi. Ma il «Bello», in tutti i sensi, doveva ancora avvenire. Corre l’anno 2012. Al Teatro Duse di Bari nella sezione de I Lunedì d’Arte che ho l’onore di curare, lo scultore Pietro De Scisciolo (ha dedicato a don Tonino diverse sculture) mi presenta Renato Brucoli, collaboratore stretto del Vescovo a Molfetta. Galeotto fu quell’incontro. Mi scappa di dire al Brucoli che vorrei approfondire la figura di questo strano Prelato che a Natale fa gli auguri scomodi, che sostiene - «alla povertà ci si educa attraverso la rinuncia», che invita la Chiesa a mettersi il grembiule, («il potere dei segni, non i segni del potere»), ad essere estroversa e coscienza critica del mondo, che scrive sul Manifesto, che in tempo di guerra dice: «Se tu pilota di un caccia non puoi, in coscienza, bombardare i civili, devi avere il coraggio di disertare!». E ancora altro, tanto altro. E il Signor Renato mi dice beato: «Scusa Lino, l’anno prossimo nel 2013 ricorre il ventesimo della morte di Don Tonino, perché non prepari uno spettacolo, lo portiamo ad Alessano, a casa sua». Per i non addetti ai lavori preparare uno spettacolo (di cui peraltro non c’è ancora un testo) equivale a preparare un piatto di frittelle: senza nulla togliere alle gustose frittelle. Con un po’ di esitazione accetto. Qualche giorno dopo ci incontriamo e Renato giunge, oddio, con una busta piena di libri e tre Dvd: mi spavento, quella sera al Duse avrei fatto meglio a tacere. Parliamo, vampirizzo il mio generoso interlocutore, quale Testimone migliore! Poi mi catapulto in quei libri: sacro, etica, bellezza, coraggio e stupore si avvicendano in uno stile narrativo fresco, leggero, le parole danzano, ti chiamano per nome, ti danno del Tu, ti fanno sentire Persona, attore della tua vita. E’ materiale vivo per una drammaturgia. Seguo nei Dvd alcune sue storiche omelie, sullo sfondo presentissime le figure di Cristo, San Francesco e Maria ma anche quelle del teologo luterano Bonhoeffer e del filosofo lituano Lévinas! Quando non celebra è per strada, Il Vangelo respira solo nelle strade, incontra gente, coinvolge i giovani dai quali è amatissimo, accende i loro cuori, i loro sogni, li rallegra con la sua fisarmonica. «Tutto quello che sono lo devo a lui» - hanno detto in molti e fra loro c’era anche il compianto Guglielmo Minervini. Questo «apostolo con i piedi per terra e mistico con la testa per aria», con una mano ti accarezza, con l’altra ti interroga, ti scuote, ti mette «le spine nei fianchi». Non fa sconti a nessuno: per aver scardinato logiche di potere consolidate, riceve in busta, in perfetto stile mafioso, tre bossoli. Diffida del politically correct, diretto com’è, è normale che abbia nemici, anche negli apparati ecclesiastici, ancora oggi alcuni religiosi, pochi, si oppongono alla sua Beatificazione. Qualsiasi cosa scrivesse, era (è) un Poeta, sia quando descrive/dipinge un tramonto (La Lampara) sia quando scende in lotta per gli sfrattati, per i profughi albanesi sbarcati a Bari, per «osare la pace» (Golfo Persico, Sarajevo, ecc.) o per la fame nel mondo («il pane si accumula negli artigli di pochi»). Il termine «ContemplaTTività» lo conia ma è già nel suo DNA, quel che predica sull’altare, lo vive sulla sua pelle: in un centro di accoglienza dalle parti di Otranto quel vulcano d’amore di don Tonino volle che fosse allestita anche una piccola Moschea per i fratelli musulmani. Più contemplaTTivo di così! Il teatro si nutre di linguaggi extraverbali, sono linfa vitale: il corpo del «terziario francescano» ovunque si trovi, irradia energia, con il volto sempre sorridente, capo piegato su di un lato, gestualità ampia, mani protese in avanti disposte all’abbraccio e all’accoglienza. Non da meno è il timbro della sua voce, voce che buca ogni parete, impreziosita da quell’accento salentino che ancor oggi quando lo si ascolta ce lo fa sentire un nostro vicino di casa. Quale titolo dare allo spettacolo? Vince la partita Il poeta di Dio. La rappresentazione, mai sempre la stessa, è stata replicata 48 volte in diversi paesi della Puglia. Tre gli spettacoli indimenticabili: il debutto (20 Aprile 2013) nella Chiesa Matrice di Alessano (Le), a 100 metri dalla Casa-Museo di Don Tonino (adrenalina a mille, presenti fratelli e parenti), quello nel Carcere di Bari con i detenuti a fine spettacolo tutti in piedi ed emozionati (alcuni ci hanno lasciato commenti, messaggi, biglietti, letterine) e l’altro a C.A.S.A, la Comunità per il recupero dei Tossicodipendenti, nei pressi di Ruvo di Puglia, struttura fortemente voluta dal «vescovo degli ultimi» e ancora oggi operativa. Ogni angolo di quel luogo traspira l’anima di questo precursore di Papa Francesco, a cominciare dal vialone d’ingresso, in cui ampie chiome di alti pini proteggono gelosamente la sua macchina sul cui cruscotto è possibile leggere le sue ultime volontà. Alla fine è scritto: «E’ il giorno del Signore ed è bellissimo!». Era il 20 Aprile, come oggi. Era il 1993.

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