Lunedì 17 Maggio 2021 | 23:42

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Teneramente avvinta al suo piccolo, una polpessa affiorò nelle calme acque del porto vecchio. L’alba era sorta da poco, e un ventaglio di riflessi purpurei screziavano il lungomare d’oriente ancora deserto. Il rombo consueto delle automobili taceva del tutto, lo stridio dei gabbiani che scortavano le paranze dirette al largo era appena percettibile, quasi un’impressione.
«Ecco il mondo terreno che desideravi tanto vedere, figlio mio» Annunciò la polpessa mediante la danza dei suoi tentacoli che era fatta di movenze lente, sinuose, ammalianti. Il piccolo strabuzzò gli occhietti, e nei primi istanti gliene sortì una visuale stenta, sfuocata, che rendeva difficile distinguere le cose. Ma per la sua specie, oltre agli occhi anche la pelle, grazie a speciali pigmenti, è in grado di percepire la minima variazione di luce. Così, dopo alcuni istanti di smarrimento, quello scorcio di città si ricompose a poco a poco in una magnificenza di forme e di colori nuovi. Entro l’immane bolla d’aria che lo sovrastava, il piccolo vide svettare il candido campanile della cattedrale e le torri e i pinnacoli del teatro Margherita e, abbassando lo sguardo, appena dopo il confine del bagnasciuga, mirò poi la successione di lampioni in ghisa nera, i filari delle palme, la muraglia di via Venezia col fortino di san Antonio e, dietro ancora, la pletora delle case e dei terrazzi che si perdevano a Settentrione in un tripudio multicolore di vuoti e di pieni.
Allora, tutto preso da incontenibile eccitazione, essendo la prima volta che risaliva l’abisso marino, il piccolo si divincolò dalla madre e stantuffando con frenesia si diresse verso la riva. Slargato il bel mantello vermiglio picchiettato di bianco, la polpessa prontamente lo seguì.
Non poteva smettere di prendersi cura di suo figlio, l’unico da cui non era capace di staccarsi, nonostante si trattasse solo di uno, soltanto uno, degli oltre centomila piccoli formatisi nelle uova che aveva serbato all’interno delle proprie viscere. La maternità per il suo genere era del resto una faccenda faticosa, tragica. Per la gestazione occorreva scovare un nido sicuro per la schiusa; un nido discreto, inespugnabile e situato in acque pulite e poco profonde, poiché occorreva preservarsi non solo dalla terribile cernia o dal gronchio vorace o dalla murena infida. Soprattutto occorreva guardarsi dagli umani, i più pericolosi e implacabili dei nemici. E comunque, dopo aver trovato il rifugio adatto, fosse l’anfratto roccioso o il cantuccio in una prateria di posidonia, ecco che una madre, doveva ancorare il grappolo delle ovaie su una superficie solida e arearle continuamente e tenerle pulite notte e giorno senza pensare ad altro, a nient’altro, nemmeno alla necessità vitale di riposare, nutrirsi.
E tant’è, il periodo della cova poteva durare settimane, mesi interi, persino anni fino alla fatidica schiusa; nel frattempo in quel tripudio di dedizione la madre si sfibrava e deperiva, consumandosi fino alla morte per digiuno.
«Sono con te, figlio mio prediletto» Pensava la polpessa, mentre con trasognata malinconia sorvegliava il suo piccolo intento a perlustrare gli scogli a pelo dell’acqua, « ma già da tempo avrei dovuto lasciarmi andare alla fine ineluttabile che il fato ha previsto per noi. Ci è dato, infatti, di vivere, nutrirci, giocare, provare le gioie sublimi dell’amore, ma il fine ultimo della nostra esistenza resta pur sempre di provvedere alla progenie, sacrificandoci per essa affinché il nobile popolo dei Cefalopodi travalichi senza soluzione di continuità l’arco del tempo. E io, in verità, ero già pronta a morire, trattenendosi ormai a stento il mio spirito in un corpo divenuto molle, privo di energia, debilitato fin nelle più riposte fibre. Poi, d’improvviso, mi sono accorta di te. Avevi smesso lo stato larvale, superata la fase iniziale che ci accomuna al plancton: eri ormai un adulto in miniatura. Chissà perché, unico tra tante migliaia di fratelli, avevi stabilito di non involarti con gli altri nel flusso della corrente costiera, ma di restare nei miei paraggi. Decisi che avrei rimandato la fine, che mi sarei occupata di te, che ti avrei protetto sino all’ultimo residuo delle forze che mi restavano.»
Tanto diceva tra sé la polpessa, mentre il piccolo continuava a curiosare tra gli scogli, divertito dall’inedita capacità che aveva testé scoperto di poter deambulare sui tentacoli, anziché espellendo acqua a getto dal mantello. Un pallido sole spuntava intanto sull’orizzonte di Levante: la giornata si preannunciava fredda e umida, sospingendo il vento grecale grosse nuvole che presto avrebbero ingrigito il cielo e spinto il mare a schiumare contro i frangiflutti. D’un tratto il piccolo si immerse. Spinto dalla fame, si ingegnò a scovare le telline, i granchietti, qualche riccio di mare con cui saziarsi; la madre lo seguiva tenendosi un po’ a distanza. La inteneriva vederlo infilarsi in qualche pertugio da cui poi fuggiva via spaventato vedendo aggirarsi il pesce donzella o lo sciarrano, o quando agganciato alle sporgenze si portava alla bocca un’insipida stelluccia marina, o mentre trasformatosi in una sfera rotolava goffamente sul fondale. Una polpessa, d’altronde, non ha mai occasione di vedere crescere i propri figli, riducendosi la sua vita di solitudine ad abitudini consolidate, rituali ripetuti dalla notte dei tempi: il sempiterno aggirarsi per procurarsi da mangiare, l’aspra lotta quotidiana per tenere lontani gli intrusi, il continuo mimetizzarsi assumendo forme e colori diversi per ingannare le prede o i malintenzionati.
Solo una volta nell’intera sua esistenza, e seppure per un arco breve di tempo, aveva dimenticato ogni forma di controllo e di prudenza, e del tutto irriflessiva riguardo le mille insidie del paesaggio acquoreo, si era lasciata andare all’ebrezza dei sensi. Era bastato quel pomeriggio di mare smeraldo, un baluginare soffice di luci ed ombre; lui aveva iniziato a volteggiarle attorno con movenze quiete, eleganti, sapienti, e lei ne era rimasta incantata; e non per la solita attrazione della femmina verso l’esemplare più grande e forte ma per qualcosa di imponderabile e misterioso che aveva scosso i tre cuori di cui la natura l’aveva dotata. Il corteggiamento terminò al crepuscolo quando, obbedendo ad un impulso più forte del loro stesso istinto, i due si slanciarono d’improvviso in un abbraccio tentacolare che sembrò esprimesse molto più che il rituale della fecondazione, poiché la polpessa avvertì l’inedita sensazione di essere amata, rispettata, considerata in modo positivo da chi aveva osata abbracciarla.
L’idillio sarebbe proseguito nelle brume notturne e forse oltre non fosse stato per quel colpo secco, tremendo che squassò l’acqua, penetrandola inaspettato e amaro come un brivido di dolore. Il dardo di ferro centrò in pieno la sacca, facendone scaturire un getto intenso d’inchiostro e l’acqua subito si intorbidì come una notte senza stelle; la polpessa scartò di lato, sciolta con violenza dall’abbraccio si colorò di livido terrore; guardava il compagno che entro uno scuro pulviscolo si dibatteva nell’inutile tentativo di liberarsi. Chi ha detto che solo i vertebrati provano l’aspetto emotivo della sofferenza? La polpessa avvertì come non mai il morso gelido dell’angoscia.
«Non piangere, amore mio, non piangere» Gli ripeteva strusciandogli accanto mentre la corda della fiocina iniziava, inesorabile, a tendersi, «ora mi ancorerò a qualcosa e ti tratterrò con tutte le mie forze, le mie ventose, il mio amore; vedrai, non riusciranno a portarti via, la ferita guarirà, ce ne andremo da qui, insieme cercheremo un luogo diverso da questo dove nessuno ci farà del male.»
«Oh no» Gemeva lui «non riuscirai a trattenermi; non puoi far nulla per me; piuttosto ti scongiuro, amore mio, non farti riconoscere, fuggi via lontano, dileguati tra i gorghi più profondi prima che si accorgano di te…»
Lei però non obbedì, si incaponì a seguirlo mentre lui veniva issato in superficie e afferrato dalle mani di un uomo, che lo avrebbe privato delle interiora, pestato infinite volte sulla pietra e infine sbatacchiato in un canestro fino a quando il bel danzatore leggiadro dai colori di fiamma non assumeva un’arricciatura biancastra nella postura rigida della morte.
In quel momento si udì un rombo di tuono annunciare il temporale. La polpessa si distrasse dai suoi pensieri, e si avvide che il piccolo si era intrufolato nella carcassa di un pneumatico che giaceva sul fondo da chissà quanto.
«Non devi più farlo!» Gli gridò allora, usando ancora una volta l’elegante linguaggio del suo corpo, «Ti ho già avvertito di scansare tutto ciò che viene dagli umani; nulla di buono, nulla di sensato può venire da loro. Si credono potenti, e gli va bene per ora. Il popolo dei Cefalopodi è però di gran lunga più intelligente e saggio; e gli umani stessi ne hanno prova quando pretendono di metterci alla prova, misurando il nostro acume, e trasecolano se ci vedono capaci di svolgere esercizi banali, dimenticando che la prova inconfutabile della nostra sagacia è che esistiamo da tempo immemorabile prima che essi comparissero in questo mondo, e che la nostra razza esisterà ancora dopo che a causa della pazzia e sconsideratezza loro si saranno estinti.»

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