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Quella fuga a tutta birra dal colera

Il piccolo Vito Prigigallo in viaggio in Porsche verso il Nord per scansare il vibrione

Quella fuga a tutta birra dal colera

Avere un cugino ricco ha i suoi vantaggi. Per esempio, puoi fuggire da un’epidemia. In Porsche.
È il 1973. Vito ha comprato una 911 Carrera. Rossa. Duecentodieci cavalli «che al posto degli zoccoli hanno le ali». Dopo aver fatto soldi a Milano, sta pensando di aprire una fabbrica a Capurso. Tovagliato. Il papà, Pietro, originario di Bitonto, faceva lo sgammitt sin da piccolo. E ancora gira, vendendo biancheria porta a porta. Tanto al mese, qualche cambiale, la dote costruita a rate. Qualche capo comincia ad arrivare dalla Cina. Molti sono il frutto di preziose e finissime opere all’uncinetto.
A Capurso è una tradizione: centinaia di donne realizzano piccoli capolavori trasformando il filo del rocchetto in deliziosi pampini, rose che pare profumino, grappoli in forma di bassorilievi; centinaia di uomini fanno gli sgamm’ttand per campare la famiglia.
Pasquale, mio padre, fa il sarto. Ha cominciato ad andare a bottega subito dopo la guerra. Devi imparare un mestiere, diceva nonna Sabellina, visto che non vuoi andare con tuo padre (Vituccio era «mastro fabbricatore»).
Un fratello del cugino ricco vive in Liguria, a Loano. Stuzzica Maria, mia madre: c’è un negozio in vendita a Pietra Ligure: che ne dici?
Il treno è il Bari-Torino. Nello scompartimento siamo in cinque, io ho dieci anni, Sergio ne ha sei, Francesco è nato l’anno precedente. È il 1970. A Pietra, Riviera di Ponente, tedeschi, belgi, inglesi, milanesi e torinesi scendono in vacanza. E portano le palanche.
Maria piange una sera di febbraio. A pochi chilometri dall’appartamento ammobiliato al quarto piano senza ascensore, c’è un artista cieco che canta Paese mio ti lascio e vado via. Come si fa a non versare lacrime di nostalgia? Siamo migranti, in fondo. In qualche modo fortunati, tuttavia: nel borgo antico della cittadina savonese il cui patrono è San Nicola di Bari, abitano centinaia di calabresi. In condizioni spesso misere.
Nell’estate del Settantatre, finita la scuola, torno a Capurso. Il negozio funziona, l’appartamento è quello nuovo, la macchina è una Centotrentadue bianca. Eppure c’è qualcosa che non va. E il mio ritorno al paesello «disteso come un vecchio abbandonato» è una sorta di segnale. Avrei studiato il greco al Flacco qualche tempo dopo e avrei imparato cos’è il nostos, la necessità del ritorno.
A Capurso c’è nonna Peppinella, sorella di Pietro. Ero cresciuto nella sua bottega di generi alimentari. Non è mai andata a scuola, ma sa far di conto, è svelta di pensiero e di parola e sa leggere la bilancia. Seriuccio, il marito, è un biscegliese che si vanta di essere stato a Milano (ospite del nipote «ricco»). Un salumiere vecchia scuola. Sarei stato con loro per l’estate. Il negozio è su piazza Marconi. Dove passa la vecchia statale Cento, con i camionisti che sostano per un panino imbottito e una birra. Sull’ampio marciapiede spesso e volentieri compaiono le pecore per quella che è una sorta di transumanza urbana. Lasciano sul basolato il segno del loro transito. Le nostre partite di pallone sono estenuanti. E sfidano il lascito ovino e il pericolo di essere travolti da macchine e camion che percorrono la vianova.
Nella salumeria leggo i libri di Simbad e di Mompracem, tra un «fruttino» e un panino con mortadella e provolone, anche se a dire il vero preferisco il cacaruozzo del pane di Vincenzo, con cime di rapa stufate o la simmenthal. Un giorno sì e un giorno no vado dalla signorina Enza, che gestisce una rivendita di giornali in corso Madonna del Pozzo ed ha il posto telefonico pubblico. Parlare con la Liguria è un’impresa titanica.
Vito e Luisa, la milanese, sono a Capurso per la Festa Grande, a fine agosto.
Le notizie si rincorrono: c’è il colera; c’è il vibrione nelle cozze e nel pesce crudo.
L’ultima domenica d’agosto fa caldo, come sempre. Anche se minaccia pioggia. Seriuccio ha fatto il formaggio punto, quello coi vermi. La bancarella su piazza Marconi è sovraccarica di sandanieli con l’osso, di enormi e trasudanti «mandarini» Auricchio, di pile di focacce da farcire. Il telegiornale del Nazionale narra che a Napoli e a Bari di colera si può morire. Sul Secondo Gino Cervi/Jules Maigret scopre inevitabilmente l’assassino.
Ci sono i complottisti: «Lo dicono per vendere le medicine». E c’è la fede nella Madonna del Pozzo. I ceri della processione del mattino, quell’anno, sono particolarmente pesanti. A sera, i biscegliesi trainano il carro trionfale con grandi funi marinare.
Ma il vibrione non molla. Vito decide: nonostante il cordone sanitario, vuole tornare a Milano. La telefonata di mia madre non ammette repliche: riportami «il bambino». Al cinema Enal danno 1999: Conquista della terra. Un’epidemia – ancora! – ha ucciso cani e gatti e gli umani li sostituiscono con le scimmie. Non l’avessero mai fatto.
Capurso ha due sovrani. In Municipio don Antonio regna con una giunta di centro-sinistra. Il Fronte, lo chiamano: incredibile come socialisti, comunisti e socialdemocratici abbiano mandato la Dc all’opposizione. Nella piazza degli uomini regna il Re del Tempo. Il «monarca», di lì a due anni, sarebbe stato detronizzato da un temporale: complici infiltrazioni e degrado, sarebbe crollato con tutta la canonica, per fortuna senza far vittime. Sulla Gazzetta, insieme a un breve articolo che ricorda a tutti che a Capurso si rinnova la devozione per la miracolosa Vergine del Pozzo, c’è una pagina intera di una sorta di pubblicità progresso che invita gli automobilisti a fermarsi al segnale di stop.
Vito non si ferma, invece: si parte la domenica dell’Ottava. C’è la fiera, in paese. Ma non importa. L’infezione è invadente, opprimente. Milano è una bolla che tiene lontano il pericolo. Nella Porsche non c’è spazio per tutto il bendidio preparato da Peppinella per la figlia. Sul divanetto posteriore valige e pacchi sono airbag ante litteram. Il posto per un ragazzino di tredici anni è esiguo.
Quanto ci vuole per raggiungere Milano a duecento all’ora? Un’eternità.
Pescara. Le ginocchia fanno male.
Ancona. All’Autogrill le gambe sono disarticolate.
Bologna: quanto manca?
La sera finalmente siamo in quella che di lì a qualche anno sarà la città da bere. E che più d’uno si berrà. A stento mi reggo in piedi. La notte dormo male: ripenso al paese abbandonato in fretta e furia. Un rimpianto, tra gli altri: non ho potuto vedere i film del mattino trasmessi per la Fiera del Levante.
Torno in Riviera, al mare, alla Passeggiata, al Pontile, al Trabocchetto. Ai diorami di guerra costruiti con Giorgio. Ale tante panchine che mister Edo mi faceva fare perché ero scarso come terzino destro dei Giovanissimi del Borgio Verezzi.
Intanto, le notizie dal Sud non sono buone: il colera sembra invincibile. Le immagini delle lunghe file per vaccinarsi lasciano straniti.
La folle corsa nella Porsche rossa ha portato il corpo di un ragazzino da Terronia all’Altra Italia. Ma il suo cuore è rimasto lì, su quel vasto marciapiede di piazza Marconi, tra le «bottiglie» del baccalà, il profumo penetrante della salsa, quello dolciastro delle carrube e dei fichi sono stesi al sole per diventare i chiaconi di Natale; tra le figurine di Zoff e Altafini e il sudore di ragazzini che inseguono il supersantos e il sogno di crescere senza diventare adulti.

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