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Il mio «abbraccio» con Joyce

Patrizia Ripa racconta studi e letture online. Letteratura per sentirsi un po’ meno soli

Il mio «abbraccio» con Joyce

Sono stata spesso in Irlanda ed ho sempre amato questo popolo critico, ironico e molto cordiale. Merito della mia prof di Università che mi ha fatto apprezzare la cultura irlandese, con due corsi monografici su James Joyce: uno su Gente di Dublino e l’altro su Ritratto di artista da Giovane che sono, a mio avviso, propedeutici alla lettura di Ulisse.
Affascinata dalla cultura irlandese e dai temi trattati da Joyce, (che sono l’ossessione con la religione , la famiglia , la patria, il provincialismo che impedisce all’uomo e all’artista di liberarsi dalle “reti” che lo intrappolano e ne limitano la sua libertà ), ricordo che proposi alla mia docente universitaria di affrontare lo studio di Ulisse, perché forse non lo avrei mai affrontato da sola. La risposta fu «No», giustificata dal fatto che sarebbe stata un’ impresa eroica e quindi, sfiduciata, rimandai la lettura di quest’opera. Ricordo che pensai: «Se non affronto la lettura di questo testo con il sostegno di una docente universitaria, tra l’altro bravissima e competente sulla cultura irlandese come era la mia prof, quando la affronterò mai da sola?». E invece è ciò che è accaduto.
Continuando i miei studi sulla letteratura e cultura irlandese ho sempre pensato che questo popolo, che ha subìto l’invasione degli inglesi, ha lasciato che si appropriassero anche della loro letteratura. In effetti, quando facciamo apprendere ai nostri studenti quella che noi chiamiamo la letteratura inglese, potremmo in realtà definirla per buona parte letteratura irlandese. A parte il grande Shakespeare, il grande Dickens e sicuramente qualche altro grande autore inglese, mi pare che la maggior parte degli autori delle nostre antologie inglesi sia irlandese. Sto pensando a Jonatan Swift, a Laurence Sterne, a William Butler Yeats, ad Oscar Wilde, a George Bernard Shaw, a Sean O’ Casey, a Samuel Beckett, a Seamus Heaney, e a James Joyce, appunto.
Tutto questo perché la cultura inglese rimane quella dominante ed è Joyce che per la prima volta fa parlare il cuore degli irlandesi. Nel bene e nel male, nel suo rapporto di odio-amore per Dublino, riesce a renderla protagonista in tutta la sua produzione letteraria, da Gente di Dublino in cui le storie dei Dublinesi vengono raccontate con uno stile ancora tradizionale e comprensibile fino a Finnegan’s wake, ultima opera incompleta scritta da Joyce, in cui il flusso di coscienza raggiunge i suoi massimi livelli.

Decisi quindi in seguito di leggere Ulisse per conto mio, in lingua originale, con l’approccio empirico di chi comunque è familiare alla “poetica joyciana“, con l’aiuto della traduzione di Giulio De Angelis. Non potevo permettermi, da docente di lingua e letteratura inglese, di non leggere quello che ormai era diventato un classico. Comprai molti libri di critica e di commenti, ma non ebbi il tempo e l’opportunità di leggerli tutti, quindi lo lessi quasi per dovere, ma senza approfondirlo.
Quando ho ricevuto la proposta di «avvicinamento» alla lettura dell’Ulisse di Joyce nell’ambito del progetto «Lettura ad alta voce» da parte dell’ Adirt (Associazione Difesa Insediamenti Rupestri e Territori) non immaginavo che ci sarebbe stato presto un “distanziamento”. Ricordo come se fosse ieri la telefonata di Isa Bergamini, presidente dell’Adirt, che mi chiese, nell’estate del 2019 - quando eravamo ancora spensierati, e quando con il caldo pugliese si pensa solo ad un bel bagno al mare- se volessi iniziare questa avventura che era la lettura condivisa di Ulisse di James Joyce presso la loro associazione. In realtà Isa aveva assistito il 16 giugno dell‘anno precedente, il 2018, ad una mia presentazione del Bloomsday presso la libreria Quintiliano di Bari, su invito della sempre propositiva Marina Leo.
Il 16 giugno del 1904 è il giorno in cui il capolavoro di Joyce è ambientato nella città di Dublino che diventa, per il protagonista Leopold Bloom (Ulisse ), ombelico del mondo, passando dalla sua esperienza particolare ad una universale, in termini di spazio e di tempo, come si conviene ad un romanzo modernista. Joyce rivoluziona il concetto di tempo: bastano 24 ore per affrontare il peregrinare di Bloom contrapposto a quello della vita intera dell’Ulisse omerico. A Joyce il merito di aver introdotto il metodo mitico, come fu definito da T.S.Eliot in cui il mito (di Ulisse in questo caso) si fa moderno. Lungi dall’essere un eroe, Leopold Bloom rappresenta invece l’uomo comune, l’uomo moderno con le sue fragilità e Molly Bloom, invece di essere la fedele Penelope, lo tradisce ed esprime tutta la sua sensualità e libertà di essere donna.
Joyce è sicuramente un autore complesso, la sua scrittura è ostica perché segue lo stream of consciousness, il flusso di coscienza dei suoi pensieri, delle sue associazioni di idee che sono spesso incomprensibili al lettore.

Sulle prime, dopo aver risposto alla telefonata di Isa , ho pensato che fosse una follia accettare. Non era facile accettare la proposta di una lettura condivisa in cui avrei dovuto avere la presunzione di «spiegare» (laddove possibile) e commentare Ulisse di Joyce. Sapevo esattamente a cosa andavo incontro. Isa mi disse: «È una lettura che da soli non affronteremmo mai, ma insieme forse si può fare ». E così è stato. Dopo una lezione introduttiva per familiarizzare con le tematiche dell‘autore, subito dopo il primo capitolo, Telemachus, i commenti di qualcuno sono stati che più volte aveva iniziato e poi interrotto questa lettura, ma ora, condivisa e commentata con altri, questo qualcuno si sentiva «meno solo».

Per me è già un buon risultato. Condividere con altri lettori interpretazioni e considerazioni rende la lettura più piacevole e stimolante. Abbiamo iniziato a leggere la nuova traduzione fatta da Enrico Terrinoni del 2015 (che ha potuto realizzare solo dopo la scadenza dei diritti rispetto alla prima traduzione effettuata da Giulio De Angelis nel 1960 ), vista la sua conoscenza profonda dell’animo irlandese, perché ha vissuto lì per molti anni. Mi è piaciuto inoltre il fatto che E.Terrinoni abbia cercato di “sfatare“ il concetto dell’ impenetrabilità ed impossibilità di affrontare la lettura di questo testo, usando un linguaggio più attuale e colloquiale. Rispolverare tutti i miei libri (e non sono pochi!) di critica comprati a tappe ogni volta che tornavo a Dublino, con l’idea che un giorno li avrei letti tutti, è stata una gioia immensa soprattutto perché condivisa con altri . È stata un’esperienza intensa ed una sfida bellissima per me e per gli altri lettori. Abbiamo scoperto insieme il suo eclettismo nel passare da un argomento all’altro, le esperienze di confronto con quelle omeriche (che non con sempre coincidono), il suo modo fluido anche se talvolta incomprensibile di raccontare che rendono questo romanzo unico.

Purtroppo il progetto di «lettura ad alta voce» partito con l’ associazione Adirt è stato momentaneamente interrotto per i problemi che stiamo vivendo, ma riprenderemo il cammino intrapreso, il nostro viaggio mentale nella città di Dublino, e insieme ad esso, il nostro viaggio interiore.

Questo Joyce, così vario e complesso, ci spinge a continue riflessioni, ad esempio il modo in cui prende le distanze dalla morte, in maniera comica , irriverente, come era lui. Quando si interroga nel cimitero di Glasnevin sul perché non pongono mini-altoparlanti sulle tombe con la voce dei morti, invece delle immagini, per non dimenticarli, o quando si chiede perché i morti non si seppelliscono in verticale (occuperebbero meno spazio) o quando si chiede perché non mettono birra invece che vino nel calice durante l’Eucaristia , accusando di cannibalismo mangiare l’ostia come Corpo di Cristo, giocando sui fonemi delle parole Corpus/ Corpse (cadavere in inglese) ci fa davvero sorridere. Insomma, quello che la maggior parte delle persone ritiene un romanzo/anti-romanzo impossibile, noioso e pesante, può rivelarsi in alcuni punti anche «godibile» e divertente. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa, il 17 marzo 2021, dedicando un intervento ad Ulisse e al tema della modernità del mito, con la diretta facebook organizzata da poesiainazione, in occasione del festival della parola, in seguito all’esperienza della lettura dei grandi classici, tra cui l’Odissea, eseguita nella mirabile interpretazione di Silvana Kuhtz.


Certo è che non si può «leggere» l’Ulisse di Joyce come un qualunque altro testo. Bisogna studiarlo, interpretarlo. Nello studio che abbiamo iniziato insieme, abbiamo scoperto un Ulisse divertente, intrigante e provocatorio, oltre che blasfemo. È pur vero che ci sono pagine e pagine di monologhi interiori, talvolta incomprensibili per il lettore, ma è anche piacevole incontrare i moti della sua anima, affondare nei suoi pensieri e nelle sue digressioni mentali. Quando gli è stato posto il problema dell’oscurità della sua opera Joyce ha risposto: «L’oscurità è nella mostra mente, non crede?».

Un Joyce rivoluzionario, ironico, innovativo.
Non ci basterà tutta la vita per rileggerlo, interpretarlo, approfondirlo.

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