Sabato 15 Maggio 2021 | 03:56

NEWS DALLA SEZIONE

Il racconto
Lettera a un nipote lontano

Lettera a un nipote lontano

 
Il racconto
Caro Manfredi, figlio mio...

Caro Manfredi, figlio mio...

 
Il racconto
«È la festa di tutti i bambini»

«È la festa di tutti i bambini»

 
Il racconto
Priscilla, i burattini e San Nicola

Priscilla, i burattini e San Nicola

 
Il racconto
Elia che custodì le ossa del Santo

Elia che custodì le ossa del Santo

 
Il racconto
Un quesito sospeso tra cielo e tempo

Un quesito sospeso tra cielo e tempo

 
Il racconto
Due ragazzi alla ricerca della verità


Due ragazzi alla ricerca della verità

 
Il racconto
Quel quartiere dove vince la vita

Quel quartiere dove vince la vita

 
Il racconto
Nel padiglione della speranza

Nel padiglione della speranza

 
Il racconto
E i pellegrini si mettevano in cammino

E i pellegrini si mettevano in cammino

 
Il racconto
Mio nonno sulla nave affondata

Mio nonno sulla nave affondata

 

Il Biancorosso

L'intervista
Galano tra due grandi amori: «Bari e Foggia, che brividi»

Galano tra due grandi amori: «Bari e Foggia, che brividi»

 

i più visti della sezione

NEWS DALLE PROVINCE

PotenzaDibattito
Moles, «da Forza Italia contributo fondamentale al Governo»

Moles, «da Forza Italia contributo fondamentale al Governo»

 
LecceL'iniziativa
Il riso della Coldiretti contro gli scafisti

Il riso della Coldiretti contro gli scafisti

 
TarantoEx Ilva
«L'aria di Taranto 20 volte più pulita di quella di Milano»

«L'aria di Taranto 20 volte più pulita di quella di Milano»

 
LecceTurismo
Otranto e Bari regine sulla stampa internazionale

Otranto e Bari regine sulla stampa internazionale

 
Brindisila denuncia
Brindisi, arrivano le fototrappole ma il centro storico resta una vergogna

Brindisi, arrivano le fototrappole ma il centro storico resta una vergogna

 
BatLa curiosità
Canosa, volontari dell'Enpa salvano la maialina Mariarosa

Canosa, volontari dell'Enpa salvano la maialina Mariarosa

 
MateraLa novità
Protocollo di collaborazione per la «Carta del potenziale archeologico di Matera»

Protocollo di collaborazione per la «Carta del potenziale archeologico di Matera»

 

i più letti

Il racconto

Riconciliarsi in un orto si può

Paola Colarossi e il racconto di una risalita dal baratro... senza sbarre

Riconciliarsi in un orto si può

Percorro una strada sterrata che si arrotola su se stessa alla ricerca del traguardo che sembra non giungere mai.
Giro in tondo da ore; il navigatore che mi sono ostinata a seguire sin dall’inizio, preferendo la certezza della tecnologia alla vaghezza della mia memoria, mi ha portato fuori strada, lontano, e mi ha obbligato ad un giro interminabile.
- Hai dubitato di te, ancora una volta – cicaleccia la mia voce interiore - ti sta bene.
- Smettila di torturarla. - le fa eco la voce che mi sostiene e mi rincuora – Magari ha avuto solo timore di non riuscire a leggere i cartelli stradali.
- Tacete voi due - vorrei dirgli - lo vedete dove ci troviamo? Vi sembra questo il momento di intavolare una discussione sui miei dubbi, le mie scelte? Ora ci calmiamo e cerchiamo di capire come procedere.
Mi guardo intorno. Nemmeno un’anima viva si avventura per queste stradine abbarbicate nell’altopiano murgiano, in questo caldo e soleggiato pomeriggio autunnale.
Guardo oltre la paura e mi rassereno; il paesaggio è meraviglioso.
La presenza dell’uomo si avverte discreta nei collari di pietre calcaree che recingono la bruna terra spezzettandola in appezzamenti che in taluni tratti appaiono coltivati, in altri ancora rustici, vestigia di un passato in cui questa terra apparteneva ai piccoli animali che la popolavano e a quelli che, periodicamente, vi transitavano per sfuggire ai rigosi invernali delle terre d’Abruzzo.

Dopo l’ennesima curva di una strada polverosa che sembra non finire mai, improvvisamente si erge, alta rispetto alla strada, una grande croce bianca.
Ce l’ho fatta – dico trionfante a “quelle due”.
All’ingresso vengo accolta dalle braccia sventolanti di Don Riccardo, che troneggia ad un tavolo con altra gente. Parlano.
Lui mi fa cenno di attendere. Ho fatto tardi al mio appuntamento, lo so.
Gironzolo lì intorno e vengo attratta dalla Croce che avevo visto dal basso.
È maestosa ed il panorama da qui è veramente incantevole. E mentre sto lì, loro due ricominciano la solita manfrina.
- Assomiglia al Cristo di Maratea. - fa la voce della mia nostalgia.
- Si - rincalza l’altra, quella super critica - ma quello sorrideva, gioioso; ti aspettava a braccia aperte, quasi a volerti abbracciare. E poi il suo sguardo si apriva sul mare. Questo pezzo di legno trasuda morte e dolore.
- Effettivamente - intervengo io - l’emozione è diversa. Però, l’intensità è la stessa. Siamo di fronte alla potenza di qualcosa di sacro, di immane che sovrasta tutto. E quest’aria di dolore che ammanta la Croce, ha una valenza forte, in un posto come questo.
Mi metto seduta ad aspettare.
- Vorrei sapere che siamo venute a fare – riprende a dire la voce polemica - Potevamo restare a casa. Chissà quanto dovremo aspettare. E bene ci è andata. Che ci siamo perse chissà quante volte…
La interrompo - Zitta. Sta zitta. E goditi il panorama.
È snervante questo continuo rimuginare che la mia mente si diverte a propinarmi ogni volta che mi butto in qualcosa di nuovo.

Finalmente un attimo di tregua ma non faccio in tempo a godermelo che i miei ospiti mi vengono incontro. La riunione è terminata.
Sono in due. Un magistrato e un prete. Un uomo di Legge che tutela la giustizia imposta da codici e norme e un uomo di Dio che sostiene il potere morale sui comportamenti umani.
- Strano connubio - pensiamo io e le mie voci.
- Benvenuta alla nostra Masseria - dice il primo e prende a spiegare questa sperimentazione di un carcere “Senza Sbarre”.
Il prete ascolta, ogni tanto interviene.
Vive qui. Con i detenuti. A lui spetta il lavoro più duro.
Parlano di quanto sia faticoso rimodellare le vite di persone ormai intrise di valori devianti. Con la stessa foga. Entrambi credono nel “miracolo”.
-Sembrano fratelli. - suggerisce la voce della mia saggezza - I loro cuori risuonano in armonia.
Concordo con lei.
E poi mi portano a vedere un piccolo orto. Leggo il cartello e improvvisamente comprendo cosa sono venuta a trovare fin qui.
- Hai visto? - gongola la voce del mio entusiasmo – lo sapevo che non sarebbe stato un pomeriggio qualunque.
L’orto della riconciliazione; un piccolo pezzo di terra che produce ortaggi che non saranno venduti, come gli altri prodotti della comunità. Vengono coltivati per essere offerti ai familiari delle vittime dei loro reati.
- Pensano così di alleggerirsi la coscienza? Di comperarsi il loro perdono? - stizzita, si alza la voce del mio giudizio.
Ma prima ancora che lei possa emettere il verdetto finale, mi viene offerta la risposta per tacitarla.
- Gli uomini che sono qui stanno tutti scontando le loro pene ed il fatto di vivere “senza sbarre” non toglie nulla alla loro sofferenza. Qui gli diamo solo l’opportunità di trasformare le loro vite e costruire un futuro diverso - mi spiegano – Ma le vittime? Chi si occupa del loro dolore? Quale futuro possono costruire, dopo che hanno ottenuto giustizia?
- La loro sofferenza non scema. La ferita del torto subito continua a sanguinare e nessuna condanna può consolare da quel dolore che si insinua, insistente, a lesionare la loro vita. A intriderla di rancore. Irreparabilmente. Il male agito e quello subito si intrecciano in una mistura di sofferenza che incatena per sempre le vite dei carnefici a quelle delle loro vittime e non c’è salvezza per quest’ultime nemmeno di fronte alla più giusta delle condanne.
- Solo il perdono libera. – conclude l’uomo di Legge - La riconciliazione è per loro.

Sento che c’è un insegnamento profondo in queste parole. Per ognuno di noi.
Tendere le mani ad accogliere quel dono è un atto di grande coraggio. E di amore. Verso se stessi.
È un andare oltre il dolore lasciandosi abbracciare dalla Vita.
Risalgo in auto e prendo la via del ritorno. Sollevo lo sguardo allo specchietto retrovisore e la Croce mi sorride. L’alone di dolore che la circondava è svaporato e tra l’azzurro luminoso del cielo si fa strada la speranza; la Vita che rinasce dopo la sofferenza della “Morte”.
Le mie voci tacciono, vinte da quell’attimo.


Il Progetto «Senza Sbarre» promosso dalla Diocesi di Andria, è condotto grazie al sostegno dell’Associazione «Amici di San Vittore» Onlus, della Caritas Italiana nonché di numerosi imprenditori locali e volontari. È nato con l’intento di formare il detenuto per favorire un suo reinserimento nella società, con misure alternative al carcere di comunità.
La Comunità Residenziale costituitasi sotto la guida di don Vincenzo Giannelli e don Riccardo Agresti si insedia presso la Grande Masseria San Vittore nei cui locali ha sede anche la Cooperativa “A mano libera”. Detenuti ed ex detenuti prestano la loro opera per la coltivazione di ortaggi e per la produzione di pasta fresca, taralli e pane.
Il Progetto «Senza Sbarre» si prefigge inoltre di percorrere la difficile strada della giustizia riparativa. «In assenza di strumenti giuridici e procedure definite ma forte della convinzione che guarire la società dal dolore dei delitti impone uno sforzo di riconciliazione», si sperimenta il Progetto dell’Orto della Riconciliazione «quale strumento di incontro tra la vittima e colui che ha commesso il reato sorgente di sofferenza, per un chiarimento personalizzato e diretto, denso di verità, scuse e giustificazioni».
[Giannicola Sinisi, 2019. Senza Sbarre. Società Cooperative Sociale “A MANO LIBERA”. Andria]

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

LE RUBRICHE

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzettaffari - Portale di annunci de La Gazzetta del Mezzogiorno
Gazzetta Necrologie