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Sono andata a scuola dalle suore. Dalla prima elementare fino al diploma. Erano gli anni a cavallo tra la fine dei Sessanta, i Settanta e l’inizio degli Ottanta ed io mi sentivo un’aliena.
Sì, perché in quell’epoca magica che fu il post-sessantotto, “andare dalle suore” equivaleva proprio a questo: essere un po’ fuori dal mondo, guardare da lontano una realtà che non ti apparteneva e che era fatta di scioperi, di occupazioni, di autogestioni e impegno politico, osservare, come dietro a un vetro, una vita che scorreva parallela alla tua, ma con ritmi e consuetudini diversi che ti facevano sentire su un pianeta distante e, forse, per gli altri, poco accogliente.

I miei genitori non avevano avuto scelta. Erano soli in quella città dove la loro professione li aveva portati a stabilirsi, il lavoro assorbiva molte ore delle loro giornate e la decisione di affidare l’unica figlia femmina a chi poteva garantire orario continuato, mensa e trasporto scolastico era stata unanime e scontata. Se a questo quadro, si aggiungeva la pratica sportiva settimanale, l’organizzazione risultava essere quasi perfetta ed io finivo per trascorrere gran parte della mia giornata tra quelle grandi stanze che, dopo qualche tempo, mi calzarono a pennello e mi sembrarono oltre che familiari, sicure e protettive come il guscio per una lumaca.

C’era poco da discutere. In quegli anni le decisioni non si discutevano, si accettavano senza concedersi alternative possibili o diverse; io, poi, avevo un carattere docile - forse arrendevole a voler essere più onesti con sé stessi- che mi portava ad adattarmi più che a scalpitare e, a poco a poco, quella realtà me la feci piacere con tutti i suoi pregi e i suoi limiti e a quell’ambiente finii con l’affezionarmi; divenne per me una casa amata e familiare.

Era decisamente bella la mia scuola. I paragoni erano tutti inevitabilmente perdenti.
All’ingresso profumava di pulito e i suoi marmi brillavano di cera passata di fresco. Le aule erano spaziose e piene di luce e i corridoi, dove ci s’incrociava nell’intervallo quotidiano, li ricordo lunghissimi e ampi come viali. C’era l’enorme cortile con le strutture per gli sport all’aperto e i palchi per gli spettatori dove sedevano ansiosi i genitori per il saggio di fine anno e dove ci disponevamo in bell’ordine per la foto ricordo. Io ero alta - ad una certa età decisamente alta - e sono sempre, invariabilmente, in ultima fila con i capelli ricci e spettinati e l’aria un po’ stralunata da Alice nel Paese delle Meraviglie che mi ha sempre contraddistinto e che oggi m’intenerisce, ma mi irrita al tempo stesso nella consapevolezza che ha fatalmente nascosto una notevole forza d’animo e una cocciuta determinazione che ho sovente - oggi, ma ancor più ieri - fatto fatica a manifestare.
Non c’erano scritte sui muri, i banchi erano integri e i bagni immacolati.
Era perfetta. Nulla a che vedere con “le scuole degli altri”: quelle con le frasi di protesta scritte sulle pareti, le porte di legno incise con i taglierini e i chiostri squallidi; nel nostro, di cortile, c’era la vasca con i pesci rossi, le aiuole fiorite e i campi da tennis. “Le scuole degli altri” erano però piene di mistero e affascinanti nel loro disordine, nella promiscuità delle aule miste e dei riscaldamenti insufficienti; chi le frequentava doveva essere sicuramente più bravo di noi, anzi, era inarrivabile nella sua bravura (pensavo in quegli anni lontani, con una modestia e un senso d’inferiorità del tutto immotivati, come compresi più tardi…).

Portavamo il grembiule celeste e, negli anni delle primarie, persino la frontierina bianca tra i capelli; quel grembiule lo abbiamo indossato fino all’ultimo anno di Liceo e forse solo negli ultimi caldi giorni dell’estate 1980, poco prima degli esami, ci concessero di lasciarlo finalmente nell’armadio dove rimase ripiegato ancora per alcuni anni, muto testimone di un tempo trascorso. Il mio era sovente stropicciato; più di una volta, uscendo di corsa da casa, in perenne lotta con le lancette dell’orologio, acchiappavo dal cesto dei panni stirati di fresco una delle camicie azzurre di mio padre – dello stesso, identico azzurro dell’odiata divisa - accorgendomene solo in aula tra l’ilarità delle mie compagne e lo stupore delle povere, sconfortate suore che cercarono, sino all’ultimo giorno della mia permanenza nella loro casa e con l’incrollabile fede che le sorreggeva, di farmi arrendere all’ordine, alla precisione e alla puntualità con le quali faticavo ad andare d’accordo. Se mi vedessero oggi, si rallegrerebbero: alla fine ho ceduto e una certa disciplina, potrei dire anche abbastanza rigorosa, si è pian piano introdotta nella mia vita.

Negli ultimi tempi del Liceo, non si usavano più cartelle o zaini: li consideravamo vietatissimi. I libri si tenevano maldestramente insieme con cinghie elastiche che sembrava dovessero scoppiare da un momento all’altro e che, sotto il braccio, nel tragitto casa-scuola-casa inducevano a posture sbilenche e ci regalavano dolori articolari accortamente nascosti in famiglia pur di obbedire a quella moda insulsa.

Si studiava, eccome se si studiava, nella mia scuola “dalle suore”; i programmi didattici venivano rigorosamente completati nell’anno ad essi corrispondente e non c’era scusa che potesse evitare tale traguardo. Fu così che finimmo per approfondire la storia dei nostri giorni, leggere scrittori a noi contemporanei e analizzare opere d’arte realizzate in epoche correnti. Nelle “scuole degli altri” questo era impensabile: tra giorni persi e assenze collettive, lo studio della II guerra mondiale era già un obiettivo non scontato e Italo Svevo veniva appena sfiorato.

Gli studi universitari prima e la formazione che seguì e che – oserei dire – non si è mai interrotta, mi hanno ampiamente dimostrato quanto quel metodo costante, assiduo, a volte quasi esacerbante, sia stato invece prezioso, quanto quelle che ritenevo nozioni un po’ stantie, abbiano creato un nocciolo duro di conoscenza che mai avrai acquisito autonomamente o in un’altra epoca della mia vita.

E poi c’erano le amiche! Una classe di sole femmine è una bomba ad orologeria, è un tric e trac inesploso che decide di divampare improvvisamente, è una squadra che si forma silenziosa e che, alla fine, elargisce tutto il suo potenziale concentrandolo negli ultimi, favolosi anni di vita insieme.

Gli ultimi tre anni del liceo furono, invero, il più straordinario, il più divertente, il più memorabile periodo dell’intera, lunga, articolata permanenza in quel luogo che mi aveva visto entrare bambina, diventare adolescente e uscire giovanissima donna.

Eravamo diventate senza quasi accorgercene affiatate, complici, unite, ciascuna a modo suo partecipe di un’atmosfera leggera, a volte imprudente per quei luoghi e quei tempi, totalmente spensierata. C’erano le mattatrici, le trascinatrici, quelle che si lasciavano trascinare felici di esserlo e quelle che osservavano felici di osservare. Credo che nessuna – o, forse, pochissime – delle oltre trenta che formavano quella classe indimenticabile, si sia sentita esclusa o trascurata, sia stata non contaminata dal desiderio di “voler essere della squadra” nella inconsapevole consapevolezza che si stavano costruendo ricordi che valeva la pena accumulare, che si stava percorrendo una strada che voltarsi a guardare sarebbe stato un giorno straordinariamente piacevole, che si stavano mettendo insieme tutte le tessere di un puzzle magico e irripetibile che – seppur al prezzo di una futura, pungente nostalgia – non doveva essere lasciato incompleto.

Quella “scuola dalle suore” ci ha visto felici, di una felicità piena e semplice, come in pochissimi altri momenti della vita.

Ci siamo riviste dopo quasi quarant’anni.
Nessuna tristezza, nessuna malinconia, nessuna mestizia ha intaccato il nostro incontro. Ognuno è tornato nei suoi ruoli con stupefacente naturalezza e il suono delle identiche risate ha fatto da sfondo al nostro raccontarci e ricordare. Quarant’anni buttati dietro le spalle in pochi attimi, le storie delle vite trascorse dimenticate, ignorate, messe da parte per tornare ad essere la V B del 1980 con i grembiuli celesti, le cinghie per i libri e l’esistenza da costruire.

Tornassi indietro rivivrei ognuno di quei giorni come l’ho vissuto e rivorrei accanto ognuna, ma proprio ognuna, delle persone che di quei giorni hanno fatto parte. Credo che, nonostante tutto, sceglierei nuovamente quella “scuola dalle suore” che mi sembrava così poco in linea con i tempi, così poco accattivante nel suo conformismo fuori moda, così rigida nella sua visione tradizionalista della vita scolastica e che si è invece rivelata una palestra impareggiabile di rigore e metodo che ha lasciato insegnamenti forti e profondi nel mio personale approccio all’idea di “responsabilità” personale e collettiva, nel mio sentire qualsiasi impegno come un patto- con me stessa e con gli altri – da cercare in tutti i modi di onorare.

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