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Ho sognato che mi chiamavo Nestore, e sapevo cantare e suonare la pianola. Somigliavo a Michel Polnarèff ( il cantante francese di Un amore fa; Una bambolina che fa no, no, no; e Love me, please love me). Avevo vent’anni e portavo i capelli biondi e spettinati; i pantaloni a zampa, lacerati; la camicia con i fiori disegnati e gli stivali consumati e impolverati. Chiuso in un grande capannone, accanto a una barca con delle reti e delle canne da pesca, stavo provando Love me, please love me, e a un certo punto ho sentito bussare alla serranda: ho aperto e c’era un ragazzo in sella ad una bici da corsa, che ha detto tutto d’un fiato: «Salve, signore!, sono Agostino: volevo avvisarla che alla sala del Ristorante Tango stanno preparando una gara». E se n’è andato gridando: « Sono Agostino nessuno mi può battere».
Dopo aver chiuso la serranda del capannone e sistemato la pianola sul Transit –Ford azzurro, sono partito alla ricerca del Tango. Dopo una curva mi ha fermato la Polizia. Erano in due: invece della patente ho dato il mio libretto dell’Università! Ho spiegato che il furgone mi serviva per portare la mia pianola, perché suonavo e cantavo nelle sale del posto. Mi sono messo alla pianola e ho detto: «Faccio Love me please love me». Uno mi ha fatto sapere che anche sua figlia Francesca cantava. Ho chiesto: «Davvero?... Cosa?». Ha risposto: «Mio cuore, tu stai soffrendo, di Rita Pavone. Mi raccontava che Francesca se ne stava tutti i giorni stesa sul divano del salotto a cantare insieme al disco, e piangeva. Francesca ‘faceva trent’anni a settembre’, ed era stata lasciata dal fidanzato: un Finanziere uguale a Gabriel Garko. Riporto, come ho soprannominato uno dei due, stava poi per raccontarmi cosa era stata capace di fare sua figlia un giorno in cui lui e la madre non erano in casa, ma non ha fatto in tempo perché in quel momento è passato un carretto e un uomo ha gridato: «Ho grattato il ghiaccio!... Ho grattato il ghiaccio!...». «A chi lo avete grattato?!...», gli ha chiesto ‘il Rosso, puntandogli la pistola. «A nessuno!», ha risposto l’uomo del carretto, tenendo le mani in alto: «È ghiaccio mio: ci faccio le granite e le vendo». A quest’altra uscita del Rosso, Riporto ha cominciato a scompisciarsi dalle risate.
Faceva perfino la tosse: «Ho grattato il ghiaccio! …», ripeteva: «A chi lo avete grattato?!... È ghiaccio mio! … Questa è proprio da raccontare, davvero!». Così ha fermato una Fiat-Cinquecento con a bordo un signore, una signora, e una ragazza con le trecce bionde, e ha raccontato ‘la freddura’. Dopo essersi sbellicato dalle risate, il signore ha detto: «Divertentissima davvero!... Ci ho riso proprio di gusto!». «A proposito di gusto - ha fatto Riporto -:Posso offrir loro delle granite?». «Di che tipo?», ha domandato la signora, tutta contenta. «Ci sta al limone, alla menta, oppure all’amarena”, ha risposto «Ghiaccio mio». La signora e ‘il Rosso’ l’hanno presa al limone; il signore e ‘Riporto’ all’ amarena; io e la ragazza, alla menta. Durante le granite, ‘Riporto’ si è messo a raccontare al signore le barzellette sui Carabinieri; la signora guardava il ‘Rosso’ e diceva: «Che caldo!... A saperlo mi mettevo leggera…»; la ragazza, che sapeva tutte le poesie di Prévert, ha cominciato a recitarmi «Questo amore». Io la volevo ascoltare, ma siccome la poesia è lunga e le iscrizioni al Tango stavano per finire, le ho detto che dovevo proprio andare, e ho salutato tutti. «Ehi!, Hippy !...», ha gridato ‘Riporto’, fermandomi: «E te ne scappi così?!... all’improvviso!... Su!... fai sentire pure ai nostri amici la canzone di prima, e poi, se proprio devi andare , vai».
Sono risalito sul furgone, e dopo aver rifatto Love me, please love me, il signore, per fare lo spiritoso, ha detto battendo le mani: «Hai cantato!... Bravo!... Adesso la Polizia sa tutto!». A questa battuta, ‘Riporto’ è diventato vermiglio: rideva a bocca aperta e diceva: «Hai cantato!... Adesso la Polizia sa tutto!… Bellissima questa!... la devo raccontare a Francesca…!!». Prima di andarmene, si sono avvicinati tutti per abbracciarmi. ‘Riporto’ ha detto: «Mi raccomando, fai il serio...»!; ‘il Rosso’, ridandomi la patente e il libretto Universitario: «Hai fatto bene a scegliere di fare Musicologia»; il signore: «Sei proprio un bravo figliolo!»; la signora: «Vieni a trovarci!: stiamo alla spiaggia di San Francesco»; la ragazza: «Ti supplico, Polnareff! Per te per me per tutti quelli che si amano E che si sono amati Resta dove sei Non andartene via Resta dove sei Non muoverti Non te ne andare. Ho detto: «Mi dispiace», e il furgone è partito.
«Chi è Polkarèff?», ha chiesto il signore, dopo che me ne sono andato. «È il cantante dei Dik Dik», gli ha risposto Riporto, e con la scusa di fargli vedere com’è fatta la macchina della Polizia, si è allontanato con lui e gli ha detto: “Piuttosto, caro signore, se volete ascoltare il consiglio di un padre poliziotto, ora che il ragazzo se n’è andato, fate sparire Rita Pavone dai dischi di vostra figlia!”. Dopo tre chilometri ho trovato un cartello con sopra scritto: «Posto dei pescatori che vendono i ricci».
La porta del Tango era chiusa: ho bussato, e una ragazza con i capelli neri e lunghi è venuta ad aprire. Quando mi ha visto ha detto: «Ernesto!...». Le ho spiegato che mi chiamavo Nestore, ma a lei Ernesto piaceva di più, ed era pure l’anagramma di Nestore. Le ho chiesto: «Chi sei?». Si chiamava Adele. Mi ha raccontato che quando ero piccolo, i suoi genitori avevano una gelateria vicino casa mia: si chiamava ‘I Coni di Nico’, perché ‘Coni ‘ è pure l’anagramma di Nico , il nome di suo padre. Diceva che andavo da loro a prendere il gelato ‘di cioccolata e panna’, e una volta che non mi bastavano i soldi per comprarlo, sua madre me lo diede senza farmi pagare, perché quel giorno era il suo onomastico e ‘i gelati, ai bambini, costavano gratis”.
Per Adele ero come Nemecsek, il ragazzino biondo dei Ragazzi della Via Pal, di Màrlon (quello che alla fine muore…), mentre adesso somigliavo molto a Michel Polnareff. Avrei voluto dirle che ‘I Ragazzi della Via Pal ‘ è di Molnàr, e non di Màrlon, ma le ho chiesto se anche lei doveva iscriversi. Mi ha risposto di no; che il ristorante era dei suoi genitori, e si chiamava Tango perché erano stati molti anni in Argentina. Voleva sapere che canzone dovevo cantare e ho detto: «Love me, please love me». Stavamo andando a vedere la sala da ballo e Adele si è messa a cantare Parlami di te, di Francoise Hardy, facendo apposta la erre moscia.
La sala era tutta di colore rosa, e su una grande pedana blu c’erano due ragazzi che aspettavano: uno era nero, l’altro bianco. Il nero aveva i capelli rasta; il biondo una pettinatura strana, quasi da ragazzina, con la coda di cavallo. Dopo un po’ che non si parlavano, quello bianco ha detto: «Mi piace moltissimo vedere i neri esibirsi, in tutti i campi delle arti e dello spettacolo. Siete una razza talentuosa e incantevole di artisti, spesso molto divertenti». «Anche voi bianchi», ha detto il nero: «Volare!... O’ sole mio!...». «Io mi chiamo Roby, e tu?», si è presentato il bianco.
«Upadù», ha detto il nero. «Cosa canti?», gli ha chiesto Roby. E Upadù ha risposto: «Canto Canzone». «Sì: quale?», ha detto Roby. E Upadù, un’altra volta: «Te l’ho detto, viso pallido: canto Canzone». «Volevo dire il titolo, Upadù!», gli ha richiesto Roby. «Canzone», ha detto Upadù: «è di cantante prete». «Chi diavolo sarebbe questo prete?», ha chiesto ancora Roby. «Don Backy!», ha risposto Upadù, e si sono messi a ridere e a darsi le spintarelle. «E tu cosa canti, viso pallido?», gli ha chiesto Upadù. «Non dirne più», dei New Dada, ha risposto Roby… e si sono messi di nuovo a ridere e a darsi le spintarelle. Anche Adele si è messa a ridere: poi mi ha preso la mano e ha detto: «Ti porto in cucina dai miei genitori». Ero contento e confuso. Quando siamo entrati, suo padre stava affettando le patate per farle al forno con le seppie ripiene; sua madre preparava l’impasto per le orecchiette, e un bambino si stava mangiando un pezzo di focaccia. «Ciao papà!; ciao mamma!», ha detto Adele, baciandoli: «Lui è Ernesto: quando era piccolo abitava vicino alla nostra gelateria». «Si chiamava I Coni di Nico», ho detto io…
Appese a una parete c’erano due immagini di San Nicola. Il bimbo mi ha spiegato che quelle erano le «Icone di Nico»!... La mamma di Adele gli ha dato una carezza di farina sul volto, e me lo ha presentato: «Lui si chiama Adalìno, ed è nato in Argentina». Adele ha chiamato Aladìno (!) perchè voleva portarlo al mare, insieme a me, e sono andati a cercare il costumino, la palla gialla e la maschera per gli occhi. «Le storie che possono succedere…!», ha detto sua madre quando siamo rimasti soli: «Il destino ci ha separati per tutto questo tempo, e adesso ci siamo ritrovati».
Quando è tornato, Adalìno aveva anche il retino per acchiappare i pesci: ne doveva prendere cinque, perché noi eravamo cinque! Grazie a Dio, prima di uscire mi sono ricordato il nome della signora, e ho detto sicuro: «Ciao, signora Maria!... Ciao, signor Nico!». Hanno risposto: «Ciao, Nestore!». Nel mare quieto di quel giorno c’era Agostino!... Voleva farci vedere come nuotava centro metri in meno di un minuto, e ha gridato: «Io sono come Mark Spitz!... Nessuno mi può battere!... Nessuno!». Adalìno si è fermato a guardarlo. Poi la radio-sveglia mi ha chiamato mentre Michel Polnareff stava cantando Love me, please love me.

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