Martedì 02 Marzo 2021 | 03:39

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Don Ciccio «Barone di Cartun»

BARI - Viveva in una città dell’Italia meridionale un cristiano che per campare, raccoglieva per strada, compostava e vendeva alle aziende di riciclo carte e cartoni. Si faceva aiutare, si fa per dire, in questo lavoro da ragazzini che spesso marinando la scuola e con il compenso di pochi spiccioli rassettavano le strade della città e tutti i negozi portando tutti i giorni al furbo commerciante chiamato col soprannome di Ciccillo dei cartoni, un bel po’ di materiale cartaceo, scatole e cartoni da riciclare. Ciccillo poi, prima di comporre e legare le balle di cartoni, li bagnava opportunamente con un tubo di gomma inserito nel rubinetto dell’acqua, in modo che pesassero di più e li portava in azienda ottenendo sempre un congruo guadagno.
Il commerciante lavorò per circa quarant’anni e, prima di andare in pensione fu onorato - dal quel tal Presidente della Repubblica Italiana conosciuto per il fatto che quando era ospite in altri Stati, per scaramanzia portava sempre con se le proprie posate – del cavalierato della Repubblica, un primo passo, pensò il monarchico, verso l’aristocrazia! Il signor Ciccillo infatti era monarchico, sia perché monarchici erano stati i suoi genitori, sia perché suo grande desiderio era sempre stato quello di appartenere al ceto aristocratico. A fine lavoro amava raccontare ai ragazzi la bellezza della monarchia e che il famoso referendum popolare che arrise alla Repubblica fu tutto un imbroglio! Aveva inoltre accumulato durante i suoi quarant’anni di onorato lavoro, senza mai pagare una lira di tasse e sfruttando sempre il lavoro minorile, un bel po’ di denaro che gli consentì di comprare locali e appartamenti. Una volta andato in pensione pensò di comprare anche un titolo nobiliare che gli avrebbe consentito di esaudire il suo sogno.
Il suo locale era tappezzato di foto e gigantografie di re e regine sparse un po’ nel mondo, e un giorno lesse su uno di quei giornali che trattano di araldica che, a causa del dissesto finanziario di una nobile e decadente famiglia aristocratica, si vendeva all’asta una baronia. Si mise pertanto in treno, raggiunse la città in cui era ubicato l’Hotel nel quale si teneva l’asta pubblica e, il giorno della vendita, era seduto in prima fila pronto ad alzare la sua mano per aggiudicarsela. Cosa che avvenne subito nel silenzio assoluto degli astanti, nessuno dei quali interessato al blasone, che però ascoltarono il grido: «EUREKA» che Ciccillo emanò dalla sua bocca allorquando il banditore, colpì per la terza volta il supporto legnoso con il martelletto ed enunciò la fatidica parola «aggiudicato». Naturalmente esclamare l’EUREKA che Archimede pronunciava ogni qual volta scopriva nuove invenzioni non c’entrava nulla, ma tant’è per il signor Ciccillo, essere diventato un aristocratico equivaleva ad aver scoperto una invenzione, oltre al fatto che gli procurò una enorme soddisfazione. Naturalmente non potendo svolgere le sue funzioni di nobile aristocratico nella sua città, perché tutti lo conoscevano come Ciccillo dei cartoni e lo avrebbero deriso, decise di trasferire la sua residenza in un comune di una regione limitrofa, e fu così che da Ciccillo dei cartoni, divenne nel nuovo piccolissimo paese don Ciccio Barone di Cartun. Il neo barone infatti aveva comprato, vendendo tutte le sue proprietà, un antico palazzotto edificato cento anni prima al centro del paese e con affaccio sulla piazza principale. Un edificio di un solo piano che aveva un grande portone in legno e due colonne di pietra viva ai lati. Sul portone il nuovo proprietario aveva fatto affiggere una targa dorata a forma di grosso uovo, piuttosto kitsch, con la scritta: «QUI ABITA DON CICCIO BARONE DI CARTUN» e sopra la scritta il disegno dello stemma nobiliare. Ogni sabato una signora del posto si recava nel palazzo del barone per attendere alle faccende domestiche e per preparargli il pranzo del sabato e della domenica, mentre gli altri giorni il gestore di una trattoria del luogo provvedeva a fargli recapitare pranzo e cena, mentre per la colazione il neo barone aveva l’abitudine di recarsi personalmente nell’unico caffè della piazza.
Un sabato la signora era intenta a spazzare l’androne del palazzo e quando vide il barone scendere l’ultimo gradino della scala interna lo salutò con un: «buongiorno signor barone», e gli chiese se avesse letto che quella mattina doveva recarsi nella Università della città capoluogo di provincia per una riunione di lavoro.
«Rosetta», rispose il barone rimproverandola, «come ti permetti di chiamarmi signore? Stai forse parlando con tuo fratello?»
«Si, magari mio fratello fosse un signore!» rispose la donna.
«Mi devi chiamare eccellenza barone!»
«Ah, un binomio», rispose la donna, «sarà fatto eccellenza barone».
«E poi», riprese il barone, «chi ti ha detto che io devo lavorare? Secondo te io, un nobile, devo lavorare? Ma quando mai i nobili hanno lavorato? Se io dovessi mettermi a lavorare perderei immediatamente il mio baronato, il mio blasone. Ci sono aristocratici che hanno perso la nobiltà perché caduti in disgrazia si son messi a lavorare. Mai sia lavorare!
«Ma», chiese Rosetta, «il lavoro non nobilita? Non fa diventare nobili?»
«Ma quando mai», rispose don Ciccio barone di Cartun, «la nobiltà non discende dal lavoro, anzi più lavori e meno nobile sei. Noi nobili siamo tali perché discendiamo dai nostri antenati di sangue blu. Noi non diamo conto nemmeno al Padreterno e siamo esenti dal lavorare. Per esempio quando io vedo una carta per terra qui nel portone cosa ti dico?».
«E cosa mi dite», rispose la donna, «mi dite Rosetta raccogli quella carta».
«Giustissimo perché io, barone di Cartun, non mi devo nemmeno piegare e fare lo sforzo per raccogliere la carta per terra, ossia lavorare. E chiaro?»
«Chiarissimo eccellenza barone», rispose la donna.
«Bene! Ma tu Rosetta perché mi hai fatto la domanda secondo cui io stamattina dovrei andare a lavorare all’Università?»
«Perché l’ho letto sul giornale di oggi», rispose la donna mostrandogli il quotidiano, «c’è scritto che certi baroni che fanno i professori all’Università, stamattina hanno un riunione di lavoro».
«Ah, adesso ho capito, Rosetta», disse don Ciccio spiegando, «non siamo noi baroni che lavoriamo nell’Università, ma sono certi professori dell’Ateneo che credono di essere baroni, è diverso. Questi professori sono signori, ma non baroni anche se si atteggiano a tali. Infatti quando camminano gonfiano il petto assumendo un’aria distaccata e aristocratica, hanno la testa che guarda solo in avanti, dietro di loro vi è un codazzo di portaborse. Insomma assumono modi e atteggiamenti che noi impariamo fin da piccoli dai nostri maestri d’educazione, portamento e galateo. Al massimo possono essere dei chiarissimi professori, e sai perché?» chiese il barone a Rosetta.
«No, perché?» domandò la portinaia.
«Sono chiarissimi perché tutte le sere», spiegò don Ciccio barone di Cartun, «si mettono sotto il lampadario per illuminare, nutrire e chiarire il loro cervello così da aumentare il livello di scienza e coscienza».
«Ma voi vedete!», disse sorpresa la donna, «quante cose sapete, eccellenza barone!»
«E non è finita, perché poi ci sono anche gli amplissimi professori che sono superiori a tutti i chiarissimi. Puoi dunque capire che quando i chiarissimi e gli amplissimi professori, si riuniscono in conclave, si viene a produrre una luce molto abbagliante, una luce che acceca, cosicché dal buio assoluto viene eletto il Magnifico!»
«E da quel che ho capito voi non siete un Magnifico», disse Rosetta.
«Assolutamente no!» rispose il barone, «così come ti sia chiaro che nessuno di essi sarà mai un vero barone, nessuno di essi sarà mai una eccellenza».
«Come le scamorze?» chiese Rosetta
«Le scamorze? E cosa c’entrano adesso le scamorze», chiese a sua volta don Ciccio barone di Cartun alla donna.
«C’entrano eccome eccellenza barone» replicò la cameriera, «proprio ieri sera in televisione al telegiornale hanno detto che le scamorze sono una eccellenza dei nostri prodotti alimentari».
«Ma tu vedi», disse borbottando il barone uscendo dal portone, «io, don Ciccio barone di Cartun, paragonato ad una scamorza da una cameriera. Era meglio prima, quando raccoglievo cartoni, almeno ero più rispettato!
Il commerciante lavorò per circa quarant’anni e, prima di andare in pensione fu onorato da quel tal Presidente della Repubblica

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