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Una mattina come tante, di un giorno come tanti. Carlo aprì lentamente le imposte della finestra che dava sul mare e trattenne a stento un’esclamazione. Abitava in quella casa da oltre quarant’anni ma ogni volta era come la prima volta: lo spettacolo che si offriva ai suoi occhi toglieva il fiato, lo lasciava attonito, stupito da tanto splendore.

Cosa ci poteva essere al mondo di più bello? La superficie d’acqua era piatta come uno specchio traslucido, e all’orizzonte le prime luci dell’alba iniziavano a disegnare strisce di luce rosata sull’argento levigato del mare, che non sembrava turbato da null’altro che dalla propria grandiosità.
«Aurora dalle dita di rosa…» disse piano Carlo, parlando a se stesso, come faceva ogni tanto da un po’ di tempo. Citava Omero a memoria e guardava inebriato quello spazio immenso, che ad ogni istante cambiava luce e colore. Certe mattine, ancor prima che arrivasse la primavera, gli sembrava che il mare riflettesse i suoi sentimenti e le sue emozioni, oppure era lui che assumeva le stesse sembianze di quella superficie d’acqua che aveva costantemente davanti? Non sapeva dirlo. Di sicuro in quel momento si sentiva calmo e sereno, assetato d’infinito e di vasti orizzonti, luminoso e splendente come la striscia di luce che in lontananza diventava sempre più intensa e sfumava dal rosa all’azzurro tenue, annegando voluttuosamente nell’acqua liscia e specchiata.

Non si stancava di stare lì a guardare, con i gomiti appoggiati sul davanzale di pietra, trattenendo anche il respiro per non turbare la magìa di quel momento. Tutto era fermo, perfettamente immobile nell’aria sospesa: non un rumore nella strada, neanche il passaggio di una macchina o di un camminatore solitario, nessun attraversamento di uomini o animali. Le foglie degli alberi, ferme come in un incantesimo, cominciavano appena a schiarirsi d’argento nella prima timida luce del mattino.

In lontananza, solo un leggero movimento di gabbiani che tagliavano il cielo con movenze eleganti e ritmate, incuranti di tutto. «Non so dove i gabbiani/ abbiano il nido,/ ove trovino pace./ Io son come loro/ in perpetuo volo./ La vita la sfioro/ com’essi l’acqua ad/ acciuffare il cibo./ E come forse anch’essi/ amo la quiete,/ la gran quiete marina,/ ma il mio destino è/ vivere/ balenando in burrasca». Quei versi di Cardarelli gli venivano spesso in mente quand’era affacciato alla finestra, e poi ricordava quelli di Baudelaire: «Spesso, per divertirsi, le ciurme/ catturano degli albatri, grandi uccelli marini,/ che seguono, compagni di viaggio pigri,/ il veliero che scivola sugli amari abissi. / E li hanno appena deposti sul ponte,/ che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,/ abbandonano malinconicamente le grandi ali candide/ come remi ai loro fianchi».
Così si sentiva lui: a volte come il gabbiano di Cardarelli, in perpetuo volo, a volte come l’albatro di Baudelaire, goffo e schernito dai marinai quando toccava terra, tanto da non riuscire a camminare «per le sue ali di gigante».

Rammentava le parole di sua madre: «Carlo, non fantasticare troppo! Lascia perdere la poesia, pensa alla vita pratica, altrimenti resterai sempre un sognatore inconcludente». Quelle frasi antiche pesavano nella sua mente come un macigno, perché era tutto vero, sua madre aveva visto giusto, cogliendo fin dall’esordio la natura contemplativa del figlio. Eppure non poteva farci niente, era fatto così e non poteva cambiare, meno che mai adesso che aveva più di ottant’anni; ma ora, più di prima, sentiva risuonare dentro di sé le parole affettuose dei suoi genitori, le cui ossa da tempo riposavano nella terra natale, a Torino.

Terra natale per chi? Solo per suo padre, in realtà. Sua madre era fiorentina, mentre lui era nato a Parigi, negli anni difficili dell’esilio, quando la sua famiglia aveva cercato scampo allontanandosi dall’Italia, legandosi ad altre famiglie di antifascisti. Si era sentito sempre un apolide, portatore di tante culture e abitante di tante città, fino a che non era approdato a Bari, dove aveva scelto di vivere per sempre. L’occasione era stata l’incarico di docenza universitaria, e in principio non l’aveva presa bene, abituato com’era ai grandi spazi di Torino, ai viali immensi di Parigi. Poi, si era legato a quel luogo scoprendo la luce del cielo, il biancore assoluto delle cattedrali romaniche, l’accoglienza della gente. E soprattutto, il mare.

La vastità del mare compensava l’assenza della metropoli, il silenzio del paesaggio marino lo appagava più del rumore intenso delle grandi città, e lo faceva sentire bene.

All’inizio, aveva preso in affitto quel grande appartamento sul lungomare, per un colpo di fortuna. Un po’ troppo ampio per lui, certo, ma il panorama dalle finestre era splendido, e il proprietario aveva fretta di trovare un inquilino, com’è che diceva? affidabile e referenziato, sì. Un docente universitario era il meglio che potesse chiedere, dava anche prestigio al palazzo, e così aveva insistito per convincerlo, offrendogli un buon prezzo. Carlo era entrato un po’ titubante in quel maestoso edificio, intimidito dal grande portone e dai decori liberty sui balconi, poi aveva finito con l’affezionarsi alla casa, che forse per certi aspetti gli ricordava la sua infanzia a Parigi, e aveva deciso di acquistarla. Lo facevano ridere i baresi, quando ripetevano come un ritornello la loro frase preferita: «Se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari…» L’umorismo di quella gente era proverbiale, sapevano prendere tutto con allegria, condita con un pizzico di fatalismo, e poi amavano stare sempre in gruppo. Rispettavano però il suo riserbo, la sua naturale ritrosìa: abituati a una tradizione millenaria di accoglienza e di mescolanze di popoli venuti dal mare, accettavano lo straniero con spontaneo slancio, senza farsi troppe domande. Straniero? Beh, sì, un po’ si sentiva straniero, ma era più che altro una sua sensazione, forse derivava dall’imprinting dei suoi avi, da ciò che suo padre scherzosamente chiamava «austerità sabauda».

All’università, nel prestigioso ateneo di fine Ottocento che ospitava la facoltà di lettere e filosofia, si era ritagliato una nicchia: gli studenti si affacciavano con timore reverenziale alla porta della sua stanza, nell’istituto di letteratura italiana, pieno zeppo di libri antichi e specialistici, e lui li riceveva con stile rigoroso e sobrio, privo di inutili orpelli. Discuteva con loro di Dante e di Petrarca, Leopardi, Manzoni… ma gli studi danteschi erano sempre stati i suoi preferiti. La Divina Commedia, la Vita Nova, la critica letteraria: tutto ciò che riguardava Dante era il suo pane quotidiano.

Ai ragazzi piaceva, restavano ad ascoltarlo estasiati, pendendo dalle sue labbra, prendendo appunti meticolosi, facendo domande circostanziate.
Eppure, anche quel tempo che sembrava infinito era passato. Ora, da quando era andato in pensione, gli mancava la processione di giovani gentili e appassionati che parlavano dei loro studi con entusiasmo, la visita di ragazze che s’impigliavano nella tesi di laurea e lo guardavano smarrite cercando chiarimenti e notizie.

Quanto tempo ancora aveva davanti? «Finito il tempo che daranno a te gli dei…» «Venuto a sera del viver che daranno a te le stelle…» Sì, sentiva avvicinarsi il momento dei bilanci finali, l’ultima fase della sua vita. La salute era ancora buona e il corpo manteneva parte del suo vigore, ma il passare degli anni lo faceva riflettere sull’inevitabile passare delle stagioni. Innumerevoli volte aveva visto l’arrivo della primavera sul mare, la luce che squarciava l’orizzonte come in quella mattina precoce di febbraio, e poi lo splendore d’incendio dell’estate, l’afa che bruciava le foglie, la dolcezza mite dell’autunno, il soffio gelido dell’inverno.

Il suo inverno stava arrivando, era già arrivato a imbiancargli i capelli, e ora s’infilava subdolo nelle sue ossa, con uno scricchiolìo sinistro che denunciava il peso e la fatica degli anni. Quante volte avrebbe ancora visto il sole del mattino sul mare nell’aria profumata di effluvi primaverili, le barche dei pescatori che uscivano lente preparandosi al tripudio di fiori della festa patronale, i bambini che correvano al sole inseguendo gli aquiloni? Il conto del tempo, la fredda successione dei giorni sul calendario non poteva sbagliare: forse sarebbe vissuto altri cinque o dieci anni, arrivare a novanta poteva essere un bel traguardo, ma chi poteva dirlo?

Intanto, in alcuni momenti avvertiva l’ansia di chiudere tutto ciò che aveva lasciato in sospeso, di andare a trovare le persone che non vedeva da tempo, di sistemare le faccende ancora aperte per poter dire che tutto era in ordine, che poteva andar via con leggerezza, con la coscienza di non aver trascurato nulla.

Un miagolio discreto lo riscosse dai troppi pensieri: non ci fu bisogno di girarsi, Ulisse era già accanto a lui che si strusciava col muso sulla sua spalla, per ricordargli che era ora di far colazione.

Carlo sorrise e richiuse piano la finestra, per andare a riempire la ciotola del suo fedelissimo amico. Aveva avuto molti gatti e a tutti aveva dato nomi del mondo classico: il primo era stato Orazio, poi era arrivato Cesare, e da un po’ di tempo condivideva la sua vita con questo bizzarro felino che aveva chiamato come l’eroe dell’Odissea. In effetti gli sembrava proprio che il nome calzasse a pennello (Nomen omen…), perché Ulisse scappava spesso dai balconi e dalle finestre aperte, si lanciava in ardite esplorazioni nei terrazzi dei vicini e nei cortili condominiali, e poi tornava a casa dopo chissà quali scorribande. Scorribande amorose, pensava Carlo, perché il cibo non gli mancava certo, né tutte le comodità che un padrone attento come lui poteva fornirgli. Di solito usciva verso mezzogiorno e poi rientrava a pomeriggio inoltrato, in tempo per gustarsi la sua razione di croccantini: una volta o due era stato fuori anche la notte, e Carlo aveva spiato con ansia il suo ritorno, temendo che gli fosse successo qualcosa o che l’avessero rapito. Sì, entrambe le ipotesi erano possibili: ogni tanto nel vicinato c’erano guerre tra gatti, e i più deboli rischiavano di soccombere.

Oppure, qualcuno poteva aver deciso di portarlo via con sè, incantato dalla bellezza magnetica dei suoi occhi verdi e dalla morbidezza del suo pelo folto. Ulisse comunque era agile e forte, sapeva saltare al momento opportuno dileguandosi nei posti più impensati, e poi ritrovava sempre la strada per tornare alla sua Itaca. Aveva uno sguardo fiero e penetrante, ma quando decideva di ignorarti diventava impenetrabile come una sfinge, di cui assumeva anche le pose ieratiche, seduto come una statua sul tappeto. Le sue antenne però erano sensibilissime, e sapeva cogliere al volo sia il ronzio di una mosca in lontananza, sia le malinconie e i momenti tristi del suo padrone. Da tempo Carlo sapeva di poter contare sul suo gatto per una sorta di empatìa: se capitava una malattia o un semplice malessere, Ulisse lo percepiva immediatamente, veniva a sdraiarsi accanto a lui e a fargli le fusa, senza reclamare neanche il cibo, così, solo per stargli vicino e fargli sentire la sua presenza affettuosa. In quelle occasioni, Carlo affondava le dita nella sua pelliccia, ammirando ogni volta con rinnovato stupore i disegni simmetrici ed eleganti delle striature di colore disposte sul muso e sulla schiena, la linea perfetta delle orecchie e il taglio degli occhi, contornati da righe scure che sembravano tracciate da un esperto truccatore. Restavano così a lungo, qualche volta si addormentavano entrambi sul divano, finchè Ulisse non decideva che bastava, si stiracchiava con un movimento arcuato della schiena e poi saltava giù con un balzo leggero e flessuoso.

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