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Il test è rapido, sicuro, assolutamente attendibile. Così le avevano detto, nessuno spazio a dubbi, quindi (che poi alla sua età erano più che legittimi ).
Allora bisognava fare solo una cosa, una cosa però che non aveva mai fatto: aspettare, magari cercando di tirare su quanta più aria possibile, aprire i polmoni e accoglierla e pensare al privilegio di essere vivi, per dirla con quel filosofo raffinato dell'imperatore Marco Aurelio.
Un atto sovraumano per lei: un ariete ascendente ariete! Silvia, nata il 18 di aprile non si era mai fermata anche solo per riannodare i capelli. Un ariete è tracotante, irruento, impulsivo, attaccabrighe, tutto votato alla immediatezza, senza vuoti, senza attese, senza incipit. Eppure quel giorno doveva aspettare, anzi imparare ad aspettare e lo doveva fare il più in fretta possibile anche se i minuti passavano lenti e i pochi anni di vita scivolavano via senza fretta e rivedeva luoghi, amici, affetti in sfocate istantanee in cui tutti sembravano felici di essere lì, proprio in quel momento, immobili e, loro sì, capaci di aspettare.
Gli occhi bistrati e mai ripuliti da giorni, cominciavano a farsi pesanti (erano notti che dormiva poco e male) poi a un tratto sentì arrivare un torpore sospetto e inaspettato «e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti, dormire, forse sognare »...
Difficile trovare la quiete, che pure le avrebbe smussato la coscienza di quel tanto attendere, né Shakespeare, che tanto amava, sciolse il groviglio di mille e più paure che tormentavano il suo cuore. Anzi. Il quel dormiveglia così improvviso sentì, semplicemente, sempre più forte, dentro di sé, una inconsapevole tensione verso qualcosa di grande e inimmaginabile.
Non amava voltarsi indietro, ma quel pomeriggio si ritrovò, travolta da quell' oscura semicoscienza che precede il sonno, indietro nel tempo, in quel lontano 12 settembre 2015, quando lo vide per la prima volta seduto davanti a sé, in un' aula pittata di fresco contraddistinta dal gran cartello «I A».
Riccardo profumava di vita, di una primavera mai vissuta, ma in quei cinque lunghi anni di liceo non fecero che detestarsi. Silvia non lo aveva mollato neanche un po', da buon ariete, ma Riccardo correva, correva sempre. Forse non volle mai vederla. Cosi' le passaro davanti i giorni trascorsi in quel dannato liceo, belli o forse orribili, come una pandemia interminabile.
Rivide, non senza un fremito, gli esami di maturità, sì, proprio quelli con la mascherina. «Il maturo è chi è pronto per... E' la qualità di una fase della giovinezza in cui si raggiunge la pienezza. Dopo si cresce e si rappezza con il sapere e il denaro un potere fisico e mentale che piano piano scivola via. La maturità è un attimo, è un'ora della mattina. Ovviamente non può essere una compiutezza personale : quella non si ha nemmeno in punto di morte». Il prof di scienze lo aveva ripetuto centinaia di volte e quelle parole rimbombavano nella sua testa fino a farle male. Riecheggiavano a ritmo incessante, incomprensibili ai giovani studenti. Piccolo di statura, durante le lezioni di chimica, pareva la guardasse negli occhi come chi vuole, anzi pretende, di scoprire l'inconffesabile. Spesso ci azzeccava (sull'inconfessabile) e dai suoi studenti riusciva a tirar fuori di tutto, senza mai giudicare. Silvia aveva avuto sempre timore proprio per quel suo vedere oltre, non certo per i suoi giudizi scolastici sempre fin troppo lusinghieri e ricchi di sante parole per ogni suo alunno. Rivide, in un fotogramma assai nitido, anche la prof di matematica, ben addobbata con vecchi monili al collo, alle dita, ai lobi, che continuava a disegnare, su un foglio a quadretti, con linee sempre più nette una sorta di rettangolo nel rettangolo, sempre più piccolo, sempre più millimetrico. Silvia non potè non farci caso, così proprio nel momento in cui i suoi occhi virarono su quello che lei credeva essere un semplice scarabocchio ormai nero pece, la prof ne tratteggiò accanto un altro rovesciato sul lato minore, girò il foglio verso Silvia e chiese perentoria: «Cara Silvia, conosci il rettangolo più bello del mondo, detto appunto Aureo, ci sai dire qualcosa?».
Quell'istante, incastonato nel sonno come una perla preziosa, fu per Silvia rivivere una emozione intensa e un fremito attraversò il suo corpo. Poi si ritrovò a riconoscere quello come l' attimo più lungo della sua vita, mosse le mani nervosamente, e si risistemò sulla vecchia poltrona a voler ricominciare da quell'incantesimo che la riportava indietro di mesi.
Era seduta davanti al «plotone», come avevano preso a chiamare i prof sistemati a semicerchio, l'uno ben distante dall'altro, a debita distanza e di colpo le vennero in mente quelle inutili tessere ricevute in un supermercato che sua madre tanto detestava e che aveva ritrovato mettendo ordine in una vecchia e logora Gucci falsissima. Prima di buttarle, tuonando contro i falsi miti borghesi, le pose solo per un attimo una accanto all'altra e farfugliò qualcosa che aveva a che fare con la bellezza infinita dell' Universo. «E' il miracolo dell'armonia - rispose impavida Silvia guardando dritto negli occhi il prof seduto al centro dell' aula , ripetendo con le stesse pause quello che aveva detto sua madre ripensando forse a una vecchia lezione di matematica da lei tenuta in uno sperduto liceo di provincia -. E' una figura bellissima: è un fiocco di neve, una stella della galassia, un girasole impettito. A noi basta tracciare una diagonale che passi tra due rettangoli e tutto diventa replicabile all'infinito ». Non ci fu tempo per Silvia di pensare all'amore che provava per sua madre e a quella strana coincidenza che nessun indovino avrebbe mai potuto presagire. La prof di italiano, in modo più scontato, senza troppo interesse, aggiunse: «Hai citato i girasoli, ricordi i versi immortali 'Portami il girasole/impazzito di luce'. Sai dirmi di chi sono, sai darne una spiegazione coerente?».
Il volto di Silvia si fece meno contratto e una smorfia ma forse un sorriso si aprì al mondo.
“ E' l'invocazione alla luce – rispose Silvia - il girasole è in armonia con il moto della stella più fulgida di cui diviene simbolo nello stesso colore, un messaggero del sole, il cui splendore si attenua nei teneri petali del fiore. E' uscire dalle tenebre, rivivere, la possibilità di uno sguardo oltre che lascia il passo a una se pur flebile speranza. Anche Montale, il grande poeta dell'assenza – concluse - anela, cerca, brama”. Tutto era compiuto. Silvia in quell'attimo si sentì come chi avesse dato da mangiare a migliaia di donne e uomini, col miracolo dei pani e dei pesci. Tutto era gioia, bellezza e la folla festante inneggiava al suo Messia. Anche il sonno si fece più tranquillo, quasi indolore. Si rivide uscire di corsa dall'aula con la netta sensazione che qualcosa di magico e meraviglioso l'aspettava. Appena fuori, lo riconobbe fra decine di ragazzi assiepati, lui le tese la mano e da quel giorno cominciaro ad amarsi, perdutamente. Il suono del cellulare ruppe l'incantesimo e Silvia, madida di sudore, col cuore in gola, riaprì gli occhi e sentì dentro di sé svelarsi tutto l'arcano della vita.
E adesso cosa le riservava la vita, quel test che cosa avrebbe rivelato? Il cuore batteva forte, poi sembrava fermarsi, poi accelerava, poi ricompariva come l'eco lontana di un urlo inatteso. Io aspetto, tu aspetti, egli aspetta. “ Un pasticcio ”: aveva sentenziato l'amica che tutto sapeva di lei. “ Un pasticcio? Sei pazza, la vita non è mai un pasticcio ”, la replica di Silvia. C'era ancora da aspettare. Il dannato test non dava risposta, ma servivano pochi minuti ancora...
Natale era già un lontano ricordo e la gente rintanata in casa nulla sapeva di Silvia e di quella attesa, che rompeva il suo cuore. E Riccardo cosa faceva? Cosa pensava, ma più importante di tutto, l'amava veramente? Non c'era più tempo per le domande, né tantomeno per le risposte. Due linee nette cominciarono a far capolino sullo stick, il test non sbagliava, lo aveva detto il farmacista. Anche Silvia e un esserino piccolo piccolo adesso lo sapevano bene.

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