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Mariolino camminò a lungo su un sentiero di campagna finché giunse in un’ampia radura, delimitata da un semicerchio di ulivi secolari, piante di corbezzolo e alti arbusti di roverella. Al centro dello spiazzo, c’erano due sedie di legno verniciate di azzurro. Si accomodò e restò in attesa, respirando l’odore di felci e muschio che proveniva dal sottobosco.
Il brusìo alle sue spalle lo indusse a voltarsi.
Si era radunata una piccola folla.
«E voi chi sareste?» chiese.
«Ti abbiamo riconosciuto!» gridò qualcuno.
«Vogliamo ringraziarti delle tante emozioni che ci hai donato!» si udì dal centro del gruppo. Molti indossavano la casacca dell’Inter con il numero undici, ma non mancavano quelli con le magliette di altre squadre.
Si avvicinarono due di loro, un uomo e una donna, entrambi sugli ottant’anni, che si tenevano per mano.
«Noi eravamo a San Siro il 12 maggio del 1965» ricordò l’uomo. «Ti rammenti di quella giornata? Semifinale della Coppa dei Campioni col Liverpool! In Inghilterra avevamo perso per tre a uno. E a Milano vincemmo per tre a zero. Prima segnasti tu con un goal alla tua maniera, poi Peirò diede un’altra sberla agli inglesi e alla fine Facchetti li seppellì». Così dicendo rivolse uno sguardo alla donna, che ricambiò con un sorriso. «Era il nostro primo appuntamento, sai… Quando la tua punizione “a foglia morta” si infilò sotto la traversa ci ritrovammo abbracciati e ci scambiammo il nostro primo bacio».
Tutti raggiunsero Mariolino e vollero dimostrargli il loro affetto. Molti presero a descrivere le altre sue imprese e lui aggiungeva ai loro racconti aneddoti mai rivelati prima.
«Ero un anarcoide, per questo piacevo molto al pubblico di sinistra. Anni di grandi fermenti, quelli! Ve lo ricordate il Sessantotto? Tutti ci battevamo contro le ingiustizie, quelle dei massimi sistemi e anche quelle che ci toccavano più da vicino».
«Come la tua mancata convocazione al Mondiale in Cile» ricordò un arzillo settantenne con la casacca del Bari.
«Già! Il commissario tecnico della Nazionale mi ignorò, così quando mi capitò di segnare un gran goal in un’amichevole, sapendo che lui era in tribuna gli feci il gesto dell’ombrello».
Un ragazzo chiese al padre il significato di quelle ultime parole ma il genitore glissò.
«Il mio idolo era Omar Sivori. Per omaggiarlo, portavo i calzettoni alle caviglie come lui. Però quando lo incontrai in campo gli feci un tunnel. Non ero tipo da smancerie».
«Me’, e allora? È giusto così… Il gioco è gioco!» commentò una signora occhialuta e coi capelli biondo platino.
«La persona che soffrivo di più era il mio allenatore, che tutti chiamavano “il Mago”. Una fama esagerata, la sua. Durante la partita, non era capace di impartirci le giuste direttive. Se c’era un problema in campo, a risolverlo ci pensava Picchi, il nostro libero».
Un tipo in tuta sportiva e scarpette da footing domandò: «E perché non andavi d’accordo con Herrera?».
«Era uno pieno di sé» si giustificò il calciatore stringendosi nelle spalle. «Prima di ogni incontro, negli spogliatoi ci impartiva sempre il suo fervorino. Ci ripeteva che eravamo i più forti, che eravamo invincibili, questo e quest’altro. Una volta ci disse che la vittoria era assicurata, così io gli chiesi che cosa ne pensassero nello spogliatoio accanto, e tutti risero».
Un uomo barbuto che indossava la maglia del Milan si fece avanti. «Eri un tantino provocatore, ammettilo!» azzardò per stuzzicare Mariolino.
«Sono sempre stato un po’ irriverente, ecco tutto. E poi quando Herrera parlava era una gran fatica capirlo. Ci voleva una pattuglia di traduttori: il suo era un minestrone di italiano, francese, inglese e spagnolo. E siccome non comprendeva il dialetto della mia terra d’orgine, quando ci impartiva le sue disposizioni gli dicevo “Tasi, mona!” sicuro di restare impunito».
«Il Mago però doveva aver sgamato qualcosa, perché chiedeva ogni anno al presidente Moratti di cederti a un’altra squadra!» osservò un tifoso vestito di tutto punto con la divisa dell’Inter.
«È vero, ma la signora Moratti diceva che se c’ero io in campo si divertiva di più».
«Te la ricordi quella gara persa in Germania per sette a uno?» chiese lo stesso tifoso.
«Non fu mica una partita quella lì, ma uno scontro armato! Nel finale tirai una pedata…».
La bionda con gli occhiali intervenne di nuovo: «Me’, e allora? Non è così che si gioca?».
«Gentile signora, il calcio non lo tirai al pallone, ma all’arbitro».
Le risate dei presenti crearono una gran confusione.
«Che cos’è questo trambusto?» tuonò qualcuno alle spalle di Mariolino.
Era San Pietro.
«Andiamo, sgomberate!» ordinò spazzando l’aria con la mano. «Gli assembramenti sono vietati, per solidarietà col mondo di laggiù» borbottò.
Tutti tacquero e si imboscarono fra gli alberi.
Il santo, con un gran barbone dai riflessi celestini, avanzò aiutandosi con un bastone, intorno al quale era attorcigliato un rametto di glicine. «Nome, cognome e data della dipartita!» scandì senza perdersi in convenevoli, mentre si accomodava di fronte al calciatore.
«Mariolino Corso. 20 giugno 2020».
«Che cos’hai fatto nella tua vita?».
«Ho giocato a calcio».
«Nel tempo libero, immagino. Ma qual era il tuo mestiere?».
«Proprio quello, Santità! Mi pagavano per giocare».
«Mmm… Potresti spiegarmi di che si tratta?».
«Ecco, assieme ad altri ventuno uomini in mutande correvo appresso a un pallone».
«Era una punizione per qualche furfanteria?».
«Ma no, era per divertimento. E attorno a noialtri c’erano cinquantamila persone a vederci giocare».
«Costrette a guardarvi per punizione?».
«Macché! Si divertivano anche loro, al punto che sborsavano soldi per ammirarci».
«Faccenda davvero curiosa! E se qualcuno raggiungeva il pallone, che ne faceva?».
«Gli tirava una pedata, se possibile cercando di infilarlo in una rete. Io ci riuscivo spesso. Colpivo con tocco sapiente, da sotto e con l’interno del piede sinistro, così la palla partiva con una traiettoria di tiro ascendente, come destinata ad andare fuori campo, e poi all’improvviso si arrestava nell’aria, ondeggiava e infine planava nella rete, sotto l’incrocio dei pali. La parabola era definita “a foglia morta” e io ne ero il più celebre interprete».
«E tutto finiva lì?».
«Ma no, era proprio allora che veniva il bello. I compagni di squadra mi abbracciavano e gli spettatori esultavano!».
San Pietro sgranò gli occhi. «E tutto questo solo perché eri riuscito a infilare una palla in una rete?» domandò sempre più disorientato.
«A dirla così sembra una cosa da niente, ma era la notizia più importante del giorno».
«Mi hai incuriosito… Potresti farmi vedere come facevi? Così, tanto per capire».
Fu recuperato un malridotto pallone di cuoio dal Magazzino Celeste. Erano comparse le prime stelle, così il calciatore ne avvicinò quattro e creò una specie di porta.
«Miro sotto la stella in alto a destra» disse dopo avere sistemato con cura la sfera.
Mariolino calciò con sicurezza ma la palla andò verso la Luna.
«Purtroppo qui non c’è forza di gravità e la palla non scende» si giustificò.
«Mi sa che sei un contafrottole!».
«E invece sono un campione. Tanto per dire, Pelè una volta dichiarò che mi avrebbe voluto con sé nella nazionale del Brasile e Pasolini mi definì un extravagante poeta del calcio. E in quegli anni la concorrenza non era mica uno scherzo, tiravano pedate al pallone anche il golden boy e “Rombo di tuono”, scusate se è poco».
«E chi sarebbero mai?».
«Gianni Rivera e Gigi Riva. Quella era un’epoca di grandi talenti e trovare posto in Nazionale era molto più difficile di adesso. Perciò giocare tra gli Azzurri era il traguardo sognato da tutti». Il calciatore prelevò qualcosa dal suo portafoglio. «Ecco, questo sono io a trent’anni, con la maglia dell’Italia» disse mostrando una piccola foto in bianco e nero.
San Pietro squadrò ben bene l’immagine e inarcò un sopracciglio. «Mmm… Non avevi l’aspetto di un atleta» giudicò perplesso. «Avevi la pancetta e gli occhi con le palpebre abbassate per metà. Sembravi un impiegato di banca, e nemmeno di quelli vispi» soggiunse.
«Però in campo le mie prodezze strappavano applausi. Giocavo solo col sinistro, ma lo sapevo usare bene. I tifosi dicevano che il mio era il piede sinistro di Dio».
«Che cosa mi tocca sentire!».
«Oh, non volevo contrariarvi, Santità! Ora spero di non essermi giocato il Paradiso».
«Mmm… No, stai tranquillo. Vieni con me, facciamo due passi».
Si incamminarono verso un sentiero in leggera salita, delimitato da muretti a secco e disseminato di cespugli fruttescenti, viole mammole e anemoni gialli.
«Le cose non sono come te le immagini, figliolo» mormorò il santo.
«Non capisco».
«A decidere sulla tua destinazione sarai tu. È così che funziona, per tutti».
«Ah, bene! Ma allora… A che vale vivere con rettitudine?».
Il santo sospirò. «Immagino che sceglierai il Paradiso» disse poggiando il bastone in terra per superare un piccolo avallamento. «Ebbene, devi sapere che la luce e la musica di quel luogo, se non ne sei degno, per te si riveleranno buio e fracasso: non sarebbe il Paradiso a chiuderti le porte, ma tu a dileguarti come una lucertola».
«Oh, io credo di meritarmi il Paradiso, eccome! Quando segnavo un goal tutti si abbracciavano e dimenticavano i loro affanni. Col mio talento e le mie giocate, ho dispensato gioia in mille occasioni».
Il santo sorrise al calciatore. «Bene, è giusto tenere ciò in gran conto. Allora abbi fiducia e prosegui pure da solo. Ora è tempo che io torni indietro».
I due si salutarono con un abbraccio.
Mariolino riprese a camminare con passo sicuro e senza incertezze, perché a ogni bivio un denso sciame di lucciole gli indicava la strada, illuminando colonie di gerbere che si sperdevano verso un lontano chiarore.

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