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Non ricordo, e forse non ho mai saputo, quale fosse il suo nome. Lo chiamerò Nino: perché un nome inventato è pur meglio di nessun nome; perché i senza nome restano per sempre senza memoria, fuori della storia. E qui invece siamo per raccontarla, una storia, per farla esistere.
Ho bene in mente invece il suo aspetto: tozzo e massiccio, non troppo alto, mani forti, grande testa biondo-rossastra, carnagione chiara disseminata di efelidi. Parlava con tutta la durezza scabrosa dell’idioma popolare barese.

Nino era matto. Non so se qualcuno me lo disse o se me ne resi conto da solo; attraversavo la fine della fanciullezza, allorquando si incomincia a riflettere con maggiore profondità; il che mi porta al passaggio fra anni ’50 e ’60. Nella mia memoria, che ricalca quella del bambino cresciuto di allora, egli poteva avere fra i 25 e i 40 anni. Il fatto che a Nino non funzionassero tutte le rotelle l’avevo notato innanzitutto dal saluto mattutino che ci impartiva quotidianamente volenti o nolenti. Di buonora il silenzio della strada sotto casa era rotto subitamente da una voce che urlava a squarciagola mentre Nino sfrecciava allegramente sulla bicicletta lungo via Abate Giacinto Gimma – la nostra strada, appunto – in direzione dal quartiere Libertà verso il Centro. Nei primi tempi accorrevo al balcone per vederlo passare, poi ci feci l’abitudine e mi bastava sentire la sua solita chiamata seguita da ripetute energiche scampanellate.

Pedalando a tutta birra urlava una frase incomprensibile ma con accento inconfondibilmente dialettale, sempre la stessa, allorquando gli capitava di incrociare qualche pedone avanzante sul marciapiede. Il tono era strafottente e cimentatore, la reazione del passante era di sorpresa – con l’espressione che si disegna sul volto di chi assista a una scena strana e un po’ folle – o di risata ironica, da parte di chi lo conosceva; e non dovevano essere in pochi a conoscerlo, come succede per i matti del quartiere o del paese, personaggi stravaganti attorno ai quali si crea ben presto un alone di rinomanza e popolarità suscitatrice di lazzi.

Qualcuno addirittura si provava a rispondergli, o comunque a indirizzargli un battuta al volo, ma lui non se ne dava per inteso e tirava dritto, al massimo ribattendo con lo stesso grido, identico, ed ecco che era già via, lontano. Indossava sempre una giacca bianca, come quella dei gelatai ambulanti, per lo più spiegazzata ma non priva di una certa attrattiva agli occhi dei fanciulli. Né il suo mestiere, o mezzo per campare, era molto diverso da quello suddetto: il suo rumoroso passaggio lo conduceva al lavoro, se così si poteva definire; vendeva caramelle e gomme da masticare, disposte in una cassetta di legno che teneva attaccata al collo mediante una cinghia, come fanno le venditrici di sigarette che si vedono aggirarsi fra i tavolini dei night club nei film americani d’epoca; e così munito si piazzava a un angolo di strada con le spalle al muro.

La bicicletta, con la quale aveva trasportato la cassetta sistemata dietro il sellino, era appoggiata accanto a lui. In verità l’angolo di strada presso il quale lo vedevo stazionare di solito, e forse esclusivamente, era quello che unisce via Cairoli a corso Vittorio Emanuele II, dalla parte del palazzo comunale. Qui lanciava ogni tanto un richiamo professionale, rintuzzava stizzosamente qualche sfottò, sbarcava il lunario. Non rammento di aver mai visto nessuno fermarsi a comprare qualcosa da lui, ma qualcuno ci sarà stato. Che cosa poteva guadagnare da quel misero commercio? Era la sua unica e precaria fonte di sostentamento, oppure aggiungeva quel poco ai ristretti mezzi coi quali un familiare o convivente s’ingegnava a sostentarlo? La traiettoria della sua corsa vociante sulle due ruote indicava la provenienza dello strampalato caramellaio dall’universo – vasto e, per un “murattiano” come me, sommerso – del rione Libertà, peraltro vicinissimo ma raramente da me percorso in quel tempo, l’ “Africa” di sottani, bottegucce e monolocali brulicante di salariati, dettaglianti e disoccupati apparentemente rinchiusi in un immutabile presente senza prospettive, così vividamente descritta da Beppe Lopez in Capatosta.

A un certo momento, non so dire quando, mi misi in testa di capire che cosa urlasse Nino durante la pedalata mattiniera, che cosa significasse quel suo grido acuto e indecifrabile.

Cosicché aspettavo ansiosamente ogni giorno la sua esibizione sonora, cercando di acuminare l’udito e di far funzionare il cervello quasi per indovinare un rebus e risolvere un rompicapo; né mi veniva in testa di chiedere lumi o consiglio a chicchessia, in famiglia o nel vicinato, raccolto com’ero in una bolla autoreferenziale per cui certi interrogativi e certe fantasticherie appartenevano esclusivamente alla mia dimensione separata e privilegiata.

Dopo ripetuti ascolti, ragionamenti e dubbi, mi parve di capire in primo luogo – e questo a dire il vero fu il meno difficile – che la frase gridata fosse divisa in due parti staccate, sebbene pronunciate di seguito velocemente; che si trattasse cioè di due frasi: una sorta di botta e risposta con finale a rima. Mi sforzai quindi di discernere le singole parole, il cui legame sembrasse avere un senso purchessia. Giunsi alla conclusione che la trascrizione letterale delle due frasi non potesse essere che la seguente: la prima era una domanda, «Ste’ nudd’?», la seconda una riposta, «E non val’ nudd’!». Traduco per i non nativi: «C’è niente? – e non vali niente!». Questa è naturalmente la mia solitaria interpretazione, che un esperto di lingua e tradizione della baresità, leggendo la presente storia, potrebbe smentire e correggere.

In realtà, a ben pensarci, man mano che il tempo passava e la mia capacità di deduzione andava affinandosi, arrivavo a concludere che per spiegare le due frasi fosse necessario presupporne una terza, intermedia.
Nel dialogo con un ipotetico interlocutore, Nino domandava: «C’è niente per me, hai qualcosa da darmi?»; l’altro rispondeva di no, con tono beffardo e oltraggioso, al che Nino replicava: «E allora non vali niente, sei una nullità!».

Detto con l’essenzialità aggressiva e sferzante del motteggio barese.
Il grido ferito che Nino reiterava ossessivamente entrando nel quartiere borghese con indosso i panni di un Rosso Malpelo adulto, venditore girovago e quasi questuante, era l’estrema stilizzazione rituale di un battibecco in cui doveva essere incorso chissà quante volte, magari con parole diverse, ma che riproponeva una medesima e ricorrente situazione: Nino (e come lui chiunque avesse un bisogno) chiedeva un aiuto; l’altro glielo negava, più o meno seccamente, umiliandolo; l’orgoglio offeso spingeva allora il richiedente a infliggere un oltraggio a sua volta, stabilendo una comparazione non priva di acume e di sostanza morale: «chi non dà nulla non è nulla».
«Ste’ nudd’? - E non val’ nudd’!».

Dovevo essere ormai un adolescente quando Nino cessò di passare, e non lo vidi più al suo solito angolo di strada, né altrove. Ma non ci feci caso, mi dimenticai di lui. Altri pensieri, altre fantasie affollavano il mio presente di giovinetto curioso e meditativo.

Di tanto in tanto però me ne ricordavo, e tornavo a riflettere su quelle frasi, dandomi la spiegazione sempre più completa che ho riferito. Che cosa ne sia stato di Nino, non lo so.
Vive nel mio malfermo ricordo.

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