Martedì 26 Gennaio 2021 | 16:40

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La rubrica

Il poeta Nazariantz e Conversano

La casa del grande letterato in via Matteotti, i ricordi di un’epoca irripetibile

Il poeta Nazariantz e Conversano

In questo memorabile periodo di crisi, mi vengono in mente tratti della mia fanciullezza, che, pur vissuti nel dopo guerra, in ristrettezze economiche, sacrifici e privazioni, si illuminano, ancora oggi, di momenti di gioia e di calore umano, di cui ora sentiamo tanto bisogno. Quel periodo, da cui il nostro Paese riuscì a riscattarsi con grande senso di fratellanza e con la ferrea volontà di rimboccarsi le maniche per attuare la ricostruzione, oggi rappresenta un importante riferimento per continuare a mantenere accesa la speranza nel buon esito di questa triste pandemia da SARS Cov-2. Per i nostri giovani, che costituiscono il nostro patrimonio più importante per il futuro del nostro Paese, tale tratto di vita da noi vissuta in quel difficile momento storico, dovrebbe incoraggiarli a superare le incertezze della vita ed a procedere con fiducia verso il giorno che verrà. Tra i tanti tratti del mio passato, che mi piacerebbe raccontare uno per uno, in questo periodo natalizio è prevalso il ricordo di un grande vecchio, il poeta armeno Hrand Nazariantz, mio illustre vicino di casa, di cui ebbi l'onore di diventare amico.
Nell'ultimo periodo, trascorso a Conversano, Hrand Nazariantz abitava con la sua Maria Lucarelli, persona mite e buona, molto più giovane di lui, in via Matteotti, proprio di fronte a casa mia, in una abitazione offerta dal Comune, a poca distanza da piazza Aldo Moro.
Ero quindicenne, allora, e frequentavo il liceo. Mio padre commerciava in concimi e prodotti per l’agricoltura, proprio di fronte all'abitazione di Nazariantz. Intorno al locale, era sempre un capannello di agricoltori ed amici che si intrattenevano a parlare di colture agricole, di malattie delle piante o delle condizioni metereologiche favorevoli o meno per le piantagioni, ma anche di politica e di fatti che accadevano in città. Nazariantz non mancò di cercare di inserirsi tra loro e fu subito accoglienza, con il rispetto ed il riguardo che si riservava agli uomini di cultura.
Tutti ne parlavano: «U' Poèt, nu' cristien che ha passèt i guèie e che vèn da lontèn. Non ten chiù nodd, pavridd! Iè nu sant cristièn, intelligènt, che ha studièt e iè assaie annammurèt de l'Italia e de Cunversèn» ( Il poeta, un uomo che ha passato i guai e viene da lontano. Non ha più nulla, poveretto! È un brav'uomo ed ama l'Italia e Conversano). Quando iniziava a parlare, tutti tacevano per ascoltarlo e per cercare di conoscere qualcosa di più sul mistero che lo avvolgeva e sulla sua presenza in Conversano. Lui entrava volentieri negli argomenti di discussione, ma quando questi assumevano una natura politica, era solito ascoltare soltanto, restando silenzioso e con il mento poggiato sul petto e se si prolungava o si accendeva gli animi, decideva di lasciare la comitiva, salutando cordialmente tutti con la mano e con un sorriso. Mi è rimasta particolarmente impresso un suo intervento, una sera, giunta al momento opportuno nel folto capannello di agricoltori che si era formato davanti al negozio, a discutere animatamente di vitigni, di innesti e del problema della peronospera, con pareri discordanti o contrastanti, ai limiti della litigiosità: " Voi riuniti qui, per preparare la primavera di Conversano...! Conversano diventa ancora più bella grazie a voi...!».
ricordo molto bene che a queste sue parole, espresse con sapiente pacatezza ed in modo coinvolgente, accompagnate da una mimica magistrale, chiudendo gli occhi al momento di proferirne i tratti più salienti come "preparare" e "bella", ne seguì un silenzio, più prolungato del solito. Risaltava l'evidenza che tutti ne avevano compreso il senso: un elogio al proprio lavoro, un apprezzamento ai propri sacrifici, un omaggio alle proprie competenze... Parole che erano come poesia per ognuno di loro. E così, chi si stava infervorando nel parlare per sostenere il proprio sistema di potatura e chi sorrideva per una battuta del vicino, divennero seri e lo guardavano come commossi, tutto il gruppo sembrava essersi finalmente riunito in un'anima sola. Mio padre, persona molto affabile, entrò presto nelle sue simpatie ed in confidenza tale da comunicargli la sua preoccupazione nel vederlo con quel respiro corto e frequente, come se affetto da enfisema polmonare. Nonostante la evidente affezione cronica alle sue vie respiratorie, Nazariantz continuava a fumare intensamente, tanto che, ancora oggi, non riesco a ricordarlo senza la sua eterna sigaretta in mano. Parlava della campagna armena, Nazariantz, dei vitigni e delle colture del suo Paese, ma una volta, infervoratosi nel raccontare episodi della sua terra di origine, ricordo che fu costretto a fermarsi, improvvisamente, per un groppo alla gola che lui volle far passare per tosse, ma senza riuscirvi...
In quel periodo, pur frequentando la scuola, davo anche una mano ai miei nella loro attività commerciale ed agricola nei momenti più impegnativi, per aiutarli a sostenere il bilancio familiare. I contadini pagavano la merce quando potevano, spesso a raccolto concluso, salvo se compromesso dall'inclemenza metereologica. In tal caso, ci si stringeva la cinghia e si aspettava l'anno successivo, per rispetto nei confronti di chi aveva visto sfumare il risultato del duro lavoro nei campi, con il conseguente riflesso negativo sulle condizioni economiche familiari. A quei tempi, però, bastava ancora la parola o una stretta di mano per ottenere una garanzia certa di estinzione di un debito. Pur avendo attraversato quelle stagioni, non posso però negare di aver avuto un'adolescenza felice. Confesso che mi sarebbe piaciuto discutere di più con Nazariantz, ma ero molto preso dalla mia età e dai miei amici. Nei nostri momenti di dialogo, ricordo che mi chiese quale fosse il mio interesse principale negli studi. Non ebbi alcun dubbio: la fisica - dissi - anche se, poi, al termine del liceo, optai per Medicina. Mi chiese il perchè di questa scelta, gli risposi che "volevo cercare di giungere più vicino ai segreti dell'Infinito».
«È bello quello che hai detto - mi disse sorridendo - ma tu cerca di avvicinarti a quei segreti anche con la tua immaginazione. È nella immaginazione la tua prima grande forza, perchè è più veloce della luce, ti fa raggiungere, in un istante, universi che sarebbero altrimenti irraggiungibili... Ricordati: prova ad imparare ad intuire prima di ricercare...». Mi chiese anche della mia lettura del momento, i Malavoglia. «Ho conosciuto Giovanni Verga - mi disse - anzi, credo di avere un suo scritto da qualche parte, se lo trovo te lo farò leggere... Vieni a trovarmi quando vuoi».
Si affacciava nel nostro negozio quasi giornalmente, con il suo sorriso e sempre con quella sua sigaretta tra le mani. Era solito sedersi ad una sedia ed osservare i clienti che vi giungevano e, quando poteva, dialogava con mio padre, accettando le sue sigarette Alfa.
Dietro il negozio, c'era il resto della nostra casa, con la cucina separata solo da una porta, che spesso restava socchiusa, lasciando passare gli odori delle gustose vivande, che mia madre vi preparava. Nazariantz girava spesso il capo verso la porta semiaperta della cucina, come per percepirne meglio gli odori. Pian piano, maturai l'impressione, confermata poi da quella di mio padre, che lui e la sua compagna non si alimentassero a sufficienza. Un giorno c'era la neve ed eravamo nell'ultima settimana prima del Natale, le sue visite erano diventate più frequenti. Dalla porta della cucina giungevano aromi di ogni delizia: zeppole, pettole, biscotticchi, cartellate...
Eravamo ormai solo a qualche giorno prima di Natale e nevicava intensamente quando Nazariantz raggiunse il nostro negozio con la sua compagna, sul tardi, poco prima della chiusura per il pranzo. Mia madre aveva quasi approntata la tavola, di là in cucina, mentre la porta che dava nel negozio era rimasta semiaperta e vi passava un odore di ragù, prossimo alla cottura al punto giusto, con fuoco lento e con tutti gli aromi sapientemente combinati. Un profumo diventato ormai irresistibile... Ricordo che Nazariantz sembrava come emozionato, quando decise di chiedere a mio padre se gli prestava del pane poichè il negozio di generi alimentari era già chiuso. Non lo avevo mai sentito chiedere qualcosa e credo che non lo abbia più fatto. Non sorrideva quel giorno, mentre notai che la sua Maria manteneva la testa bassa e sembrava quasi arrossire, come per vergogna... Particolare che non sfuggì neanche a mio padre che mi lanciò uno sguardo, istantaneo, di intesa... «Certo professore - disse - ma, dato che è l'ora di pranzo, volete favorire con noi a tavola? Saremmo lieti di ospitarvi!". "No, no, no, grazie!"- rispose- "Maria ha già preparato la nostra tavola con pasta e fagioli...».
Notammo che le palpebre di lei si alzavano a tratti per guardarci, mentre restava seria ed in silenzio. Mia madre tornò con un pane intero a treccia, preparato con le sue mani, aggiungendovi due pezzi di «calzone di cipolle con olive» che aveva appena sfornato. Lui mise la mano sulla sua fronte, come per ringraziarci e dirci che non avrebbe dimenticato quel nostro gesto. Poi, dignitosamente, ci salutarono ed uscirono dal negozio per attraversare la strada imbiancata e salire le scale dell'abitazione antistante. Ricordo bene quel momento, li guardavo andar via, piano, tra i fitti fiocchi di neve, coperti da vecchi cappotti, lasciando dietro di se le proprie orme sul manto bianco che andava accumulandosi. Un'immagine che non dimenticherò mai e che mi toccava il cuore... Intuimmo la necessità di un nostro aiuto più concreto nei loro confronti e che l'ostacolo da superare era la sua dignitosa compostezza, il suo orgoglio che gli impediva di chiedere e, molto spesso, di accettare quando doveva accettare... Dopo un po' di silenzio tra noi, fu mia madre a prendere una decisione.
«Aspetta qui, non ti muovere!», mi disse recandosi frettolosamente in cucina. Tornò quasi immedatamente, con una zuppiera fumante di orecchiette al ragù, cosparsa di foglie di basilico crudo e formaggio pecorino grattuggiato. «Vai subito da loro e lascia tutto lì, sulla loro tavola e torna subito qui!». Guardavo mia madre negli occhi, con affetto: lei intuiva la mia perplessità. Conoscendo ormai Nazariantz, temevo un suo rifiuto e dubitavo della opportunità del nostro gesto, senza averlo poco prima concordato con lui. Lo sguardo di mia madre non lasciava dubbi, spettava a me, dovevo andarci io ed anche subito. In un attimo attraversai velocemente la strada e salii su per le scale della sua abitazione. La porta era rimasta socchiusa e mi bastò toccarla con un piede per aprirla.
«È Permesso?» , chiesi pianissimo. Nessuna risposta mi giunse e, per questo, la mia presenza inattesa, mi sembrò subito anche indiscreta, soprattutto per la verità che stava per rivelarsi davanti ai miei occhi. Seduti a tavola, lui e la sua Maria mi guardavano sorpresi e quasi intimiditi dalla mia presenza, mentre osservavo che, sul tavolo, vi era solo il calzone di cipolle e il pane di mia madre, una bottiglia di acqua e due bicchieri, nessuna traccia di pasta e fagioli. La cucina era spenta e non sembrava utilizzata di recente, con poche stoviglie al loro posto. Fu Maria ad alzarsi e a ritirare la zuppiera, ringraziandomi ripetutamente, mentre Nazariantz mi inviava un bacio con la mano. Salutai, più emozionato che mai e fuggii immediatamente, portando la buona notizia a casa mia. Ma non era ancora finita, dopo poco, mia madre mi consegnò una pietanza di polpette con pezzi di carne al ragù da portare di nuovo su da loro. Vi tornai, meno inibito di prima. Bussai alla porta e questa volta vennero entrambi ad accogliermi, entrai e vidi i piatti utilizzati per le orecchiette, già vuoti, sul tavolo... E Nazariantz: "Dì ai tuoi che non dimenticherò mai questo gesto di grande amicizia. Grazie! Che il vostro Natale vi porti benessere e salute sempre!». «Professore - chiesi - ma il Natale non è anche vostro?». «Sì, certo! Il tuo Natale diventa anche il mio Natale ed il mio diventa il tuo Natale! Perchè il bene che ti vuole un amico rispecchia il bene che tu vuoi a lui!». Avrei voluto abbracciarlo in quella circostanza, ma, purtroppo, non lo feci... Si era però rotto il ghiaccio e, dal quel giorno, non mancò mai il nostro aiuto finchè restarono a Conversano.
Da allora, l'immagine che prevale di lui nei miei ricordi, è quella del giorno di Natale che seguì, quando, al tramonto, lo vidi sul balcone, tutt'oggi esistente, davanti a casa mia: era in piedi, aveva le mani poggiate sulla ringhiera e lo sguardo rivolto sulla antistante via Gioberti che da via Matteotti, scende giù verso ovest, dove era la campagna e dove, ai confini del cielo, si era creato uno spettacolo di indescrivibile bellezza: un sole che stava calando in uno splendore di luci e di colori che si irradiavano verso il blu senza più nuvole. Aveva eccezionalmente indossato una camicia bianca, cravatta ed un vestito nero sotto il suo solito vecchio cappotto. Gli ultimi raggi di sole lo illuminavano di rosa e facevano luccicare i vetri dei suoi occhiali, mentre la sua bocca si muoveva come per recitare una preghiera... Notai il suo respiro frequente dai movimenti del suo torace e non osai distoglierlo per salutarlo dalla strada...
Dopo aver approfondito la conoscenza sulla tragedia del popolo armeno e del suo genocidio, Hrand Nazariantz, per chi lo abbia incontrato, può corrispondere al simbolo dei popoli oppressi. Pertanto, la sua figura di grande vecchio, curvato dai guai e dalle disillusioni, le sue rughe, il respiro dispnoico, il grido di dolore che emerge dai suoi scritti, può rappresentare la sofferenza dei popoli perseguitati in ogni tempo ed in ogni luogo, tormentati da guerre e sopraffazioni, ma anche, purtroppo, dall'indifferenza umana. Lui, ad una età come la mia, era molto più vecchio dei suoi anni e ricordare oggi la sua figura, per chi lo abbia conosciuto personalmente, significa anche rimproverarsi qualcosa. Oggi, mi sento ancor più in debito nei suoi confronti, dopo aver letto dell'ultimo periodo della sua esistenza. Trasferitosi da Conversano a Casamassima, città della sua Maria, non ricevemmo più sue notizie, fino alla pubblicazione della sua morte sulla Gazzetta del Mezzogiorno qualche anno dopo, avvenuta al Policlinico di Bari per broncopolmonite. Notizia che colpì particolarmente me, mio padre e tutto il mio nucleo familiare.
«La sua abitazione che fu messa a disposizione dal Comune si trovava
di fronte alla mia»

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