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APalium, si era resa necessaria la preparazione di una milizia cittadina nel caso la guerra annunciata nelle Puglie, fosse giunta nel suo territorio. Questo avveniva nella primavera del 1349, dopo la visita al forte castello da parte del feudatario Niccolò Acciaiuoli, Gran Siniscalco del Regno di Napoli essendo regina Giovanna d’Angiò. L’iniziativa venne presa da Dionysio di Palium e da Samuele di Auricarrum.
Per l’ultima domenica di marzo, a cementare l’unione sorta fra i giovani che Dionysio il fabbro e Samuele l’allevatore avevano addestrato per una eventuale partecipazione alla guerra, venne fissato un incontro. Agli organizzatori e i loro familiari si erano aggiunti il giovane Carmantonio e l’erario licteratus Sigismondo con la moglie donna Bianca. La missione si prefiggeva il compito di esplorazione del territorio. Sarebbero arrivati alla Grotta di San Martino, al confine con Turictum, a Masseria Ferro e attraverso la zona boschiva dello Spinale del ciuccio sarebbero andati alle lontane Matine, e al confine con Butuntum.

La grotta di San Martino si raccontava fosse stata rifugio di un eremita ed era verosimile, in quanto si trovava al di sotto di una profonda parete rocciosa che costeggiava la lama. Della zona limitrofa dello Spinale del ciuccio, si diceva che un tempo fosse stato un territorio colonizzato dai siracusani per l’allevamento. Al villaggio ivi sorto, fu dato il nome di Katarakta. Quando il gruppo fu giunto alla prima meta, Samuele tenne un breve discorso: “Nell’ultimo incontro, Dionysio ci ha parlato dell’antica origine di Palium, troncando il racconto al momento in cui i Romani sbaragliarono le ultime resistenze fra Auricarrum e Ferro. Erano tutte contrade abitate dai Palionensi. Ottanta anni fa, il 25 marzo 1269, re Carlo d’Angiò concesse i castelli di Palium e Auricarrum al miles Filippo di Clariarco. Il casale di Ferro, un latifondo quasi disabitato, fu donato al miles Giovanni de Clary.”

Poi continuò: “Amici questa parte del territorio è, per ora, fortunosamente lontana dai rumori di guerra e per questo motivo veniamo ad addestrarci. Tutti noi, saremo sempre grati all’amico Dionysio, che ha avuto l’idea di organizzare tutto ciò, per avere un minimo di preparazione in attesa dei difficili eventi che ci attendono. Sono orgoglioso della sua amicizia e voglio indicarlo a tutti come il nostro miglior esponente, colui che saprà guidarci nei momenti del bisogno.

La domenica successiva erano in quattordici e Palma, impettita e fiera, portava la lancia con la bandiera del gruppo con l’effigie di Ercole. I giovani erano armati di lancia, alcuni portavano le balestre. Dopo una lunga cavalcata, consapevoli di essere al limite del territorio, ai giovani piacque inoltrarsi in un paesaggio vergine e incontaminato. Gole rocciose e fresche lame, intervallate da dolci distese ondulate si presentavano alla loro vista in una continuità sorprendente. Infine la pietra, la roccia della Murgia, come regina assoluta del territorio, con la sua durezza ad opporre una estrema resistenza all’avanzata costante dell’uomo. Al fresco delle querce, i palionensi consumarono una breve colazione a base di pane, formaggio, olive in salamoia, vino e acqua. Erano nelle vicinanze del menhir, un cippo di una centuriatio romana che segnalava il confine fra l’Ager botuntinus e quello di Palium. Al di là del lieve colle, ben visibile anche se un po’ distante, c’era la Taverna della lucertola.

Ad un tratto, dalla taverna giunse un latrato di cani che abbaiavano a due soldati giunti a cavallo. Carmine Antonio, andò a seguire la scena nascosto dietro un masso. Vide che una donna era uscita per accogliere i due soldati, che, per non generare troppa diffidenza, si erano presentati con i capi scoperti, liberi dalle barbute. La locandiera acquietò i due grossi cani da guardia e li legò a guinzaglio dopo aver dato loro qualcosa da mangiare. Arrivarono poco dopo, altri quattro soldati a cavallo. Legate le redini ad una staccionata vicino ad un finestrone, entrarono anche loro .

Carmantonio avvisò i compagni che era giunto il momento di rientrare, ma proprio in quel momento sopraggiunsero delle grida di aiuto. Dionysio propose di tenersi pronti per ripartire a cavallo, ma donna Bianca chiese di portare soccorso a quelle richieste di aiuto. Come bravi giovani rimproverati ma diligenti, tutti cominciarono a muoversi verso la taverna. Quando furono a pochi metri da essa, arrivarono chiaramente rumori di lotta, imprecazioni in lingua straniera, strilli lancinanti di donne in lacrime. Dionysio fece cenno a Carmantonio di avvicinarsi guardingo al finestrone laterale della taverna. Lui con altri quattro si sarebbero diretti all’ingresso, mentre gli altri sarebbero rimasti lì, pronti a intervenire.

All’interno della taverna il giovane vide scene raccapriccianti. Due soldati erano fuori combattimento per aver avuto qualche colpo ben assestato sul capo, mentre due uomini erano legati ad un palo di sostegno del soffitto. Gli altri quattro soldati cercavano di sopraffare le due donne mezzo ignude per la lotta, che si difendevano come tigri in gabbia e senza più speranze. Ormai erano distese con la schiena per terra e i soldati si apprestavano a compiere la loro brutale violenza.
Carmantonio, non visto, fu lesto, dal finestrone, a lanciare il suo pugnale, che si conficcò nella spalla di un violentatore. Per i soldatacci ci fu un attimo di panico, ma si ripresero immediatamente. Una lancia venne scagliata contro l’intruso che, leggermente ferito di striscio ad un braccio, fu costretto a retrocedere. Due militi con un balzo furono fuori dalla taverna, mentre altri tre cercarono di uscire dall’ingresso. Trovarono a contrastare loro il passo Dionysio e i suoi. Due soldati sopraggiunsero con i cavalli per i compagni in difficoltà, gridando imprecazioni in una lingua straniera. Dionysio, a gran voce, chiese l’intervento delle balestre per fermare la loro corsa : “Non fateli scappare, abbatteteli o noi tutti non avremo scampo”.

In men che non si dica, la via di fuga per la salvezza per i fuggitivi fu la loro condanna a morte. Furono raggiunti dai dardi mortali delle balestre prima che potessero allontanarsi. Intanto Dionysio aveva già liberato i due uomini legati alla trave reggente il soffitto e impotenti alla violenza che si stava compiendo nella loro casa. Le due donne vittime dell’aggressione si erano ricomposte alla meglio e ringraziavano per il provvidenziale aiuto. Erano mamma e figlia e i due uomini erano i loro mariti. La donna adulta posò lo sguardo sul soldato che giacevano a terra. Prese una spada e si avvicinò a colui che era stato colpito dal pugnale di Carmantonio.

“Peto veniam” implorava con voce tremula e la mano alzata a voler fermare la volontà della locandiera. Questa non volle sentire l’implorazione e lo finì. Dopo, prese un boccale di vino, si riempì un bicchiere e bevve. Rimase qualche attimo in silenzio, poi rientrando in sé, riempì altri boccali di creta per i presenti. “Prendete ristoro, provvidenziali angeli custodi di questa casa” disse, e si accorse che altri angeli della loro salvezza guardavano silenziosi dal finestrone e li chiamò dentro. Tutti bevvero del vino e venne disinfettata la ferita di Carmantonio. Dionysio, rivolto ai proprietari della locanda, chiese qualche zappa per poter seppellire i cadaveri dei soldati in un dirupo poco lontano, poi continuò: “Speriamo sia una banda che agiva per proprio conto. Non potevamo assolutamente farli scappare, avremmo attirato qui l’intera compagnia. Vi consiglio inoltre di rientrare a Butuntum. Caricate sul carro quanta più roba possibile e andate a dimorare in città, sarete più al sicuro almeno da incontri come quello odierno”.

“Seguiremo il vostro consiglio” rispose la locandiera. “Io sono Mattalena della taverna. Quando riapriremo, se Dio vorrà, vorrei avervi miei graditi ospiti, figli miei. E’ pur vero che vi dobbiamo la nostra infinita gratitudine.”

Mattalena continuò: “Il buon Dio ha permesso la nostra salvezza per mezzo dei nostri cavallereschi avversari. Se penso che i nostri due paesi, Butuntum e Palium sono in guerra, vorrei combattere la mia guerra contro tutti quei maledetti signori che assoldano mercenari depravati che vanno all’assalto di noi povere donne indifese”.

“Vi ringrazio a nome di tutti” rispose Dionysio. “A guerra terminata, se Dio vorrà, verremo a far festa qui da voi”.

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