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Accecante il sole di mezzogiorno pareva incendiare l’aria; gli ulivi contorti erano come avvolti da vapori incandescenti, procedere sul sentiero tra le fasce sembrava quasi conquistare le spire di un girone infernale. Solo una cicala ripeteva il suo canto, ossessiva, mimetizzata in chissà quale corteccia.
Il vecchio risaliva la traccia passo dopo passo; teneva le mani nelle tasche dei pantaloni e con la destra stringeva l’impugnatura della pistola. Sudato e ansimante, ogni tanto si fermava all’ombra misera d’una pianta e meditava se riprendere o meno a salire; si sentiva stanco, e non capiva se ciò era dovuto al caldo o alla paura. Dopo un ultimo indugio, raggiunse la cima della collina. Lì, dove gli alberi diradavano, la luce esplodeva ancora più accecante. Improvviso, un fruscio a breve distanza gli fece pensare a una serpe. Si voltò di scatto e la vide: era una giovane, minuta, capelli biondi tagliati corti e occhi azzurri - lo stesso colore del mare che colmava l’orizzonte, e lo stava fissando con uno sguardo sprezzante. Anche lei teneva le mani nelle tasche dei jeans.
In quell’istante il cielo e il mare, l’aria soffocante e la luce intensa, il frinire della cicala e l’umore della terra, sfociarono in una confusione di sensi. Il vecchio si fermo, rifiatò, studiando la ragazza strinse più forte la pistola quasi a cercare la risolutezza per compiere il gesto a lungo meditato e atteso. Proprio allora un gabbiano passò alto, si udì il suo richiamo che, scheggia impazzita, echeggiava nell’azzurro immenso; elegante, volteggiò in più passaggi ricoprendo d’una fuggevole ombra la giovane. «E’ lo spirito di Lorenzo!» - s’illuminò il vecchio illudendosi che all’incontro fosse presente anche suo figlio.
Come un flash, incubo che si ripeteva da tre anni, il vecchio tornò all’ultima volta che aveva visto Laura, la ragazza dagli occhi colore del mare che ora, a pochi passi, lo sfidava. Lei era distesa lì, appena sotto il cocuzzolo della collina, la schiena appoggiata a un ulivo, rantolava! Nel braccio sinistro una siringa, dardo mortale. Dieci metri più avanti, a fianco del pozzo, giaceva Lorenzo, la testa all’indietro, immobile. Il vecchio era corso da lui: lo aveva chiamato, lo aveva scosso, gli aveva sentito il cuore, aveva gridato «Lorenzo! Lorenzo!». Ma il cuore di suo figlio si era fermato per sempre. Chissà, forse era successo solo da pochi minuti, forse sarebbe bastato che egli fosse arrivato pochi minuti prima perché Lorenzo non morisse!
Laura, invece, si era salvata, il medico del soccorso l’aveva strappata alla morte. «E questa non è la prima volta che va in overdose», avevano detto i carabinieri al vecchio.
Comunque, Laura si era salvata. Poi, così come era venuta, così era sparita.

Lorenzo aveva conosciuto Laura a Genova: era la figlia di Mario, il cuoco della trattoria di Multedo dove lui lavorava come cameriere per pagarsi gli studi universitari.
Anche dopo la laurea Lorenzo era rimasto in città; aveva iniziato una storia con quella ragazza e, proprio dietro il porto, aveva trovato da affittare una soffitta con vista sui serbatoi di stoccaggio petrolio. Tutto questo il vecchio lo aveva scoperto soltanto il giorno in cui suo figlio era tornato in paese e insieme a Laura si era sistemato nell’alloggio - giusto camera e cucina - della zia Ada ricoverata in una casa di riposo.
«Che cosa fai per vivere? - gli aveva domandato il vecchio - Vieni ad aiutarmi, ho bisogno di braccia robuste.»
«Io non voglio marcire in campagna a raccogliere olive!» - era scattato Lorenzo.
«La campagna ha sempre dato da vivere, ricordatelo. E ci sarà vita finché ci sarà campagna coltivata e terra buona da seminare. Ma tu, tu che cosa vuoi fare? E quella ragazza? Come vivi senza un lavoro, senza soldi …»
«Non sono senza lavoro.»
«Dimmi che cosa fai, allora! Io ti vedo girare a vuoto per il paese, o in piazza a bere e a fumare. E lei è sempre con te, ti viene dietro come un cucciolo. Ma dov’è il tuo lavoro? Sei andato via da casa, hai studiato tanti anni per fare che cosa, spiegamelo …»
«Faccio, faccio … tranquillo che faccio.»
«Che cosa fai?»
«Lavoro di notte. Ti basta?»
«Fai la guardia giurata? Lo spazzino? Dimmi quello che fai!»
Ma Lorenzo si era chiuso in un mutismo assoluto. Il vecchio aveva alzato la voce, voleva capire; per contro suo figlio lo aveva gelato con occhi minacciosi e cattivi prima di allontanarsi, spalle gracili che ciondolavano ai passi di un’andatura sfottente.
Durante tutta quell’estate non si erano più incrociati, neanche in piazza. Fu solo in un tardo pomeriggio di settembre che al vecchio parve di vedere Lorenzo e Laura sulla collina degli ulivi; si era fermato prima di arrivare in cima - con il caldo l’ultima rampa gli costava grande fatica - quando intuì due figure a fil di cielo correre e sparire in direzione del mare. Si era affrettato ma, una volta su, non aveva più visto nessuno. Allora era rimasto in silenzio ad annusare l’aria, ad ascoltare le voci remote che il vento portava, ad osservare il tremulo ondeggiare del sole sul mare nella quiete di fine stagione. Nessun segno, nessuna presenza vicina, eppure era sicuro che fino a un momento prima lassù ci fosse stato davvero qualcuno.

Su Lorenzo, il vecchio macerava da solo i suoi crucci; non parlava con nessuno e, del resto, in paese quasi nessuno parlava con lui. Viveva da solo nella cascina ai piedi della collina degli ulivi: solo, nelle sere di maggio a ubriacarsi di profumi sotto il pergolato di glicine, solo, nelle notti d’inverno davanti al camino a fissare per ore la fiamma che guizzava bagliori sul ceppo. In quei momenti chiamava Emma, sua moglie; la vedeva accanto, le raccontava gli anni da solo, scorreva la vita passata insieme. Era rimasto vedovo l’autunno che Lorenzo si era iscritto all’università. Una volta al cimitero, guardando il bianconero sbiadito della foto di Emma e pensando a suo figlio, aveva sussurrato. «Sai, temo … temo di non essere stato capace di farne un uomo!»
Dal canto suo Lorenzo era sempre stato un ragazzo indipendente, ma, soprattutto, non aveva mai voluto fiaccarsi la schiena lavorando la terra. Inoltre, da quando era andato a studiare a Genova, si faceva sentire di rado, così come raramente tornava in paese. Il vecchio sapeva poco di lui, conosceva solo quanto suo figlio gli rivelava: Lorenzo diceva di studiare e di lavorare come cameriere per pagarsi l’affitto e i libri dell’università, diceva di condurre un’esistenza tranquilla, riservata, e forse tale lo era stata finché Laura non vi era entrata con prepotenza. Una prepotenza devastante. Lorenzo si era perdutamente innamorato di quegli occhi dal colore intenso come gli abissi marini, e nell’abisso l’aveva seguita. Insieme avevano vissuto, due sassi in equilibrio sopra un pendio; la furia dell’acquazzone scalza la terra cosicché, in tempi diversi, rotolano e si frantumano nello stesso precipizio.
Fino a quando era stato in paese, nulla avrebbe fatto presagire quella sorte; era sì un ragazzo indipendente, però sensibile e rispettoso della vita. Nei giorni di Genova insieme a Laura, era cambiato: aveva voluto alzarsi oltre se stesso e, come un falco ferito, era caduto.
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Quante volte negli ultimi tre anni il vecchio aveva rivisto immagini dolci del suo bambino, immagini di anni felici, lontanissime. Adesso il vecchio si sentiva vecchio per vivere. Certi giorni si trascinava stancamente covando solo il desiderio di un gesto unico, il gesto che stava per compiere. «Voglio vedere ancora una volta quella ragazza,” aveva giurato sulla tomba del figlio. Ormai incontrarla era diventata la sola ragione per andare avanti. “La voglio vedere per l’ultima volta!» si ripeteva ossessionato.
E quel momento era venuto.
Il vecchio era pronto, il pensiero lucido davanti a Laura; sulla cima della collina non sudava più, anche il respiro, prima affannato, era tornato normale. Sentiva la risolutezza del gesto che avrebbe compiuto tra poco. In tasca, il calcio della pistola era diventato la rigida protesi delle sue dita.
Una bava di vento mosse le foglie, leggera sostenne il gabbiano che planava in direzione del mare prima di virare indietro. «Non andare via, Lorenzo!» implorò il vecchio.
La giovane era in piedi, piantata a fianco del pozzo, le mani nelle tasche dei jeans, gli occhi due coltelli affilati. «Perché mi hai cercato tanto? - domandò - Io sono sempre stata qua.»
«Tu hai ucciso mio figlio! - la accusò il vecchio tirando fuori la pistola. Ma, all’improvviso, mosso da una forza misteriosa, anziché sparare prese la rivoltella dalla parte della canna e la porse alla ragazza dicendo - Ora uccidi anche me!»
«Non ho ucciso nessuno, è lui che ha voluto provare a farsi.»
«Bugiarda, tu l’hai ucciso. Sei stata tu! Sparami, sparami adesso! - urlò il vecchio stravolto - Dai, sparami!»
Lei lo squadrò. Fece un passo avanti, afferrò la pistola, se la avvicinò alla tempia e sillabò «Che cosa vuoi da me? Vattene!» Poi si voltò e gettò l’arma nel pozzo.
Ci fu un attimo di silenzio, lunghissimo, interrotto solo quando uno «splash» sconvolse l’acqua ferma della cisterna. A quel rumore il vecchio si svegliò di soprassalto, spossato e tremante dentro il suo letto.
Si alzò barcollando, la mente turbata nel buio della stanza; lentamente scese in cucina. Accese la luce per bere un bicchiere d’acqua. Sopra il tavolo, dietro il fiasco del nostralino, rivide il giornale del giorno prima aperto alla pagina della cronaca cittadina. Nell’angolo basso a sinistra, formato tessera, spiccava la foto di una graziosa ragazza, capelli biondi tagliati corti. Un trafiletto diceva: «Laura F. di venticinque anni è stata trovata morta a Pegli sotto il viadotto dell’autostrada, forse vittima di una dose di eroina tagliata male. Sono in corso indagini …»
Non lesse oltre. Uscì sull’aia. Si abbandonò alle tenebre. Fu sfiorato da un brivido quando un vento sottile salì dal mare. Alzò gli occhi: sopra la collina degli ulivi la luna piena si stagliava rossa, e di rosso rifletteva la foschia intorno. Il brivido gli giunse al cuore, un sussulto lo scosse, si scaricò nel tremolio delle stelle. Lontano, perso in fondo alla valle, un cane ululava, e, solo a tratti, il coro dei grilli copriva il suo cupo lamento.

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