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Quel troppo amore per i figli

Storia di ordinaria follia di una madre. E di un figlio «sdraiato»

Quel troppo amore per i figli

Carlo Carrà, «Madre e figlio» (1917)

Io amo mio figlio. Quando venne al mondo fu la gioia del nostro matrimonio. Facevamo a gara mia moglie ed io a chi gli stava più vicino. Ogni sua esigenza era una festa anche cambiargli il pannolino diventava un gioco, una scusa per coccolarlo. Se piangeva la notte lo cullavamo per ore senza mai stancarci, era il nostro bambino ed eravamo felici.

Cresceva, un pupo pacioso sempre al centro della scena e quando la sera gli facevamo il bagnetto era contentissimo. Agitava le manine nell'acqua, cik ciak, e sembrava un pesciolino guizzante, che bel bambino era! Non che adesso sia brutto per carità, ma si sa la bellezza dei bambini è la grazia degli angeli, i bambini hanno una luce speciale e sulla pelle, sguardi innocenti, la carne morbida che attira i baci. La sua stanza celeste era piena di giocattoli, di animali di peluche e metteva allegria sostare nel suo regno colorato, il piccolo attendeva, mi attendeva e mi faceva le feste. La prima parola che pronunziò non fu mamma, bensì pa'. La madre ci rimase male e me ne dispiacque, ma io facevo i salti e ciò era accaduto perché non mi ero sottratto a niente, tutte le mansioni che di solito svolgono le madri, le avevo fatte anch'io. Venivo ricompensato. Mai mi sarei perso l'ora della pappa, quando rideva sputando all'aria la pastina, o s'incantava a seguire il volo di una mosca e lo fotografo, lo fotografo. Lo immortalavo e gli facevo molti filmini. Per le riprese pretendevo un abbigliamento di lusso e vestito di completino celesti, lavorati a mano all'uncinetto era un principino, sgambettava, muoveva la testa e non mi stancavo di filmarlo.

Poi vennero gli anni del giardino e tornava dalle sue passeggiate con i pomelli rosa e un po' abbronzato, io non mi saziavo del suoi baci e nel vedermi saltellava nel passeggino. Bello di papà. Non mi sono perso niente dei cambiamenti della crescita. Vennero gli anni della scuola e cominciarono i primi problemi, non gli piaceva andare, non studiava. zero concentrazione. Il pomeriggio la madre ed io, in due ci sedevamo accanto per fargli fare i compiti. Avevamo trovato un metodo per avere una risposta alle domande, ad ogni risposta un regaletto: un dolciume, qualcosa che lo gratificasse, lo spronasse. Ma quanto era pigro, mai l'ho visto prendere da solo un quaderno, un libro, una matita, aspettava noi. Lo capivamo e ce la mettevamo tutta, e con molta fatica sua e nostra terminò le elementari.

Arrivarono le medie e fu ancora peggio. Voglia di studiare saltami addosso e noi genitori a ripetere, a ripassare le sue lezioni e lui, povera stella, dopo mutismi a volte pianti esponeva un po' di storia, o italiano. Correvo su e giù dai professori. "Com'è andato? C’è speranza? Si è addormentato sul banco? Vedrà domani andrà meglio. Sa è un po' timido, è figlio unico, sì, si forse è viziato. ma crescendo migliorerà, si responsabilizzerà, saremo più rigidi, severi".
Non ne parliamo della aritmetica, avevo conosciuto un ragazzino bravissimo della stessa classe e lo pregai di aiutarlo durante il compito in classe. Fu gentile e mi rispose "Va bene". Ci esaurimmo per giungere alla licenza media, però la prese e credo che i docenti avessero capito che padre ansioso e preoccupato fossi.

Al liceo scientifico non ce la sentimmo di seguirlo, le materie si facevano complesse e lo riempimmo di docenti di sostegno. Uno andava e uno veniva, il mio ragazzo oramai alto lo vedevo ancora più svogliato, ma non mollammo, con le buone o con le cattive, si fa per dire, giusto qualche rimprovero, lo facemmo studiare. Lo svegliavo, la madre gli portava la colazione a letto, bisognava chiamar o più volte, lo spingevamo nel bagno, si lavava poco. Da dietro la porta gli gridavamo: il collo, le orecchie, le ascelle, il deodorante, i denti, i piedi, noi urlavamo. ma chissà se eseguiva, quando si era vicini l'odore non era piacevole. Certe volte, specie la domenica, adulto o non adulto entravo nel bagno, e lo ficcavo sotto la doccia. Mio figlio lo desidero pulito. Le pagelle dei primi trimestri erano sempre catastrofiche e mi precipitavo a scuola a rabbonire i professori. "Non è un cattivo ragazzo sì è un po' indolente, non lo bocci per carità, che farà nella vita? Vorrei che arrivasse a prendere un diploma".

Se il docente era una donna inviavo dei fiori, la gentilezza non guasta mai. Come Dio volle giungemmo alla licenza liceale e, con il minimo punteggio, ma la prese. Credo che i professori fossero stufi di vedermi, l'hanno promosso immaginando il dolore dei genitori. Non vi dico per questa promozione: regali su regali, viaggi promessi, soldi dati, mio figlio ama molto il denaro, tutti i ragazzi amano l'argent.

Forse adesso vorrete sapere se sia arrivato all'università? Si è iscritto, ma lì deve procedere da solo, basta con gli aiuti, fa poco e niente. È abituato alla spinta, all'incentivo, ai genitori che lo stimolano, lo pungolano, che prevengono i suoi desideri o necessità, sì lo so la colpa è nostra. Lo abbiamo protetto troppo.

Abbiamo pensato di mandarlo a studiare in un'altra città, facendo i conti non ce lo possiamo permettere. Secondo me sarebbe peggio, a casa sua qualche cosina la fa, c'è il nostro occhio vigile, mia moglie è dell'avviso contrario. Se si laureerà, molto se, avverrà tra quindici anni. Ha scelto legge, nessuna inclinazione per la giustizia, facoltà decisa perché ha meno esami delle altre. E meglio trovargli un lavoro, ne ho parlato con lui ed è d'accordo. Un lavoro, sia perché noi avremmo bisogno di un aiuto, non ci spero molto e sia perché qualsiasi cosa accada desidero vederlo sistemato. Non ho molte amicizie, qualcuna, mi piacerebbe che entrasse in banca e vado dal direttore della mia filiale.

“Dottore per favore mi aiuti,mi consigli, ho un figlio solo, è così difficile per un giovane trovare lavoro, nella sua agenzia vi è tanta gente, lo prenda, è un bravo ragazzo di sani principi” . Il Direttore ha detto che ci penserà, valuterà. Non mollo e mi reco in Banca spesso. Mi è finito il carnet degli assegni, un prelievo di soldi, un bonifico da spedire, tante volte mi vedrà che si stancherà della mia presenza. Perché dovrebbe negarmi un favore?

Sono un correntista fedele da anni, rispettoso, educato, però capisco che non sono buoni motivi per avere un lavoro. Sino a quando non gli avrà trovato un impiego non dormo più la notte. Che farà nella vita questo ragazzo? Questo mio figlio. Il suo solo pensiero mi commuove.
Povero figlio mio senza un lavoro!

E i tempi della politica sono duri e confusi, le grandi industrie non se la passano bene e se mi capita qualcosa? E se capita a mia moglie? Lo lasciamo solo sulla terra, mi dispero, devo trovargli un posto magari fisso così mi tranquillizzo. Sarà capace di mantenerlo un lavoro? Per farlo alzare la mattina anche ora che è grande dobbiamo faticare molto. Poi si alza e non fa niente, non apre i libri, si mette a giocare con il computer, con i videogame, e noi abbiamo penato per vederlo in posizione verticale per poi assistere al suo ozio. Un po' mi vengono. Be' sorvoliamo.

Ho un amico che lavora nel ramo assicurazioni, anche lì mi piacerebbe che lavorasse. Le Assicurazioni danno buoni stipendi, sono ricche, sicure, però preferisco la Banca, mi sembra più adatta al suo temperamento. Gli Assicuratori fanno una vita più movimentata dei bancari, il mio ragazzo è placido, pigro, tranquillo, un mammone, una vera pasta d'uomo per nulla aggressivo. L'amico assicuratore ha detto che se ne interesserà. Ma sì prima o poi un lavoro a mio figlio arriverà.

Qualcuno mi consiglia di fargli fare i concorsi, ma lì vi è troppa gente e molta competitività, non conosco nessuno delle Commissioni e neanche so come arrivarci. Mio figlio mischiato agli altri in prove difficili, no, non mi sembra una buona idea. Aspetto fiducioso il posto in Banca. Sì, ci riuscirò ad averlo. Mio figlio deve vivere comodo e non soffrire MAI.

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