Martedì 19 Gennaio 2021 | 10:34

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Un sogno di «vino» che è divino

Pasquale Montemurro: tra le braccia di Morfeo, passioni, versi e storie da bere

Un sogno di «vino» che è divino

Si sa che bere il vino può aiutare anche a domire, cosicchè una sera, dopo averne gustato un po’, mi sono addormentato e subito mi sono ritrovato «tra le braccia di Morfeo», la mitica divinità dei sogni, che grazie alle sue ampie e silenziose ali di farfalla era silenziosamente volato vicino a me. Poi, com'è suo solito fare con gli uomini che si sono addormentati, Morfeo aveva fatto passare delicatamente un fiore di papavero sulle palpebre dei miei occhi, un rito con cui abitualmente lui da inizio ai sogni; sotto le classiche sembianze di un giovane con il capo coronato di una ghirlanda di fiori, mi ha chiesto «ma quale sogno vuoi fare stanotte? ». Ed io, proprio perchè l'ultima cosa che avevo fatto prima di assopirmi era stata quella di bere il vino, gli ho subito risposto «mi piacerebbe organizzare un mini simposio con il coinvolgimento di Dioniso e Bacco, i due personaggi chiave in ambito mitologico, allo scopo di dialogare con loro relativamente al vino». Prontamente Morfeo mi ha risposto «l'idea mi piace molto e senz'altro soddisfarò la tua richiesta; ecco, andiamo nell'andrón (sala) dove come vedi ci sono quattro klínai (lettini): tu sdraiati su quello centrale». Appena l'ho fatto, immediatamente dopo mi sono ritrovato, con mia grande meraviglia, con Dioniso e Bacco accomodati sugli altri due klinai, posti l'uno alla mia destra e l'altro alla mia sinistra. «Io mi sistemo qui sul quarto ed questo punto direi di dare a te la parola» mi ha subito detto Morfeo. «Ebbene» gli ho risposto «innanzitutto grazie per il tuo consenso e consentimi ora di ossequiare e di ringraziare le due divinità». Dioniso si è quindi rivolto a me dicendomi «sia io che Bacco desideriamo esprimerti la nostra contentezza e la nostra meraviglia per questo tipo di insolito invito, che non ci è mai capitato di ricevere negli oltre due millenni della nostra esistenza». Io ho quindi ripreso dicendo «Per cominciare ritengo giusto dialogare per primo con Dioniso, il creatore del vino», al quale ho chiesto «O mitico Dioniso, mi sbaglio, o hai concepito la tua bevanda per certi versi anche in una visione democratica?». E lui «Certo che l'ho fatto e mi aiuto con »... in dono al misero offre non meno che al beato, il gaudio del vino ove ogni dolore annegasi», parole che ti confesso ho messo io stesso nella testa di Euripide quando ha composto la tragedia delle Baccanti». Dopo di che gli ho chiesto «Ma ora consentimi, o figlio di Zeus e Samele, di ricordarti che tu sei considerato un dio un po' trasgressivo, in quanto nelle 'orge dionisiache', le cerimonie rituali dedicate al tuo culto, gli uomini sono spinti ad alzare un po' il gomito, fatto che talvolta li spinge a compiere delle azioni non proprio ortodosse». «Sì è vero, caro il mio 'questore', ma è anche vero che se bevuto nella giusta misura il vino 'è dolce stimolo del desiderio e compagno dell'immaginazione', come canta il poeta Bacchilide, e rivela lo 'specchio dell'uomo e verità', per dirla con Alceo, un altro poeta, in quanto predispone alla conversazione tra amici, riempie e scioglie la lingua, effetto quest'ultimo, messo in luce nel proverbio ' ' (en oino aleteia, ovvero nel vino c'è la verità) scritto dal filosofo Zenobio. Ancora voglio ricordare un effetto positivo descritto dal poeta Anacreonte, che in un sua composizione collega il vino con l'amore 'Cenai con un piccolo pezzo di focaccia. Ma bevvi avidamente un’anfora di vino; ora l’amata cetra tocco con dolcezza e canto amore alla mia tenera fanciulla'. «Beh devo convenire, o divino, che su questi aspetti devo proprio darti ragione, in quanto il buon uso o meno del vino dipende soprattutto dalla volontà degli uomini». Giunti a questo punto, mi sono rivolto a Bacco, il dio romano del vino, al quale ho domandato «ma come mai nell'antica Roma le donne non potevano assolutamente gustare il vino?» «E' vero» mi ha prontamente ribadito Bacco «che c'era questa proibizione, ma è stata valida solo nei primi tempi, in cui vigeva in modo stretto il famoso Mos Maiorum (usanza o costume degli antenati), che racchiudeva il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana, secondo il quale il diritto di bere il vino era riservato esclusivamente agli uomini e solo se avevano compiuto i trenta anni di età. La motivazione della proibizione per il mondo femminile era, secondo Valerio Massimo (I sec.), che “qua - lunque donna sia eccessivamente avida di vino chiude la porta alla virtù e la apre al vizio”; anche per questo motivo, una delle prime leggi attribuite a Romolo, stabiliva come una donna potesse essere condannata a morte su insindacabile giudizio del marito se scoperta a bere il vino! Infatti, tornando a casa, il coniuge diffidente poteva esercitare lo ius osculi (il diritto di bacio), il progenitore per così dire dell'odierno sistema della prova del palloncino. La proibizione, però, venne meno con la mollezza dei costumi che caratterizzò la fine della Repubblica, in cui le matrone romane potevano allegramente accompagnare i loro mariti nei piaceri del cibo e del bere». «Molto bene» caro Bacco, «però anche a te pongo una domanda simile a quella che ho rivolto a Dioniso e cioè che i Baccanali altro non erano che delle feste orgiastiche, simili a quelle dedicate appunto al dio greco. Il poeta Ovidio, poi, considerava il vino un potente afrodisiaco, tanto che nell’Ars amandi (una sorta di vademecum per approcciare le donne) affermava che “Il vino dispone l’animo all’amore e lo rende pronto alla passione. L’inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco” Ancora, nei brindisi rivolti al gentil sesso consigliava “Allora ti sarà facile dirle mille cose segrete a bassa voce, ch'ella udrà dette tutte per lei sola, o tenere lusinghe lievemente tracciar col vino, sì che sulla mensa legga ch'è tua padrona, o dentro agli occhi, con gli occhi tuoi fissarla innamorati”: in altre parole, dopo aver bevuto, di passare la coppa alla prescelta, d’intingere il dito nel vino per scriverne il nome sulla tavoglia, fingendo di essersene invaghito. «Sì è vero o sognatore » mi ha risposto Bacco, ma successivamente i Baccanali furono tramutati in qualcosa di più positivo e cioè in feste propiziatorie degli dei in oc - ca - sione della semina e della raccolta delle messi. E poi, anche diversi poeti latini hanno esaltato il vino in altri termini sicuramente positivi; Orazio è un esempio, in quanto nei Carmina celebra il vino, come nell'ambito greco, come la bevanda che è in grado di confortare gli uomini nei momenti tristi e difficili della vita; infatti, nel Carme (I, 23,12) dichiara che la bevanda a me tanto cara è «buona a destare nuove speranze ed a dissipare l’amarezza delle tensioni», e la consiglia anche per celebrare i momenti significativi, come quello della definitiva sconfitta della regina Cleopatra ad opera di Ottaviano, in cui il venosino ricorre alla frase «Ora, compagni è tempo di bere, ora è tempo di danzare con piede libero (battendo il tempo con il piede)». E poi ancora voglio ricordarti che nel mondo romano, come in quello greco, il vino poteva liberare la verità, come pensava Plinio il Vecchio, che similmente a Zenobio scrisse In vino veritas. Ma sempre Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia indica un'altra positività, designandolo come bevanda che dona longevità; infatti, racconta un aneddoto significativo, in cui un certo Pollione Romilio, ultracentenario, viene convocato dall’imperatore Augusto; interrogato sul segreto della lunghezza della sua vita, il vegliardo rispose «Molti raggiunsero una vecchiaia lunga solo con zuppa bagnata nel vino mielato, con nessun altro cibo». Giunti a questo punto, mi rivolgo alle due divinità per dire loro: «Dioniso e Bacco, io credo che l'umanità intera debba ringraziarvi per il vostro dono, che senz'altro è stato tra l'altro anche l'ispiratore nei millenni di poeti, come pure di pittori e scultori; in particolare, innumerevoli sono stati nell'ambito letterario i contributi, alcuni dei quali vorrei ricordare proprio perchè sono stati attinti dalla civiltà greco- latina. Incredibilmente il vino è stato capace di “scalfig - gere” il pessimismo di Giacomo Leopardi: nello Zibaldo - ne di pensieri si legge “Il vino è il più certo, e (senza paragone) il più efficace consolatore (I, 263)» e ancora «Dicono e suggeriscono che volendo ottener dalle donne quei favori che si desiderano, giova prima il ber vino, ad oggetto di rendersi coraggioso, non curante, pensar poco alle conseguenze» (I, 356), frase che ricorda l’Ars amandi di Ovidio. In vino veritas è il titolo del testo del filosofo Søren Kierkegaard in cui, a somiglianza de Il Simposio di Platone, cinque personaggi durante un banchetto interagiscono e corrono intorno a questioni che riguardano l’amore alle donne sotto l’influenza dell’alcool. Di Giosuè Carducci è una poesia facente parte dei Juve - nilia, che inizia con Evoe, esclamazione di giubilo in onore di Dioniso, a cui era stato aggiunto l’appellativo Evio, ovvero liberatore dagli affanni della vita, in cui si legge «Evoe, Lieo: tu gli animi apri, e la speme accendi. Evoe, Lieo: ne’ calici fuma, gorgoglia e splendi. Tenti le noie assidue co’ vin d’ogni terreno l’irrompente nausea …A noi conforti l’anime pur contro a’ fati pronte il vin dè colli italici». Trilussa ha composto Vino bono, in cui dice di avere trovato la tranquillità «Mentre bevo mezzo litro, de Frascati abboccatello, guardo er muro der tinello co’ le macchie de salnitro. Ma ner fonno s’in - travede una donna ne la posa de chi aspetta quarche cosa da l’Amore e da la Fede… Bevo er vino e guardo er muro con un bon presentimento: sarò sbronzo, ma me sento più tranquillo e più sicuro». Pablo Neruda, nell’Ode al vino lo colora e lo personalizza in una donna: «Vino color del giorno, vino color della notte, vino con piedi di porpora / o sangue di topazio, vino, stellato ... Amor mio, d’improvviso il tuo fianco è la curva colma della coppa ... il tuo ombelico sigillo puro impresso sul tuo ventre di anfora, e il tuo amore la cascata di vino inestinguibile, tu sei vino di vita”. A questo punto, Morfeo mi dice "saluta le due divinità, perchè comincia ad albeggiare e tra poco ti sveglierai». Io acconsento e mi rivolgo a lui dicendogli «grazie innanzitutto per il privilegio che mi hai dato di potere scegliere e vivere questo indimenticabile sogno, nella speranza che tu mi voglia dare ancora nuove occasioni per altri nuovi viaggi onirici di questo tipo. Ringrazio naturalmente le due divinità per la squisita collaborazione a questo insolito ed erudito dialogo. Dovendo concludere questo mini simposio, colgo l'occasione, per pregare te, Dioniso e Bacco, di alzare insieme a me i bicchieri in segno di auspicio, affinchè la pandemia finisca al più presto e l'umanità possa tornare a gustare questo vino, da eticchettare senz'altro come divino, liberamente, dovunque ed in ogni occasione ». Ad un tratto, sento, è vero, che sto per risvegliarmi e con un po' di nostalgia, perchè si sa che I sogni muoiono all'alba, titolo, mi piace ricordare, di un film del 1961, diretto da Mario Craveri, Enrico Gras e dal grande giornalista Indro Montanelli, tratto da un testo teatrale dello stesso Montanelli». Lentamente riapro gli occhi alla realtà: chissà perchè, mi sento un po' ebbro e guardando la luce del giorno, mi pare di sentire, come ancora stessi sognando, la voce di Dante Alighieri che mi mi sussurra «guarda calor del sol che si fa vino» (Purgatorio, XXV, 77).

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