Martedì 18 Maggio 2021 | 20:17

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«Quando il tuo mestiere cessa di esistere anche la tua vita perde di significato: tutta la passione, tutta la fatica, tutto il tempo investiti in quel lavoro diventano brandelli di ricordi destinati a essere svenduti su una bancarella dell’usato. Se già ora hai la sensazione di essere un sopravvissuto, tra qualche tempo sarai solo un reperto archeologico che sarà analizzato con curiosità e stupore».

Inseguivo questo ragionamento mentre camminavo soprappensiero nel giardino pubblico schivando bambini schiamazzanti, monopattini che sfrecciavano, colombi che scendevano in picchiata: un mondo estraneo e vagamente ostile che sembrava volermi annientare con la sua rumorosa aggressività.
Ero stato un suggeritore d’arte, quelle figure che nel teatro di una volta alloggiavano nella buca del proscenio, resi invisibili da una cupola che li proteggeva come una placenta. Da quel vuoto emergevo a mezzobusto col copione alla mano, suggerendo, senza farmi ascoltare dal pubblico – questa era la vera arte! – le battute ad attori con vuoti di memoria o che non possedevano bene la parte.

Da quella postazione privilegiata, riuscivo anche a cogliere quello che difficilmente gli spettatori avrebbero potuto vedere: un teatro recitato con i piedi. Scarpe che s’incrociavano evitando involontari o premeditati sgambetti, vertiginosi tacchi a spillo alla conquista di una posizione di primo piano, passi che si trascinavano stancamente auspicando una rapida fine della rappresentazione.
Dalla buca la mia voce saliva leggera verso l’attore che annaspava dandogli lo spunto della battuta in sospeso: bastava rammentare un avverbio, una particella, un’esclamazione perché le parole scritte dall’autore riprendessero fluidamente e il dialogo proseguisse secondo la corretta impostazione.
Questi ricordi, con la loro intensità dolceamara, cominciarono dopo un po’ a rendermi difficoltoso il respiro, per cui avvertii il bisogno di riposare su una panchina. 

Avevo appena ricominciato a prendere fiato quando una coppia di giovanissimi si sedette vicino, ignorandomi, completamente presi com’erano dalle loro schermaglie amorose.
La ragazza abbracciava il suo innamorato ricoprendolo di baci e di espressioni affettuose; lui, pur avendo lo stesso trasporto, non pronunciava alcuna parola: un silenzio forse dovuto a incapacità di esprimersi o a un sentirsi inadeguato alla sua amata.
Avvertendo la sua difficoltà, per me fu tutt’uno suggerirgli in un soffio la battuta di Romeo: «D’ora in poi chiamami ‘Amore’ e questo sarà il mio unico nome». Il ragazzo la ripetette come un automa, senza sapere da dove quelle parole gli arrivassero: la ragazza sgranò gli occhi, scoppiò a ridere e lo strinse ancora più forte tra le braccia.

Io mi allontanai con discrezione, mentre realizzavo di possedere un immenso repertorio da poter trasmettere a chi si trovasse in difficoltà. In quel momento iniziò la mia seconda vita di suggeritore: quotidianamente mi recavo nel parco prestando attenzione, senza essere visto, a chi potessi dare in prestito le parole che conoscevo a memoria.
Un giorno feci tornare il sorriso sul volto di un ragazzo che cantava, accompagnandosi con la chitarra, tra l’indifferenza della gente; gli sussurrai allontanandomi in fretta: «Il pazzo, l’amante e il poeta non sono composti che di fantasia».
Ma il successo più bello lo riscossi con i bambini. Ogni pomeriggio arrivavo con un vecchio copione sottobraccio e, dopo essermi accomodato sempre sulla stessa panchina, lo aprivo e cominciavo a leggere sottovoce.
Dopo una diffidenza iniziale – a qualcuno sembravo un vecchio un po’ spostato – incominciò a raccogliersi intorno a me una folla di piccoli spettatori, catturati da quelle strane storie che interpretavo simulando le voci dei vari personaggi.
Alla fine di quelle recite ritornavo a casa, provando una leggerezza mai sentita prima, associata alla speranza che un giorno, quando quella panchina sarebbe rimasta vuota, quel potenziale pubblico si sarebbe recato in un teatro vero ad ascoltare altre storie.

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