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Nell’anticamera del posto di polizia, l’appuntato Girolamo era più distrutto del solito. Non bastava questo problema terribile dei controlli sugli abitanti («dovete rimanere a casa!» ripetevano tutte le Tv, ma qualcuno non aveva ancora capito molto…); non era sufficiente dover badare alla sicurezza, alle ispezioni, alle indagini e molto altro ancora. No, ci voleva questa cosa strana e che a raccontarla sembrava proprio inverosimile: l’arrivo di quattro ballerine, ognuna con una richiesta – importantissima! – da verbalizzare e in qualche modo (se possibile) sostenere.

Duemilaventi: semidisastro nazionale internazionale in atto, difficoltà e preoccupazioni gigantesche che si rincorrevano frenetiche da settimane… e ora arrivavano queste signorine a chiedere udienza e presentare il loro progetto. E poi, perché proprio a lui? Sì, il vicecommissario gli aveva detto che doveva sentirsene onorato; ma Girolamo, 19 anni appena fatti, spalle larghe cervello sveglio, casa coi genitori in periferia, primo di anno di matematica all’università, lo sapeva bene di essere l’ultimo del carro. Sapeva che volevano passargli la patata bollente, il cerino acceso, insomma un pasticcio, una grana, un guaio: una gatta da pelare!

L’arrivo delle «ballerine» era previsto per le 13. Ora però erano le 13 e 45, e non si era fatto vedere nessuno. Era sabato; il suo turno di servizio finiva dopo 15 minuti (alle 14), e sicuramente non ce l’avrebbe fatta a verbalizzare chissàccheccosa. E comunque nessuna signorina era in arrivo.

Dopo dieci minuti (13 e 55) Girolamo si fece coraggio. Chiamò il vicecommissario e rimase però con la bocca bloccata nell’atto di parlare. Dall’altro lato, una sequela di «Girolamo, lo capisci che mi ha chiamato il commissario capo in lacrime; e al commissario capo gli aveva telefonato il questore anche lui implorante; e così via, fino al capo della polizia in persona bisognoso di soccorso». «Ma sono caldeggiate da qualcuno potentissimo?» riuscì a chiedere Girolamo, e lì la risposta fu illuminante su tutto lo sviluppo della storia: «Non lo so; so che se attaccano a parlare non se ne vanno più!».

La cornetta del telefono cadde. Si sentì il «tu tu» tipico della conclusione della conversazione; e su questo suono – come un mixaggio perfetto da dj professionista –, arrivarono le quattro ballerine con una selva di tu-tu-tu-tu-tu da snocciolare… Tu sei Girolamo? Tu sei il privilegiato dalla sorte? Tu sei quello che deve aiutarci? Tu ascolterai la esposizione del progetto? Tu sei il prode che coordinerà la strategia?

Girolamo (alle 14 e 10) vide crollare il suo progetto di tornare a casa: nell’ordine, vide smaterializzarsi il pasto caldo con la tovaglia buona sul tavolo, il riposo (finalmente) nel suo letto di casa, lo studio per gli esami all’università e qualche telefonata con gli amici (ché a vederli, ormai da un pezzo, non si poteva proprio).

Provò timidamente a obiettare la impuntualità (e dunque la opportunità di rimandare l’incontro), ma la risposta delle quattro ritardatarie fu inattaccabile: caro Girolamo, siamo artiste, non ci è concesso di essere puntuali… E poi tu sai bene quanto il Capo Della Polizia e il Questore Della Città (Girolamo capiva, dalla loro pronuncia, quante lettere maiuscole e in grassetto si ergessero mentre parlavano dei suoi Superiori) tengano molto al tuo supporto rispetto al nostro progetto. Prendi carta e penna e seguici nel ragionamento. Se hai dei dubbi, non ti fare scrupolo a differire il momento di tirarli fuori. Grazie. Ora usciamo e ci raccomandiamo: fai come noi, stai a distanza!

Le ballerine erano veramente carine. Ognuna di loro era vestita con gusto; tutte e quattro avevano un trolley con sé; e, con la giusta distanza, sembravano molto eleganti e attraenti. Vabbe’, il panino di riserva lo aveva e durante il tragitto se lo mangiò affamato. La speranza era tornare a casa per il dolce col caffè!

Durante il percorso, Girolamo provò a chiedere le generalità delle ballerine. Ma queste, in fila indiana, a oltre un metro di distanza tra di loro, gli spiegarono che i loro nomi erano già stati verbalizzati e trascritti, e che il curriculum aggiornato era possibile visionarlo sulle più importanti riviste specializzate. Leggendole, avrebbe compreso «l’importanza della circostanza in atto». Poi si lanciarono in coro nella puntigliosa descrizione dei concorsi vinti e delle specializzazioni coreutiche maturate.

Il percorso dal posto di polizia alla destinazione preventivata durò qualche minuto. Ma in quel breve tragitto, nessuno dei passanti incrociati (per fortuna non molti) non poté non soffermarsi sulla bizzarra (e comunque gradevole) stranezza della situazione.
Qualcuno si bloccò e il poliziotto dovette tirar fuori il suo imperioso comando nell’intimare a tutti di andare via: «circolare! Cir-co-la-re!!!» (Quest’ultimo comportamento piacque molto alle ballerine che lo guardarono ammirate – e strano a dirsi il poliziotto divenne subito più fiducioso sulla bontà dell’evento da realizzare.)

Erano dunque giunti nella piazza prescelta: una piazza defilata, nemmeno molto frequentata. A debita distanza, le ballerine con il trolley si divisero. Una (non la più bella ma quella più interessante, sancì Girolamo) si sedette su una panchina e tirò fuori carta e penna (Girolamo pensò dovesse essere anche giornalista e scrittrice).
Le altre tre invece si divisero e occuparono i lembi estremi della piazzetta. Queste ultime, subito dopo aver aperto la valigia, disegnarono con un gesso un cerchio della misura di 120 centimetri circa: oltre un metro, dunque.

Erano le 15 e 30 e la «scena» era perfettamente apparecchiata. Ognuna di loro tirò fuori dal trolley una cassa acustica autoamplificata e collegata con un microfono piantato su un’asta. Due di loro aggiunsero anche un solido leggìo su cui posarono (e ancorarono) alcuni fogli stampati.

Qualcuno sul balcone si era fermato incuriosito. Qualcun altro invece si affacciò alla finestra solo dopo che la piccola cassa autoamplificata della prima ballerina cominciò a emettere una musica orecchiabile che il poliziotto Girolamo non faticò a riconoscere come tra le più amate del repertorio del secolo passato. Sorrise complice.
Su quella base musicale, la ballerina cominciò a cantare. La piazzetta (in città ce ne erano di più grandi, anche di più belle) si fece magicamente più colorata. E quando, al termine della canzone, la seconda ballerina (dall’altro lato della piazzetta) cominciò a recitare un brano di poesia (famoso ma sempre piacevole da riascoltare), fu quasi come se il profumo dei fiori sugli alberi diventassero più intensi (tutti gli spettatori, in crescita numerica, fecero mente locale sul fatto che fosse primavera).
Al termine della poesia, la terza ballerina cominciò con la chitarra elettrica a strimpellare un brano più recente: di quelli che quando lo senti ti vien voglia di muoverti e ballare. Riprese poi a cantare la prima ballerina, aiutata dalla base musicale strumentale, e poi la seconda con una poesia meno nota ma forse più profonda, e così via... E dopo un’ora esatta, le finestre e i balconi che attorniavano la piazzetta si erano riempite di bambini e mamme, papà, giovanotti, signorine e nonni (non mancava qualche gatto diffidente e qualche cane assorto): insomma tutto il più genuino esercito di umanità che ogni zona socializzata possa esibire nella sua più intima naturalezza.

Bisognava ammetterlo: l’esecuzione strumentale non sempre era perfetta, e qualche volta la voce sembrava incespicare. Ma, nonostante questo, sembrava che per pochi minuti (brevi ma intensi) le malattie e i problemi, le chiusure e i vuoti si fossero dissolti; e che una vicinanza elementare ma partecipe si stesse (al di là di ogni distanza e preclusione) realizzando.
Girolamo, che aveva telefonato un paio di volte al vicecommissario, relazionando ogni dettaglio, si ritenne coinvolto nella bella riuscita dell’esperimento. Tranquillizzò qualche vigile urbano di passaggio, e a quel punto (ormai aveva dimenticato il caffè a casa e tutto il resto) si avvicinò alla ballerina sulla panchina. Le si fece avanti (a un metro di distanza) e le chiese: «lei, che fa? È anche giornalista, o scrive poesie mentre le altre recitano e cantano?». «No, rispose diligente la quarta ballerina: faccio i conti di quanto viene a costare questo nostro intervento: insomma per replicarlo in altri luoghi. Danzare in questo periodo ci è vietato e allora ci stiamo per un po’ di tempo riciclando: cantiamo, suoniamo e recitiamo... Non trovi che sia giusto?».

«Ah, be’… sì», balbettò il poliziotto, spiazzato dalla risposta. Ciononostante, con la musica e le voci che continuavano a irradiarsi nella piazzetta (e con la ballerina sulla panchina che sembrava ancora più bella) Girolamo si avvicinò appena un po’ di più (ma sempre a giusta distanza).

E qui tirò fuori l’altro dubbio che lo aveva accompagnato in questo strano (inaspettato) pomeriggio: «e mi scusi se mi permetto, ma… non che sia un reato, cioè un falso, ma mi sembra di capire che non siete ballerine!».
«Certo che lo siamo: ti abbiamo dato anche i riferimenti delle riviste specializzate con il curriculum aggiornato; adesso te le elenco di nuovo…». (Le frasi della ballerina non erano granché romantiche, ma al poliziotto erano sufficienti per farne sognare straordinari sviluppi.)
E qui la ballerina concluse: «È che… che per ballare per davvero, quasi sempre, non ci dev’essere nessun obbligo di distanza. Bisogna avvicinarsi molto, e anche di più!».

Sarà che la musica attorno continuava a salire, che il profumo della primavera era ormai fortissimo nell’aria, e che il cielo – per merito del tramonto – si faceva più poetico, ma il ligio poliziotto Girolamo dovette severamente e strenuamente autocontrollarsi per rispettare la giusta distanza che lo separava dalla quarta signorina, e non chiederle di ballare con lui.

Poi le altre tre danzatrici spensero gli amplificatori; qualcuno applaudì e loro (compreso la poetessa-giornalista-contabile) dichiararono concluso l’evento. Le persone sui balconi e alle finestre si fermarono però, tutte, a guardare il cielo. A Girolamo arrivarono le telefonate della madre e del padre (forse volevano ricordargli di studiare per l’università); poi arrivò qualche telefonata degli amici, e – soprattutto – telefonò più volte il vicecommissario, a cui aveva telefonato il commissario capo eccetera. Ma Girolamo non ebbe la prontezza di rispondere a nessuno.

Prima di congedarsi, le ballerine ringraziarono il poliziotto e improvvisando uno schema nuovo, gli fecero un regalo. Sì, decisero un fuori programma per il poliziotto. E dunque decisero di danzare (a distanza, quasi per gioco) tutte assieme nella piazzetta. Durò un minuto, forse meno, e non ci fu bisogno di musica e parole, giacché quelle figure in movimento tenevano assieme tutte le emozioni che l’arte può veicolare. Mimavano ed evocavano il contatto, il piacere, la corporeità e la vita, nella loro completezza più sensuale. Poi si fermarono. «Grazie, signor poliziotto Girolamo; salutaci i Tuoi Superiori e conferma la riuscita dell’esperimento: noi siamo pronte a replicarlo in altre piazze con altri artisti».

Le tre si spostarono; la quarta invece fece un passo indietro e gli raccomandò: «Girolamo, quando balleremo nei teatri (a breve succederà), vienici a trovare. Lo spettacolo sarà molto molto più riuscito». E con una pausa che nessun matematico saprebbe interpretare si congedò: «ti aspetto!».

L’urgenza di vederla finita, questa strana situazione di emergenze e di chiusura, si fece ancora più forte. E Girolamo, tendendo solo col pensiero la sua mano, salutò dolcemente la ballerina. Speranzoso.

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