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I nostri «disordini» secondo Ainis tra diritto e romanzo

Da oggi «Il Libro possibile» a Polignano a Mare

I nostri «disordini» secondo Ainis  tra diritto e romanzo

L’incipit è kafkiano: Oscar, professore di materie giuridiche a Roma, si sveglia e nota, nello specchio, che il suo volto è cambiato. In realtà sono cambiati tutti, i volti, perché un morbo sconosciuto sta frantumando l’identità di ognuno. Inizia così Disordini (La Nave di Teseo, 2021), ultima fatica del costituzionalista messinese Michele Ainis, questa sera ospite della kermesse polignanese «Il Libro Possibile» (Piazza San Benedetto, ore 21.30) in una conversazione che lo vedrà dialogare con Michele Troisi e Pierluigi Corallo. Proprio alla manifestazione corre il primo pensiero del giurista: «Tempo fa - ricorda sorridendo Ainis - mi fu chiesto di scrivere una frase sul Festival. Me la cavai così: una volta venivo a Polignano perché scrivevo dei libri, ora scrivo libri per venire a Polignano. Direi che nulla è cambiato».

Professor Ainis, iniziamo dalla più spontanea delle domande: perché un costituzionalista decide di scrivere romanzi?
«Potremmo chiederci come mai uno scrittore scrive saggi di diritto costituzionale. Ospito almeno due o tre inquilini: il costituzionalista, il giornalista, lo scrittore. E non sempre vanno d’accordo. Ma cerco di governare il caos».

La «metamorfosi» è un tema frequentato in letteratura. Qual è la differenza con i più celebri riferimenti del passato?
«Penso che Kafka sia ineguagliabile ma, come rilevò Dacia Maraini nella recente presentazione del mio romanzo al Maxxi di Roma, qui non c’è mostruosità. E poi la metamorfosi è collettiva. C’è un morbo che contagia progressivamente tutti».

Difficile non scorgere un collegamento con la pandemia...
«In realtà il libro l’ho concepito prima del dilagare del virus. Anzi, spero di non aver portato sfortuna altrimenti insieme al testo ci procureremo un cornetto (ride, ndr). Scherzi a parte, la pandemia può aver giocato un ruolo nelle atmosfere del romanzo ma, ripeto, la storia precede la realtà».

E allora ci aiuti lei con le interpretazioni. Qual è la natura dei ‘disordini’ che danno il titolo al volume?
«Questo in realtà dovrebbero deciderlo i lettori. Un libro è come un figlio, se ne va in giro con le sue gambe e può fare gli incontri più vari».

Ma dal suo punto di vista?
«Non viviamo certo in un Paese ben ordinato. Il costituzionalista Ainis ci racconterebbe che qui il Parlamento fa inchieste giudiziarie, i giudici fanno le leggi e il governo scavalca l’Aula a colpi di decreti. C’è un grande disordine sotto il cielo».

Questo, però, è il livello più evidente. Ce n’è un altro? Magari sotto la superficie?
«Esiste un disordine più generale, esistenziale. Abbiamo perso i riferimenti che da sempre, nel bene e nel male, ci accompagnano pur aggiornandosi attraverso le epoche. Nel Medioevo erano l’Impero e la Chiesa, nel Novecento le grandi ideologie, anche quelle tragiche. I punti fermi mutavano ma c’erano. Tutto questo oggi è finito».

Nessun valore unificante all’orizzonte?
«Nessuno capace di compensare il ruolo di quelli perduti. Forse l’ambiente ma, onestamente, al momento è più un augurio che una certezza. Quella contemporanea è una traversata nel deserto in cui è facile perdersi, non riconoscersi».

È questo il «vuoto» su cui a lungo si riflette nel romanzo?
«Esattamente questo. E non è solo un vuoto di valori ma di contatto con gli altri. È la solitudine di massa: ognuno sta solo davanti al suo computer costruendo identità spesso fasulle. Tutti su Facebook possono inserire la foto di Marilyn Monroe nel proprio profilo senza esserlo».

Il protagonista sceglie di tornare nei luoghi dell’infanzia. Guardare indietro a volte aiuta?
«Tornando indietro Oscar riscopre talenti e amori che pensava di aver perduto. È il tentativo di percorrere una vita mai vissuta. Ne parlo spesso con i miei studenti: quando la laurea è vicina scatta puntualmente, in tanti di loro, l’incertezza per un futuro non ancora prefigurato. Le strade sono tante e spesso è il caso a decidere. Qui il caso ha dato a Oscar l’opportunità di tornare sui suoi passi».

«Disordini», candidato allo Strega su proposta del giurista Sabino Cassese, chiude così una trilogia ancorata al tema del «doppio». Qual è la specificità della sua ultima fatica?
«Il progetto è proprio quello di raccogliere i tre libri in una trilogia. Naturalmente esistono delle differenze evidenti che li distinguono. Il primo, Doppio riflesso (2012), era molto letterario, tutto giocato sul rapporto tra narrato e vissuto. Nel secondo, Risa (2018), c’è la mia Messina che si riflette in una città sommersa. Disordini è certamente il libro più politico con alcuni rimandi anche espliciti: se tutti cambiano faccia come fai a votarli? Di certo, al di là delle interpretazioni, non è mai semplice mettere in scena una storia fantastica. Devi essere ancora più razionale e conseguenziale e soprattutto convincere il lettore che quella favola è vera. Da cui la necessità di un controllo espressivo della lingua e della pagina. Tra i “valori”, per così dire, che non ci sono più c’è anche lei, la lingua italiana, vera e propria desaparecida».

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