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Genio e «zingarate» di Ugo Tognazzi maschera italiana

Scomparso per un’emorragia cerebrale nella notte fra il 26 e il 27 ottobre 1990: aveva 68 anni e il giorno dopo la morte la «Gazzetta» titolò «Senza Tognazzi, l’Italia più triste».

Genio e «zingarate» di Ugo Tognazzi maschera italiana

Trent’anni senza Ugo Tognazzi, scomparso per un’emorragia cerebrale nella notte fra il 26 e il 27 ottobre 1990. Pur non essendo un ingordo, bensì un anfitrione generosissimo per il gusto degli altri, del morir mangiando Tognazzi aveva creato, e forse subìto, una beffarda poetica ribadita da un suo libro di «storie da ridere e ricette da morire» intitolato L’abbuffone (Rizzoli 1974, poi Avagliano 2004).

Scettico, indolente e in apparenza luculliano, offrì sullo schermo il meglio di sé come buongustaio di cibo ed eros. Connubio ricorrente in psicoanalisi e al cinema, che egli interpretò da par suo nelle favole nere dirette da Marco Ferreri lungo i favolosi ‘60, da L’ape regina a La donna scimmia e oltre. Tra queste, La grande abbuffata (1973) resta - appunto - la metafora estrema, laconica, quasi alla Godard, di un edonismo che, eccedendo in fegatini ed amplessi, si prende gioco della vita e della morte, considerate egualmente mediocri.

Memore delle opere del prediletto Molière allestite in teatro, Tognazzi sapeva che per far ridere davvero non basta colpire il cervello e il cuore del pubblico, bisogna andare dritto alla pancia. Così la macchietta plebea diventava talora maschera colta. Sul piccolo schermo, nella seconda metà degli anni Cinquanta, eccolo in Un, due, tre al fianco di Raimondo Vianello, con gli indimenticabili episodi di Tito il toscano: «Tito tu t’hai ritinto il tetto, ma non t’intendi tanto di tetti ritinti». Mentre al cinema lo «adottano» i registi «impegnati», tra i quali Pasolini di Porcile (1969) e Bertolucci di La tragedia di un uomo ridicolo, che fruttò a Tognazzi il premio per il migliore attore a Cannes nell’81.

Il suo volto, con le caratteristiche occhiaie di chi la notte s’attarda in bagordi, era il più grottesco nella superba galleria della commedia all’italiana (Sordi, Mastroianni, Manfredi, Gassman), nonché il meno compiacente e perbenista. Correvano le stagioni belle del nostro cinema, vibranti non solo di felici corrispondenze tra sceneggiature ed eventi della storia o echi della cronaca, ma anche del confronto costante, concreto o immaginario, tra quei magnifici attori. «Sordi - diceva Tognazzi - è diventato l’Albertone nazionale e quando entra in scena somiglia al papa. Io invece sono un Ughetto internazionale, somiglio solo a me stesso».

Eppure Tognazzi, nato col varietà sognando le scale fatali di Wanda Osiris e nelle piazze più improbabili e più difficili (incluse quelle pugliesi), dove nell’immediato dopoguerra gli capitava di arrivare persino in vagone bestiame, impersonò a lungo una certa ingordigia della nostra piccola borghesia, quegli appetiti da ex poveri che nel benessere cercano di soddisfare La voglia matta per una maliziosa ragazzina come Catherine Spaak o di assaporare, separandosi, Le ore dell’amore di un matrimonio in crisi, nei film omonimi con la regia di Luciano Salce del 1962-63.

Cremonese senza essere «lumbard» per il rifiuto del dialetto, ma da sempre milanista, il giovane Ugo ebbe il destino segnato sin dal primo impiego (contabile in un salumificio) e dalla rivista d’esordio (W le donne di Marcello Marchesi, 1945). Ma la sua grande scuola fu la Rai-Tv grazie alla quale apprese «l’arte di sussurrare le battute quasi confidandole a tu per tu», l’ironia noncurante e sfacciata che lo avrebbe imposto sul grande schermo a partire dal memorabile Primo Arcovazzi in Il federale ancora di Salce (1961).

Con la stessa sbrindellata camicia nera poi indossata in La marcia su Roma (regia di Dino Risi, 1962), Tognazzi-Arcovazzi se ne va a zonzo in sidecar nella storia dell’occupazione tedesca in Italia, urlando «Bucaaa!» e «Buca con acqua!» al professore antifascista suo prigioniero (Georges Wilson), che infine gli salverà la pelle. In quel personaggio, il dramma e la farsa del dopo 8 settembre si danno la mano e nel fascismo al declino s’intravede tutta la mediocrità del regime.

Un segreto e quasi inconsapevole contrappunto alla storia italiana che nella ricchissima filmografia di Tognazzi affiora altre volte alla ribalta, facendone davvero «L’alter Ugo» del nostro cinema, per dirla con il titolo di un volume che gli dedicò il Festival di Lecce a cura di Massimo Causo (Besa 2001). Fa testo la cinica amarezza dell’industriale Primo Spaggiari che in La tragedia di un uomo ridicolo cerca di risolvere il rapimento del figlio in un vantaggio per la sua azienda. Ma restano per sempre anche le brizzolate zingarate anni Settanta di Amici miei, per la regia di Mario Monicelli, dove il Nostro nei panni decaduti del conte Mascetti brevetta scherzi cattivi, ingaggia un patetico duetto erotico con la giovane Silvia Dionisio, azzarda surreali giochi di parole («la supercazzola con scappellamento a destra»). Sono altrettanti esorcismi della morte, la propria e quella di una società dominata da un clima lugubre a causa del terrorismo. In pieni «anni di piombo» Tognazzi si prestò a una sublime sceneggiata per la rivista satirica «Il Male» facendosi fotografare in manette nei panni del «capo delle Brigate rosse» («Lo avevo sempre sospettato», chiosò Raimondo Vianello, non meno geniale). Una vena goliardica ribadita dal successo internazionale de Il vizietto di Édouard Molinaro (1978).

Sposatosi due volte, l’ultima nel 1972 con l’attrice Franca Bettoja, ha avuto quattro figli da tre relazioni (Ricky, Thomas, Gianmarco e Maria Sole, tutti in arte) e da autentico capotribù li riuniva ogni anno, con amici e colleghi, per il «torneo Tognazzi» di tennis a Torvajanica, in premio lo «Scolapasta d’oro». Nelle ultime ore in clinica volle un pezzetto di cioccolato, mentre fremeva per uscire e tornare sul set.

Aveva 68 anni e il giorno dopo la morte la «Gazzetta» titolò «Senza Tognazzi, l’Italia più triste».

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