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Insieme con Roy Haynes, di quattro anni più anziano, Jimmy Cobb - morto l’altro ieri a 91 anni - era rimasto tra gli ultimi batteristi che potevano vantare di aver suonato con alcuni tra i più grandi musicisti della storia del jazz. E sebbene non avesse mai raggiunto la fama - e forse anche il magistero tecnico - di colleghi quali Max Roach o Art Blakey, era considerato a buon diritto uno dei grandi maestri del suo strumento.

Tuttavia, a far entrare il suo nome nella leggenda, era stata una fortunata, preziosa collaborazione, che nel corso degli Anni ‘50 e ‘60 lo aveva imposto sulle scene internazionali. Non ancora trentenne, era stato infatti cooptato da Miles Davis nel suo gruppo e questo gli aveva consentito di prendere parte ad alcune registrazioni poi diventate leggendarie: aveva cominciato con Porgie and Bess, licenziato nel 1958 dalla Columbia a nome della coppia Miles Davis - Gil Evans, ma soprattutto, un anno più tardi, aveva preso parte alla registrazione del leggendario Kind of Blue, l’album di Davis tra i più celebrati di tutta la storia del jazz moderno.

La loro collaborazione sarebbe proseguita sino al 1963, con altri titoli ben noti ai «davisiani» e contemporaneamente quella militanza gli consentì di collaborare discograficamente anche con John Coltrane, che rimase al fianco del trombettista fino al 1959. Non a caso, Cobb registrò con lui in alcuni album della Prestige e anche nei primi della Atlantic, prima che il sassofonista chiamasse con sè Elvin Jones.

Si può dire, in altre parole, che Cobb - le cui colleborazioni sono lunghe e prestigiose - abbia «capitalizzato» quel periodo per tutto il resto della propria vita, accettando di buon grado di collaborare anche con i giovani solisti europei, spesso per cifre ben al di sotto di un musicista della sua reputazione. Lo ricordiamo in Puglia a Ostuni per Nicky Maffei e a Bari, nelle indimenticate notti dello Strange Fruit e anche al Fez con Nat Adderley. Preciso, swingante, fantasioso eppure sempre attento a non «coprire» i giovani colleghi che lo trattavano con il rispetto dovuto a un maestro dal nome leggendario. E ai quali insegnava innanzitutto l’importanza di non montarsi la testa.

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