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Mehldau in Puglia: «Senza il divino non c’è creatività»

Il jazzman americano atteso il 3 dicembre a Monopoli e poi il 4 a Foggia

Mehldau in Puglia: «Senza il divino non c’è creatività»

Il suo ultimo album Finding Gabriel, nel quale il trombettista Ambrose Akinmusire, la violinista Sara Caswell, il sassofonista Joel Frahm, il batterista Mark Guiliana e i cantanti Becca Stevens, Kurt Elling e Gabriel Kahane si alternano in dieci brani stilisticamente eterogenei ispirati alle Sacre Scritture, ha appena ricevuto la candidatura ai Grammy Awards 2019 nella categoria «Best Jazz Instrumental Album». Una nomination di prestigio che precede il minitour italiano di Brad Mehldau: il quarantanovenne pianista di Jacksonville terrà solo tre concerti nel nostro Paese, due dei quali in Puglia, martedì 3 dicembre al teatro Radar di Monopoli per il festival «Ritratti» e mercoledì 4 al teatro Giordano di Foggia per il festival «Giordano in Jazz».

Inevitabile, quindi, partire proprio dal disco che, tra l’altro, ha suscitato curiosità e dibattito nel mondo del jazz.
Mister Mehldau, il suo «Finding Gabriel» è stato ispirato dalla Bibbia. In che relazione è la sua musica con la trascendenza?
«Penso che la musica rappresenti una forma di comunione tra il Creatore e l’impegno umano. Per preparare la musica, è necessario da parte mia un impegno costante, per migliorare la mia tecnica e il mio livello artistico. Ma c’è una scintilla dell’ispirazione che non mi appartiene, non viene direttamente da me e che non potrei darmi da solo. Ecco, quando questi due fattori si fondono, danno il risultato musicale».

Ma nel caso del suo ultimo disco, è solo il prodotto di una sua personale esigenza di spiritualità o vuole anche suggerire agli ascoltatori un diverso approccio all’epoca che viviamo?
«Decisamente entrambe le cose: una mia personale deriva spirituale che scaturisce anche dal clima politico in cui tutti viviamo. Uno dei brani del disco s’intitola The Prophet is a Fool (il profeta è un pazzo, ndr) e si ispira al profeta Osea. Il significato del brano, ovviamente, non è che Osea fosse un pazzo, ma che anche se avesse detto la verità, nessuno gli avrebbe mai dato retta ed anzi, il suo messaggio sarebbe stato considerato fake news. È il risultato del continuo lavoro di disinformazione al quale siamo quotidianamente sottoposti, perché abbiamo smesso di ascoltare».

Cambiamo disco e prendiamo le mosse dal suo «After Bach» di un anno fa. Lei ha più volte sottolineato l’importanza delle composizioni di Bach per la sua musica. Non crede che sia un compositore fondamentale anche per accostarsi al pianismo di Lennie Tristano? E sarebbe corretto annoverare Tristano tra le sue influenze?
«In tutta sincerità, Tristano è uno dei pianisti che mi prendono di meno da un punto di vista emotivo e per questo non l’ho mai ascoltato molto, quasi per nulla direi. Il motivo è presto detto: dal mio punto di vista, Tristano non era solito suonare relazionandosi con gli altri musicisti. Aveva le sue idee, che esponeva preferibilmente con linee di singole note affidate alla mano destra, lasciando al basso e alla batteria un mero ruolo di accompagnamento. Invece quasi tutto ciò che io amo nel jazz è strettamente legato all’interplay, alle relazioni emozionali e anche sociali tra i musicisti».

Per concludere, «Finding Gabriel» è un album che si allontana abbastanza dai precedenti e ancor più dalla serie «Tha Art of the Trio» degli Anni ‘90. Cosa la stimola maggiormente il questo periodo, il piano solo o il trio?
«Decisamente entrambi. Ma sia da solo, sia in trio, continuo a cercare di elaborare delle novità interessanti per me stesso e anche per il pubblico».

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