Martedì 28 Gennaio 2020 | 01:55

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PIERO ARGENTIERO

«Lascio senza rammarico, contento della professione che tanti anni fa ho scelto di fare, credendo sempre nella Giustizia, e anche quando mi sono dovuto scontrare con la ragion di stato, questa mia certezza non è mai venuta meno».
Parole rivolte agli avvocati e ai neo avvocati (una quindicina) che hanno prestato giuramento a margine della cerimonia di commiato del procuratore Marco Dinapoli, che lascia Brindisi e la magistratura per raggiunti limiti di età. La cerimonia è stata organizzata dall’Ordine degli avvocati e si è svolta nella biblioteca forense «avv. Carlo Monticelli».
È stata aperta dall’avv. Carlo Panzuti, presidente dell’Ordine, ed hanno preso la parola l’avv. Giampiero Iaia, per la Camera penale della quale è vice presidente, l’avv. Domenico Attanasi, componente della giunta nazionale dell’Aiga (associazione che raggruppa i giovani avvocati), gli avvocati Giovanni Aresta e Rocco Lamarina che ha regalato al procuratore un libro.
«Persona sempre disponibile, aperta al dialogo, non solo con noi avvocati, ma con tutta la gente – ha sottolineto Panzuti -. La porta del suo ufficio è sempre stata aperta per tutti, ha sempre ascoltato tutti. E con noi avvocati è sempre stato pronto ad affrontare i problemi quando si presentavano».

Il presidente dell’ordine ha espresso il dispiacere a nome di tutti gli avvocati, per la perdita della magistratura, dell’avvocatura e della società di un magistrato di così grande spessore. Una risorsa, che aggiungiamo noi, potrà essere ancora al servizio della gente utilizzando le sue doti magari come garante del contribuente per la Puglia, in questo momento mancante.
Sullo stesso tono gli altri interventi. L’avvocato Iaia ha ricordato quando negli anni Novanta conobbe il procuratore della veste di sostituto nell’allora procura presso la pretura.
Sono trascorsi un bel po’ di anni. Dinapoli poi è approdato al vertice della procura di Brindisi. «Non era la mia prima scelta – ha ammesso -, ambivo ad una procura più grande. Ma poi mi sono trovato bene ed ho trascorso otto anni davvero proficui».
Il procuratore nel suo intervento ricorda che una sola volta ha commesso un errore nella sua lunga carriera. Era giudice e decideva una provvisionale. Sbaglio nella sentenza per non avere ascoltato gli avvocati. «Un errore che non ho mai più commesso».

Dinapoli parla della sua esperienza nella giudicante. «Ho fatto il giudice – dice – e non mi sono sentito migliore degli altri, sono sempre rimasto me stesso».
Ha fatto il suo lavoro, senza prevaricazioni. Sempre dando del lei e rispettando chiunque. Ed in proposito ha raccontato un incontro avvenuto in un ristorante. Al tavolo accanto al suo era seduto un capomafia con la moglie. In processo Dinapoli aveva sostenuto l’accusa ed aveva fatto condannare entrambi. «Il capo mafia mi ha riconosciuto – racconta il procuratore -; continuava a guardarmi. Ad un certo punto si avvicina e mi fa: “Hai fatto condannare me e mia moglie, ma so che non era un fatto personale”. Mi ha salutato e sono andati via». Aver trattato con rispetto e umanità il capo mafia, ha fatto capire che al pregiudicato che il magistrato non era un suo nemico, ma una persona che stava svolgendo il suo lavoro e andava rispettata a sua volta. La cerimonia si è conclusa con la consegna da parte di Panzuti a Dinapoli di una stampa del 1700 del porto di Brindisi, e due libri, uno sulla storia dei sindaci.

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