Martedì 25 Settembre 2018 | 16:57

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contorni poco chiari

Erchie, pestato in centro
l'ipotesi è «bullismo»

centro di Erchie

di ELISEO ZANZARELLI

ERCHIE - Se si sia trattato di bullismo, è ancora da stabilire. Di sicuro, sabato sera intorno alle 19, un ragazzino è stato picchiato da qualcuno - se più d’uno ancora non si sa - nella centralissima piazza Umberto I, tra il Santuario di Santa Lucia e la chiesa madre, a Erchie.
Il 13enne, che frequenta la scuola media Giovanni Pascoli, è finito in ospedale, dov’è stato ricoverato per una notte, con un occhio nero, uno zigomo tumefatto e diverse contusioni. I medici hanno stabilito che se la caverà in 20 giorni, ma si sono anche riservati un periodo d’osservazione di 48 ore.
I fatti. È sabato sera, all’indomani non c’è scuola. Marco (il nome è di fantasia) si sente con un amico e i due, come spesso, decidono di fare un giro a piedi. Si fermano in piazzetta, sono le 19. Sembra una serata tranquilla, uguale a tante altre quando, tutt’a un tratto, succede qualcosa e Marco si ritrova, suo malgrado, investito da una gragnola di colpi. Calci e pugni fino a ridurlo uno straccio. Il suo amico nulla può, se non avvisare i genitori di Marco a cose fatte. Digita il numero sul cellulare e li chiama: “Venite, Marco non si sente tanto bene“, dice. Quando mamma e papà, nel giro di qualche minuto, giungono sul posto, Marco è quasi irriconoscibile. Sotto choc, non parla e non ricorda nulla. Dice di stare bene e assicura di non aver bisogno di essere accompagnato in ospedale.
Gli credono e lo riportano a casa, dove resta muto e, dopo un po’, perde i sensi. I familiari allora contattano il 118 e Marco finisce al pronto soccorso di Francavilla Fontana in autoambulanza, per giunta in codice rosso. Non proferisce parola, ma nel frattempo si riprende.

I medici gli diagnosticano un trauma cranico e riscontrano una contusione sotto una delle orbite oculari oltre a escoriazioni su tutto il corpo. Decidono di ricoverarlo almeno per una notte ché in casi del genere non si sa mai. I dolori sono forti, ma Marco sembra reagire e, nella mattinata di domenica, lo dimettono, ma consigliano di tenerlo sotto controllo per altre 24 ore e di non esitare a riaccompagnarlo al “Dario Camberlingo” al minimo accenno di complicazioni.
Il ragazzo continua a tacere, dice di non saper spiegare, di non sapere né chi, né quanti fossero, né perché l’abbiano fatto, per quale motivo se la siano presa con lui. Una spedizione punitiva, un gesto gratuito? Non è dato saperlo. Marco forse ha paura di raccontare, di ritorsioni o che la dose gli sia rincarata. Sua mamma è disperata: “Ma in che paese viviamo se qualcuno, chiunque esso sia, può spingersi a fare ciò? Qui non si tratta soltanto di denunciare qualcuno, che peraltro non conosciamo, non abbiamo proprio idea di chi sia, ma di stigmatizzare un fatto grave in sé.” Come da prassi, non si esclude alcuna pista. L’ipotesi bullismo, considerati età della vittima e contesto, è quella privilegiata. Ma una grossa mano alle indagini del capitano Nicola Maggio e dei suoi uomini potranno darla proprio Marco e il suo amichetto, se supereranno i loro timori e decideranno di raccontare i terribili momenti da loro vissuti.

La famiglia e le persone a essa vicine sono comprensibilmente scosse e invitano chiunque possa aver visto qualcosa a farsi vivo, a collaborare. Quello che appare un rebus dev’essere risolto e il velo di omertà stracciato, qualunque cosa sia accaduta. “Non è possibile che al giorno d’oggi dei ragazzini non siano liberi e sicuri di uscire al sabato sera e che nessuno abbia notato alcunché“, dicono, comprensibilmente turbati e preoccupati.

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