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ROMA – Il latitante Antonio Pellegrino, 42 anni, di Squinzano, ritenuto capo dell’omonimo clan della frangia leccese della Sacra Corona Unita è stato arrestato oggi in Ungheria, al posto di frontiera con la Romania di Nagylak, dalla polizia ungherese, in coordinamento con i Carabinieri del Ros e con il Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia del Ministero dell’Interno. È accusato di "associazione di tipo mafioso, traffico internazionale di stupefacenti e di reati contro la pubblica amministrazione in concorso con esponenti politici".  

Pellegrino, colpito da mandato di arresto europeo, era sfuggito nel novembre 2014 all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti nell’ambito dell’operazione "Vortice-Deja vù, condotta dai carabinieri del Ros e da quelli del Comando Provinciale di Lecce. La collaborazione di polizia ha consentito di individuarlo presso il posto di frontiera, dove è stato trovato in possesso di documenti falsificati e di 25.000 euro in contanti. Gli investigatori intervenuti lo hanno subito riconosciuto grazie al vistoso tatuaggio che ha sul collo: il successivo esame delle impronte digitali ha confermato la sua identità, nonostante avesse esibito documenti falsi.
Il latitante era anche ricercato nell’ambito dell’operazione "White Butcher" condotta dalla Guardia di Finanza per traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
L'operazione "Vortice-Deja vu" ha portato all’arresto di 26 indagati, appartenenti a vari clan mafiosi della frangia leccese della Sacra Corona Unita, ritenuti responsabili di una lunga serie di reati, dall’associazione di tipo mafioso allo spaccio di stupefacenti, dall’introduzione nello Stato di armi, anche da guerra, all’estorsione, dall’usura alla corruzione. Oltre ai 26 destinatari delle misure cautelari, altre 52 persone sono state indagate, tra cui anche tre amministratori pubblici accusati di  corruzione, falso e abuso d’ufficio.

In particolare, le indagini hanno documentato le attività illecite gestite dal clan Pellegrino e l’influenza esercitata nell’area dallo storico boss Giovanni De Tommasi, "capo indiscusso della Scu leccese", attraverso direttive impartite nel corso dei colloqui in carcere con la moglie Ilde Saponaro. Il gruppo era risultato attivo soprattutto nei settori delle estorsioni, dell’usura, dello spaccio di droga (è emerso un fiorente traffico internazionale dalla Francia, con fornitori colombiani e spagnoli, e ne è stato stroncato un altro con Danimarca e Germania) e del gioco d’azzardo. I proventi del narcotraffico venivano poi reinvestiti per finanziare un’attività di "cambio assegni" ed un ingente giro di usura.

L'indagine dei carabinieri ha anche messo in luce le dinamiche tra i clan locali della Sacra Corona Unita, con contrapposizioni che hanno rischiato di finire in una vera e propria guerra di mafia per il controllo delle attività criminali in varie aree della provincia di Lecce.

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