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Morì per l’amianto in fabbrica di Brindisi sì al maxirisarcimento

di PIERO ARGENTIERO
BRINDISI - Un risarcimento di 1 milione e 235mila euro è stato riconosciuto dal giudice del lavoro di Brindisi e di recente confermato dal giudice di secondo grado alla moglie e i quattro figli di un operaio morto dopo aver contratto asbestosi e un carcinoma polmonare per esposizione all’amianto sul luogo di lavoro. L’uomo era impiegato alla «Beraud» che è attualmente in liquidazione
Morì per l’amianto in fabbrica di Brindisi sì al maxirisarcimento
di Piero Argentiero

BRINDISI - Le fibre di amianto alle quali è stato esposto per anni hanno provocato la morte, avvenuta nel 2005, per asbestosi e carcinoma polmonare, di un dipendente della ditta Santino e Mario Beraud Spa che operava all’interno del Petrolchimico. E per questo La Corte di appello di Lecce ha confermato la sentenza di primo grado emessa dal giudice del lavoro Domenico Toni, con la quale viene riconosciuto un risarcimento di un milione e 235mila euro agli eredi dell’operaio.

Una sentenza importante perché riconosce che nel Petrolchimico di Brindisi si moriva e si continua a morire di cancro e fa giustizia di quella archiviazione disposta alcuni anni fa dall’allora giudice per le indagini preliminari Antonio Sardiello su richiesta del pubblico ministero Giuseppe De Nozza. Era l’inchiesta che riguardava gli impianti della ex Dow Chemical che produceva Pvc, sostanza cancerogena. L’accusa iniziale era di strage, poi via via, sbriciolatasi perché le forme cancerogene che avevano ucciso qualcosa come duecento operai che avevano prestato lavoro nel Petrolchimico non avevano a che fare con la inalazione delle polveri di Pvc. Come se, nel Petrolchimico, l’unica sostanza tossica manipolata fosse il Pvc. Sarebbe bastato approfondire non fermandosi al solo Pvc. Ma torniamo alla sentenza di condanna del datore di lavoro ottenuta dagli avvocati Giacomo Greco e Giuseppe Guastella, difensori delle parti lese (la moglie dell’operaio, nel frattempo deceduta, e i quattro figli). C’è però un problema. L’azienda in questione non esiste più. E’ stata messa da tempo in liquidazione. Per cui non sarà facile per i quattro figli dell’operaio deceduto riuscire a recuperare la somma loro liquidata dal giudice. Loro, comunque, non si arrendono. E nemmeno i loro avvocati che stanno cercando di rintracciare le persone che hanno amministrato la a partire dal 1963 sino al 1985, anni in cui ha lavorato per essa l’operaio deceduto.

Secondo i giudici il cancro sviluppato dall’operaio è la conseguenza del contatto avuto per anni con le fibre di amianto. Non centra niente il fatto che fosse un fumatore da venti sigarette al giorno. E’ vero che può avere influito sulla insorgenza della malattia, ma non ha costituito la sola causa scatenante del cancro. Tabacco ed esposizione all’amianto sono due cause scatenanti. Ma per i periti il tabacco da solo non sarebbe stato sufficiente, al contrario dell’esposizione all’amianto.

Per ventidue anni questo operaio ha avuto contatto con l’amianto. Assunto con le mansioni di sabbiatore, verniciatore, pulitore meccanico e altro, era costretto, proprio per queste sue mansioni, ad avere quotidiano contatto con l’amianto, come l’absesto spray. Senza nessun accorgimento particolare. Perché, come è emerso nel corso del processo di primo grado, l’azienda non ha mai informato della pericolosità di questa sostanza, né, tanto meno, fornito attrezzature adeguate a proteggersi. L’operaio nel 2005 si ammala. Un cancro fulminante. Dopo quattro mesi muore. La moglie e i figli avviano l’azione legale. La condanna arriva perché il mancato utilizzo di protezioni (casco, scarpe, tute, maschere dotate di filtri anti amianto) ha portato all’inalazione delle tostanze che a lungo andare hanno scatenato il cancro.

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