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BRINDISI - Morì, dopo anni di sofferenze, per le conseguenze di una trasfusione infetta effettuata nell’ex ospedale di Summa. Dopo una lunga vicenda giudiziaria il Tribunale di Lecce (foto) ha accolto la richiesta di risarcimento del danno dei familiari, sostenuto dall’avvocato Giuseppe Giordano (del foro di Brindisi), condannando il Ministero della Salute ad un maxirisarcimento da oltre un milione di euro (complessivamente) in favore del marito e dei tre figli della signora Cosima C. di Brindisi
Uccisa dall’epatite dopo una trasfusione famiglia risarcita
di Antonio Portolano

BRINDISI - Morì, dopo anni di sofferenze, per le conseguenze di una trasfusione infetta effettuata nell’ex ospedale di Summa. Dopo una lunga vicenda giudiziaria il Tribunale di Lecce, giudice monocratico Maurizio Rubino, ha accolto la richiesta di risarcimento del danno dei familiari, sostenuto dall’avvocato Giuseppe Giordano (del foro di Brindisi), condannando il Ministero della Salute ad un maxirisarcimento da oltre un milione di euro (complessivamente) in favore del marito e dei tre figli della signora Cosima C. di Brindisi.

Un calvario durato oltre un decennio quello della donna che, affetta da favismo, il 6 maggio del 1976 si sottopose ad una trasfusione nell’ex ospedale di Brindisi, contraendo il virus dell’epatite «B» che poi con l’andare del tempo degenerò in «epatite C» procurandole alla fine la morte in conseguenza dell’«epatopatia cronica evoluta con ipertensione portale e varici esofagee».

Nel corso della lunga vicissitudine giudiziaria il tribunale ha riconosciuto il nesso eziologico tra le «emotrasfusioni e la patologia contratta», il «nesso di causalità materiale e giuridica tra la condotta omissiva del Ministero e le conseguenze lesive che sono derivate a danno» della signora. Il Ministero della Salute è stato condannato per l’omissione dei controlli che sebbene non fossero quelli dei giorni nostri erano comunque previsti.

«Nessuno ha mai fornito - spiega l’avvocato Giordano - nonostante siano stati ripetutamente richiesti anche dal giudice i documenti dei controlli effettuati sul sangue». Mano «pesante» del giudice in termine di risarcimento nonostante l’età della donna che morì all’età di 76anni. «Al di là di altri calcoli - prosegue il legale della famiglia - è stato preso in considerazione se la signora non avesse contratto l’epatite avrebbe potuto vivere potenzialmente altri venti anni e passa, come dimostra anche la longevità di molti suoi familiari». Accogliendo la richiesta dei familiari il giudice ha quindi condannato ad un maxi risarcimento da oltre un milione di euro, in totale, nei confronti del marito e dei tre figli della donna.

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