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«Io, proprietario di un’area ma impossibilitato a usarla»

BRINDISI - U n’odissea lunga 11 anni, segnata da continue porte sbattute in faccia e da un senso di impotenza e di scoramento che via via ha assunto proporzioni... bibliche. Quella del brindisino Antonio Orassi (titolare di una ditta di autotrasporti) è una vicenda che più contorta di così, davvero, non si può immaginare. Un autentico calvario costato un “prezzo” altissimo all’imprenditore
«Io, proprietario di un’area ma impossibilitato a usarla»
BRINDISI - U n’odissea lunga 11 anni, segnata da continue porte sbattute in faccia e da un senso di impotenza e di scoramento che via via ha assunto proporzioni... bibliche. Quella del brindisino Antonio Orassi (titolare di una ditta di autotrasporti) è una vicenda che più contorta di così, davvero, non si può immaginare. Un autentico calvario costato un “prezzo” altissimo all’imprenditore, non soltanto dal punto di vista economico, ma anche - e soprattutto - sotto l’aspetto della salute fisica e mentale.

Ma andiamo con ordine. Il 30 gennaio 2003, Orassi acquista da una società (la Ma.Me srl) un terreno di circa 4mila m/q con soprastante capannone metallico di circa 350 m/q alla zona industriale (via Enrico Fermi). Nell’att o notarile, la Ma.Me attesta che la porzione di terreno è libera da vincoli e servitù come suolo industriale edificatorio. In seguito, l’acquirente presenta al Sisri un progetto per la realizzazione di un altro capannone da adibire ad autorimessa, uffici e alloggio custode, previa demolizione del capannone metallico preesistente. Il tutto per ottenere un parere preventivo.

La lettera di risposta del Consorzio - datata 10 maggio 2006 - si rivela, però, un’amara sorpresa: il Sisri, infatti, chiarisce che la Ma.Me non ha ottenuto il preventivo nullaosta per procedere alla vendita. In più, il Sisri fa presente che la società venditrice non ha preventivamente proceduto al frazionamento dell’intero lotto per poter verificare così che i due lotti rivenienti rispettano le norme tecniche d’attuazione del vigente Piano Regolatore Territoriale dell’Asi di Brindisi.

In altri termini, con la missiva si rende noto che l’atto di vendita risulta nullo ed inefficace e, quindi, che è inagibile sia l’area, sia il capannone che, per giunta, la Ma.Me ha nel frattempo concesso in uso alla Monteco, pur essendo il fabbricato vincolato dal precedente contratto di vendita. Sulla questione, peraltro, si sono avuti di recente sviluppi giudiziari, con la Procura di Brindisi che ha chiesto il rinvio a giudizio dell’amministratore della Monteco, Mario Montinaro, dell’amministratore della Ma.Me, Salvatore Tommaso, e di due ingegneri, accusati a vario titolo di falso ideologico per aver presentato, sostiene l’accusa, istanze corredate da false rappresentazioni progettuali (in relazione ad uno stato dei luoghi difforme da quello di fatto realizzato) finalizzate ad ottenere titoli abilitativi illegittimi.

Un aspetto quest’ultimo che Orassi aveva già evidenziato un anno e mezzo fa in un esposto presentato alla stessa Procura con cui fece presente che «la Ma.Me e la Monteco hanno presentato un’istanza di cambio di destinazione d’uso omettendo nei calcoli della cubatura la presenza di un capannone presente sul terrazzo dell’opificio di via Fermi. Il progetto non può ricevere accettazione perchè le aree realizzate sono abusive, non condonabili e prive della certificazione di agibilità e l’intera vicenda dovrà essere oggetto di intervento della magistratura affinchè si proceda penalmente per i reati che si riterrà di individuare».

Oggi, a distanza di undici anni, l’odissea per il sig. Orassi non si è ancora conclusa: «Il raggiro subito - afferma - ha fatto sì che gli investimenti da me effettuati (con un progetto industriale ben preciso) non si sono potuti ancora realizzare, impedendomi di fatto di recuperare il denaro speso con l’attività che doveva concretizzarsi. In più, ne ha risentito oltremodo la mia condizione fisica, legata anche al venir progressivamente meno dei normali mezzi di sostentamento, anche perchè la mia ditta è sull’orlo della chiusura». Dulcis in fundo, il furto di un camion a rimorchio e alcuni danneggiamenti (buchi nei serbatoi dei mezzi per far disperdere il gasolio) «che io - conclude Orassi - classifico come atti di intimidazione e ritorsione fatti contro la mia persona. Ma non mi arrendo e continuerò a lottare perchè credo ancora nella giustizia».

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