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BRINDISI - Un'odissea che si trascina ormai da 22 anni e a cui neppure una sentenza di condanna (passata peraltro in giudicato dopo il «visto» apposto della Cassazione) riesce a porre fine.

È quella che, loro malgrado, stanno vivendo sulla propria pelle gli eredi delle vittime della «Kater I Rades», la «carretta del mare» albanese affondata il 28 marzo 1997 al largo di Brindisi dopo uno scontro con la nave della Marina Militare «Sibilla».
A causa di quell’incidente - raccontato nelle cronache come la «Strage del Venerdì Santo» (due giorni dopo si celebrò la Pasqua) - persero la vita 57 persone, a cui si aggiunsero 24 dispersi (o corpi non sono stati mai più ritrovati) tra coloro - tutti albanesi - che trovavano posto sull'imbarcazione impegnata a trasportare profughi verso le coste italiane.
A quattro lustri (e mezzo) di distanza, gli eredi di quei disperati, che persero la vita per inseguire il sogno della libertà dal regime dittatoriale che vigeva allì’epoca nel Paese delle Aquile, attendono ancora il risarcimento dei danni. In 24 hanno avviato un’azione giudiziaria e hanno dovuto attendere circa quindici anni per ottenere una sentenza di condanna, sia da parte dei giudici di primo grado (il Tribunale di Brindisi), sia da parte dei magistrati di secondo grado (la Corte d’Appello di Lecce), poi avallata anche dalla Cassazione (da qui il passaggio in giudicato).

La sentenza, in particolare, ha condannato il Ministero della Difesa (in solido con il comandante della nave militare, Fabrizio Laudadio), a versare, a ciascuno dei 24 eredi ricorrenti, a titolo di risarcimento danni, la complessiva somma di 2.350.000 euro. Considerando gli incidenti maturati dal 2011 in poi, si arriva a quasi quattro milioni: una cifra ragguardevole ma comunque sempre inferiore alle aspettative di chi in quell’incidente ha perso un familiare.
Ma quella somma, malgrado vari solleciti, gli eredi non l’hanno ancora incassata e, in conseguenza di ciò, si sono rivolti al Tar di Lecce, presentando un ricorso amministrativo per indurre il Ministero ad ottemperare alla sentenza divenuta definitiva. Proprio in quella sede, però, è arrivata un'altra mazzata, un’autentica beffa: il ricorso è stato respinto per nullità dell'atto introduttivo, In parole povere, il Tar ha accolto la tesi del Ministero secondo cui non risultano facilmente identificabili i ricorrenti (per alcuni ci sono date di nascita diverse, per altri anni nomi o cognomi diversi): mancando un elemento essenziale del ricorso, questo è da considerarsi nullo.

Bisogna insomma ripartire, presentando un nuovo ricorso. E pazienza se gli eredi delle vittime dovranno attendere chissà quanti altri anni ancora per avere giustizia una volta per tutte.

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