Martedì 25 Febbraio 2020 | 05:15

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«Progetti di vendetta contro i pm»

L'inchiesta della Squadra mobile è partita da un carcere di massima sicurezza: così il clan si ricostituiva da dietro le sbarre

polizia brindisi

Dodici arresti sono stati eseguiti dalla polizia di Stato di Brindisi nell’ambito di una operazione antimafia che ha colpito presunti affiliati e fiancheggiatori appartenenti a una frangia della organizzazione di tipo mafioso Sacra corona unita attiva nei territori di Brindisi, Tututano e Mesagne.

Le indagini condotte dalla Squadra mobile di Brindisi e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce hanno permesso di accertare che «autorevoli referenti» davano disposizioni dal carcere attraverso la corrispondenza. Due di essi mantenevano contatti con numerosi altri detenuti, attribuendogli in alcuni casi l’investitura mafiosa e sancendone l'affiliazione. 

Tre delle ordinanze sono state notificate a persone già detenute. L’inchiesta della Squadra mobile è partita da indagini svolte all’interno di un carcere di massima sicurezza in cui sono detenuti noti esponenti della Sacra corona unita brindisina: dai colloqui registrati è emersa una vera e propria chiamata a raccolta effettuata da due personaggi di spicco dell’organizzazione mafiosa finalizzata a ricostituire un gruppo criminale autonomo e a fornire direttive a complici in libertà residenti in vari comuni della provincia di Brindisi.

Numerose le perquisizioni eseguite in carcere. Dalle indagini son emerse intenzioni di vendetta verso componenti della Dda di Lecce. Le perquisizioni, si sono rese necessarie anche perché uno dei promotori dell´organizzazione criminale aveva manifestato l´intenzione di evadere dal carcere, ed anche perché aveva espresso una chiara minaccia nei confronti del P.M. che, in passato, lo aveva indagato e fatto condannare allergastolo. 

Peraltro, per riuscire nel progetto di fuga, il recluso era entrato a far parte di una compagnia teatrale formata da detenuti. In occasione di una rappresentazione teatrale, poi, avrebbe fatto in modo di reperire un particolare filo, cd. capello d´angelo, che gli avrebbe permesso di segare le sbarre e tentare, così, l´evasione.

L´introduzione di questo filo diamantato, sarebbe avvenuta attraverso una cintura, indossata da un familiare del detenuto, autorizzato all´ingresso per un colloquio in carcere. Al passaggio presso il metal detector, il complice avrebbe dapprima tolto la cintura per superare il controllo, per poi indossarla nuovamente e sfilare da questa il filo, da consegnare al recluso durante il loro colloquio.

Il progetto di controllo del territorio prevedeva l’utilizzo di metodi intimidatori e un patto di non belligeranza con gli altri gruppi malavitosi delle province vicine. Era prevista tuttavia la possibilità di ricorrere ad atti di violenza nei confronti di chi non rispettava le regole. Oltre ai classici interessi criminali, come estorsioni e spaccio di sostanza stupefacente, l’attività del gruppo si concentrava sull'imposizione di guadagni nei settori della pesca e della gestione dei parcheggi.

Le indagini della Squadra mobile hanno intercettato il flusso di cosiddette «sfoglie» (pizzini) tra i soggetti coinvolti e sono state supportate dalle dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia. Le richieste di custodia cautelare in carcere sono state richieste dal pm Alberto Santacatterina e firmate dal gip del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella. Il nuovo gruppo criminale organizzato all’interno del carcere avrebbe avuto come interessi principali le estorsioni e lo spaccio di droga.

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