Lunedì 20 Gennaio 2020 | 01:30

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BRINDISI - Il parto indotto con ossicitocina associata a prostaglandine, perché secondo la Ginecologia dell’ospedale di Francavilla Fontana il feto non aveva alcuna possibilità di sopravvivenza, provocò sia la morte del feto, sia la rottura dell’utero della puerpera, che quindi non potrà più avere figli. L’Asl di Brindisi ora dovrà risarcire la vittima. Il giudice civile, Fiorella Palazzo, accogliendo la richiesta dell’avvocato Maria Antonietta Spalluti, ha condannato la Asl di Brindisi a pagare alla parte lesa 340mila euro.

La vicenda giudiziaria è complessa. Inizia con il processo penale a seguito della querela presentata dalla puerpera, una donna di 41 anni, ostunese, mamma di un altro figlio. All’epoca del parto indotto (nel 2010) aveva 33 anni. Il pm che ebbe in carico il fascicolo affidò la perizia a due medici di Bari i quali stabilirono che l’operato dei medici che l’avevano seguita nel parto, era stato corretto e quindi nessuna colpa poteva loro essere attribuita. Il pm chiese l’archiviazione. La parte offesa si oppose e il gip, in accoglimento della richiesta della difesa, ordinò che i periti approfondissero alcuni aspetti. Il risultato non cambiò. Nuova richiesta di archiviazione da parte del pm e archiviazione disposta dal gip.

La signora e il marito non si arrendono e nel 2014 intraprendono la strada del risarcimento in sede civile. In questa sede il perito nominato dalla giudice Palazzo ha ribaltato totalmente la precedente perizia di ufficio attribuendo precise responsabilità a chi aveva seguito.

La coppia nel 2010 si rivolge ad una ginecologa che lavora nell’ospedale di Francavilla Fontana, che l’aveva seguita in una precedenza gravidanza. La ginecologa certifica una gravidanza «a rischio per fibromatosi multipla» e prescrive alcuni esami. Vengono effettuate due ecografie. La ginecologa a questo punto dispone una ecografia morfologica e in questa sede viene diagnosticata dal medico ecografista una grave malformazione del feto, incompatibile con la vita. Il medico ritiene che il feto sarebbe morto appena nato perché affetto da «onfalocele del diametro di 5,6 centimetri contenente fegato e anse intestinali». Per il medico non vi è alternativa all’interruzione della gravidanza, «specie in considerazione del grave stato di depressione in cui cadeva la puerpera subito dopo la notizia». Viene ricoverata nella Ginecologia di Francavilla chiedendo il parto cesareo alla ventiduesima settimana. Il ginecologo dell’ospedale dice no all’intervento richiesto sostenendo che quell’ospedale non sarebbe stato in grado di gestire il feto malformato nel caso fosse nato vivo. La puerpera a questo punto sottoscrive il consenso senza «essere correttamente informata che tale procedura poteva determinare come possibile effetto collaterale la rottura dell’utero».

Inizia il trattamento farmacologico con Cervidil e Nadalor per indurre il parto. Va avanti per tre giorni senza risultati. Inizia un trattamento intensivo. Dopo 56 ore di travaglio il parto si conclude. Ma l’eccessiva stimolazione dovuta ai farmaci provoca una lacerazione dell’utero con emorragia. Sottoposta a intervento chirurgico, viene dimessa privata della possibilità di procreare.

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