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GIANPAOLO BALSAMO

Diversi clienti generosi ma pochi avventori «bisognosi». La morsa della crisi economica ingenera anche simili paradossi. Quello del «caffè sospeso» non richiesto. A testimoniarlo è Aldo Diasparra che nel suo locale (il «Bar Movida» di Corato) da alcuni giorni continua a segnare sull’apposita lavagnetta i caffè sospesi che richiamano quell’antica usanza napoletana (descritta anche in un libro di Luciano De Crescenzo) di lasciare al bar presso cui ci si serve, un caffè pagato. Il barista potrà offrirlo a chi non può permetterselo.

«I caffè offerti si stano stranamente accumulando - spiega il barista -. Oramai viaggiamo sulla ventina. Fino a qualche settimana fa, di tanto in tanto qualcuno si affacciava alla porta e chiedeva se ci fosse “un caffè sospeso”. Adesso non riesco più a spuntare quelli consumati». Eppure proprio Aldo Diasparra è stato sempre un barista dal buon cuore: già da qualche anno il morso della crisi aveva fatto diventare l’usanza del caffè sospeso una buona pratica, utile anche in termini di immagine per il suo locale, nel centro di Corato, a due passi da Palazzo di città.

«Invito, chi ne avesse davvero bisogno, a sfruttare i caffè sospesi che, ovviamente, continuerò ad annotare sulla lavagnetta. Gli “scrocconi”, sia ben inteso, non sono graditi», avverte Aldo Diasparra. Eppure, siamo convinti, di persone che non hanno da mangiare ce ne sono eccome. La carità, è pur vero, non si esibisce con un cartello. Ma l'usanza del caffè sospeso sarebbe profondamente sbagliato dimenticare. Il semplice gesto racchiude in sé un sentimento di condivisione di problemi, comunicazione e comprensione: chi ha di più non dimentica chi ha di meno. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi.

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