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la «nuova frontiera»

La «metamorfosi» di Barletta
da scarpe e maglierie ai rifiuti

La «metamorfosi»  di Barletta da scarpe e maglierie ai rifiuti

di Rino Daloiso

BARLETTA - Da «capitale» del settore tessile-calzaturiero a polo delle industrie insalubri. Da distretto principe della manifattura a catalizzatore del business dei rifiuti, nell’ampia gamma che va dalle discariche al co-incenerimento dei rifiuti stessi come combustibile industriale.

Insomma, altro che «via adriatica allo sviluppo». Anno dopo anno, tra silenzi e disattenzioni, qui si è consolidata la «via barlettana» alla valorizzazione della «monnezza». Con una differenza (tra le tante) molto preoccupante rispetto ai «ruggenti» Anni Ottanta: mentre, infatti, la «via adriatica» alla produzione di scarpe e magliette si dipanava in modo «orizzontale», facendo nascere aziende a grappolo e facendo impennare pure l’indice di occupazione a livelli poi diventati sconosciuti da questi paraggi, l’odierna «via dei rifiuti» si inerpica verticalmente verso luoghi distinti e distanti dalla città. Per quanto riguarda le decisioni da prendere e per quanto riguarda i profitti da intascare. Qui rimane una manciata (sempre meno) di posti di lavoro con la beffa annessa di una cosiddetta «raccolta differenziata spinta» dei cui vantaggi i cittadini-contribuenti non godono affatto, visto che la «tariffazione puntuale» (tradotto: più differenzi, meno paghi) altrove introdotta da anni, è una vera e propria chimera.

Sono tre ormai le aziende che nella zona industriale di via Trani operano in regime di Autorizzazione integrata ambientale (Aia), vale a dire munite del «provvedimento che autorizza l'esercizio di una installazione a determinate condizioni, che devono garantire la conformità ai requisiti di cui alla parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato da ultimo dal decreto legislativo 4 aprile 2014, n. 46, attuazione della direttiva 2010/75/UE relativa alle emissioni industriali (prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento)».

Dopo La Cementeria Buzzi Unicem e la Timac Agro, alcuni mesi fa è stata la volta della Dalena ecologia, già dotata negli anni scorsi di uno stabilimento in via Trani e ora nella parallela via vecchia Madonna dello Sterpeto.

La Dalena ecologia srl di Putignano nel settembre 2014 ha presentato alla Provincia di Barletta, Andria, Trani istanza di rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale «per installazione “non già soggetta ad Autorizzazione integrata ambientale”, come modificato seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo 46 del 2014».

In sostanza: prima dell’entrata in vigore del fatidico decreto del 2014,non c’era bisogno della cosiddetta Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Ma non è che l’azienda si comportava come se l’avesse?

In ogni caso, viene avviato l’iter presso la provincia Bat. Si svolgono due «conferenze di servizi» (il 30 aprile e il 26 giugno 2015), alle quali i rappresentanti dell’azienda partecipano in forze, un po’ meno gli altri. Ad esempio, il Comune di Barletta si fa vivo solo al secondo incontro, al quale è assente l’esponente dell’Asl, a sua volta presente al primo: un sui generis principio dell’alternanza? Chissà.

Sia come sia, tra richieste di chiarimenti, prescrizioni, memorie e pareri, il 9 luglio del 2015 il responsabile del Settore Ambiente Rifiuti e Contenzioso della Provincia Bat, l’avv. Vito Bruno (oggi direttore generale dell’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione dell’ambiente), rilascia il provvedimento, che ha 12 anni di validità. La determinazione sostanzialmente autorizza l’attività di recupero dei rifiuti denominata «R3» per la produzione di Combustibile solido secondario (Css) per una capacità di trattamento inferiore a 10 tonnellate al giorno.

Tutto questo, insomma, accadeva 16 mesi fa. Ma Dell’attività della Dalena ecologia (fornitrice prevalente di combustibile per la cementeria-inceneritore Buzzi Unicem) si parla anche nelle carte dell’inchiesta per la quale il sostituto procuratore Antonio Savasta ha chiesto a fine ottobre 17 rinvii a giudizio al gup Francesco Messina per reati che vanno dal disastro ambientale al falso ideologico all’abuso d’ufficio.

Si legge nella relazione redatta alla fine del 2012 dai professori Francesco Fracassi (Dipartimento di Chimica dell’Università di Bari) e Onofrio Laricchiuta, in qualità di consulenti della Procura di Trani: «L’attvità della Cementeria di Barletta di interesse nel presente procedimento penale consiste nel recupero di materia da rifiuto combustibile. Tale operazione è identificata con il codice R1. Come già detto, il rifiuto combustibile proviene da Dalena ecologia srl, autorizzata dalla Provincia Bat alla produzione di Combustibile solido secondario. La lavorazione svolta da Dalena è indicata con il codice R3, vale a dire “riciclo/recupero delle sostanze organiche non utilizzate come solventi (comprese le operazioni di compostaggio e altre trasformazioni biologiche”, che identifica l’attività di recupero di materia dai rifiuti. Per questa operazione di recupero è necessario effettuare la preventiva Valutazione di impatto ambientale ai sensi del decreto legislativo 152 del 2006 e della legge regionale 11 del 2001».

Ancora: «Una differente operazione di recupero è identificata con la sigla R12, cioè “scambio di rifiuti per sottoporli a una dlele operazioni indicate da R1 a R11”».

A scanso di equivoci, i professori Fracassi e Laricchiuta sottolineano che «la differenza rispetto a R3 è ovvia: mentre con R3 si porta a compimento il recupero dei rifiuti con produzione di un qualcosa riutilizzabile (in questo caso il Combustibile solido secondario), R12 identifica alcune delle lavorazioni preliminari o internedie al ciclo di trattamento del rifiuto che porta all’effettivo recupero».

Ma allora non è che nello stabilimento barlettano venivano già effettuate azioni di recupero dei rifiuti «R3», in assenza dell’Autorizzazione poi sopravvenuta soltanto nel luglio dello scorso anno? E chi doveva controllare ha effettivamente controllato?

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