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BARLETTA  - Paradossi dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, della sua tutela «attenuata», dopo due interventi legislativi nel corso degli ultimi tre anni, e della reintegrazione nel posto di lavoro con annesso pagamento dell’indennità risarcitoria: stavolta a dover ottemperare alla decisione del giudice non è un datore di lavoro all’apparenza insensibile alle istanze sindacali, ma una «controparte » che davvero non t’aspetti, la Bari Servizi lavoro srl, in pratica la società di servizi della Cgil.

LA SENTENZA - Il dott. Luigi Pazienza, giudice della sezione lavoro presso il Tribunale di Bari ha annullato il licenziamento deciso dalla società l’8 luglio scorso nei confronti di Giuseppe Filannino, 45 anni, di Barletta. Nel contempo, il magistrato ha ordinato anche la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro e la corresponsione della «indennità risarcitoria massima commisurata a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto», nonché «il versamento dei contributi assistenziali e previdenziali, oltre agli interessi legali sulle somme via via rivalutate, secondo gli indici Istat». Filannino, assistito dagli avvocati Pasquale Nasca e Silvio Giannella, proprio in virtù della pronuncia in sede giudiziale, dovrebbe tornare al lavoro domani mattina.

IL FATTO - Veniamo al fatto. Il lavoratore licenziato è stato dipendente della società Bari Servizi Lavoro dal 24 settembre 2001 al 31 dicembre 2005 con contratti a tempo determinato, rinnovati ad ogni singola scadenza, e dal 1° gennaio del 2006 con contratto a tempo indeterminato. Tutto ciò fino al fatidico 8 luglio 2014. In quella data, Filannino ricevette dall’amministratore delegato, Alfio Giuga, la lettera di licenziamento per giusta causa con effetto immediato.

Cos’era successo? «La vicenda di questo licenziamento - scrivono i suoi legali - prende le prime mosse con la missiva dell’amministratore delegato della società, datata 30 maggio 2014, nella quale con apparente tono cordiale da cameratismo sindacale viene chiesto al ricorrente di fornire chiarimenti in merito ad una pratica di successione».
In sintesi, a Filannino veniva contestato di aver ricevuto e trattenuto la somma di 800 euro presso la Camera del lavoro di Molfetta, dove lavorava e di cui fino al 2008 era stato coordinatore, avendo peraltro effettuato la stessa signora un versamento di 453 euro con il modello F/24 relativo alle pratiche di successione dovute alla morte del marito.

LA CONTESTAZIONE - Tutto ciò accadeva a tre anni dati fatti contestati. Filannino dichiarò «di ricordare la pratica della signora solo perché nella sede della Cgil di Molfetta era quotidianamente presente Domenico Spadavecchia, capo lega dello Spi Cgil (il sindacato dei pensionati), nonché parente e coinquilino della signora, il quale oltre ad averla accompagnata, aveva anche seguito il buon andamento della pratica stessa», contestyando l’addebito. «In verità - aggiungono i suoi legali - i rapporti tra il lavoratore e la dirigenza della società non sono stati mai buoni, e sono precipitati durante l’anno 2013, perché il Filannino si muoveva sindacalmente con una certa autonomia nella città di Molfetta. A riprova di ciò sta il fatto che oltre ad essere dipendente della Bari Servizi e Lavoro ha svolto fino al 30 luglio 2013 anche la funzione di coordinatore della Camera del Lavoro di Molfetta; per cui visti i legami politici, sindacali ed economici tra la società convenuta e la Cgil, è di tutta evidenza che, nella duplice posizione di responsabile sindacale e di responsabile dell’ufficio di Molfetta della società convenuta, i condizionamenti fossero forti e le richieste di adeguamento alle direttive della dirigenza, sia nel campo politico e sia in quello sindacale, fossero perentorie».

Ancora: «Peraltro, che il Filannino fosse elemento scomodo viene confermato dal fatto che durante un’assemblea nella qualità di rappresentante sindacale aziendale aveva preparato e presentato un documento, nel quale veniva taccata proprio la dirigenza della società, per le precarie e per certi versi scorrette condizioni di lavoro dei dipendenti». Insomma, «l’obiettivo della Bari Servizi e Lavoro era quello di liberarsi del Filannino, e per attuare ciò prima è stato sospeso dalla carica di coordinatore della Camera del Lavoro e poi trasferito da Molfetta a Bari, con l’evidente scopo di mettere le mani, come suol dirsi, in modo esclusivo nell’ufficio di Molfetta al fine di trovare qualcosa da usare contro il suo dipendente, nonché metterlo in difficoltà sia economiche, vista la distanza della sua residenza, e sia fisiche perché appena uscito da un grave infortunio alla colonna vertebrale. Non avendo trovato nulla di compromettente, perché nulla potevano trovare, hanno letteralmente inventato la presunta appropriazione della somma di 800 euro nella pratica di succesione di una signora utente del Caf».

Tale impostazione è stata accolta in toto dal giudice, che in giudizio ha riscontrato una palese incongruità e lacunosità delle testimonianze e dei riscontri portati a sostegno del licenziamento per giusta causa. Di lì, il reintegro e la condanna della società di servizi al pagamento dell’indennità risarcitoria. Da domani il dipendente della società che gestisce il Caf della Cgil dovrebbe tornare al lavoro. Una storia a lieto fine?

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