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di ANTONELLO NORSCIA

CANOSA - Un telefonino bruciato rinvenuto in un pozzo prossimo al luogo dove nei giorni scorsi è stata rinvenuta l’auto, anch’essa bruciata, di Giuseppe Vassalli: non è della marca che possedeva Vassalli ma potrebbe averne posseduto anche un altro o potrebbe appartenere a persone che abbiano avuto a che fare con lui. Saranno gli accertamenti già avviati dalla polizia giudiziaria ad accertarlo. Del 26enne canosino non si hanno più notizie dal 18 agosto. Col passare dei giorni e con l’esito negativo delle ricerche sul territorio anche con l’impiego di cani molecolari (battute soprattutto le campagne vicine alla Diga del Locone e quelle prospicienti la R6) gli inquirenti sono ormai convinti di esser al cospetto di un caso di lupara bianca.La circostanza che il cellulare sia bruciato, ed il fatto che sia stato rinvenuto nelle stesse campagne dov’è stata ritrovata l’auto del giovane fanno ritenere che l’apparecchio abbia a che fare con Vassalli, il giovane incensurato, secondo gli inquirenti, vicino ad ambienti malavitosi che avrebbero deciso di fargli pagare con la vita qualche sgarro.

Gli accertamenti sul telefonino risultano tanto più complessi per lo stato in cui è stato rinvenuto. Si mira a recuperare la memoria del cellulare: attività che potrebbe non essere impossibile. Intanto, ieri mattina, prima del ritrovamento del telefonino, ennesimo confronto tra il sostituto procuratore della Repubblica di Trani Giovanni Lucio Vaira e la dirigente del commissariato di Polizia di Canosa, Santina Mennea. Gli inquirenti avrebbero focalizzato le indagini su alcune persone di Canosa: al momento sospettate ma non formalmente indagate.

Il fascicolo d’indagine è ormai rubricato con l’accusa di omicidio volontario ed occultamento o distruzione di cadavere. Prende sempre più corpo, infatti, l’ipotesi che Vassalli, che viveva grazie ad un fegato trapiantato (fatto che aveva ancor più destato preoccupazione per l’imprevista scomparsa), sia stato vittima di lupara bianca.

Così come sarebbe accaduto ad altri tre canosini negli ultimi anni: sabino D’Ambra nel 2010, Sabino Sasso e Alessandro Sorrenti nel 2003. Gli investigatori escludono un collegamento con gli altri casi. In pratica, ciò che unirebbe le scomparse, ovvero i verosimili omicidi, sarebbe solo il modus operandi spiccatamente mafioso. Fatto che, almeno in teoria, non esclude il passaggio delle indagini alla Procura Distrettuale Antimafia di Bari.

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