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di ANTONELLO NORSCIA

TRANI - I due filoni processuali sui contratti derivati «swap» si riuniscono e diventano un unicum, così com’era stato nel corso delle indagini preliminari.Ieri, infatti, il gup del Tribunale di Trani Francesco Messina ha rinviato a giudizio Giovanni Civico, Vincenzo Petrarulo e Salvatore Civita, rispettivamente direttore, gestore, e specialista in derivati della filiale di Barletta del Centro Imprese Banca Intesa: il dibattimento inizierà il 6 luglio. E sarà riunito a quello già fissato, per la stessa data, per i dodici imputati del gotha di Banca Intesa accusati di truffa e a cui, nei mesi scorsi, il sostituto procuratore della Repubblica Michele Ruggiero aveva destinato il decreto di citazione diretta a giudizio, saltando dunque il filtro dell’udienza preliminare dinanzi al gup. Per effetto della richiesta di rinvio a giudizio, i tre funzionari di banca barlettani erano invece approdati all’udienza preliminare, come imponeva la procedura per la diversa accusa di concorso in abusivismo finanziario: nessuno dei tre ha optato per il rito abbreviato o per il patteggiamento. A seconda dei rispettivi ruoli apicali gli imputati sarebbero stati responsabili per i meccanismi ritenuti truffaldini dei cosiddetti contratti derivati, a volte spacciati come unica via per concedere un finanziamento ai clienti.

L’inchiesta del pubblico ministero Ruggiero partì dalla denuncia di un imprenditore barlettano ritenutosi danneggiato dalla filiale di Banca Intesa Mediocredito cui aveva chiesto un mutuo poi rivelatosi oltremodo gravoso perché legato a cosiddetti contratti derivati. Che, secondo l’accusa, avrebbero avuto natura “speculativa, cioè di vere e proprie scommesse sui tassi, sempre sbilanciata – si legge negli atti dell’inchiesta - in favore della Banca”.

La denuncia di Ruggiero Di Vece, legale rappresentante della Euroalluminio Sas, dai responsabili della filiale barlettana è risalì ai personaggi apicali di Banca Intesa Spa e della controllata Banca Caboto, ora Banca Imi.

Sotto al lente investigativa della Guardia di Finanza sono finiti i prodotti finanziari “Interest Rate Swap” (IRS) commercializzati, secondo l’accusa, in modo truffaldino a danno dell’imprenditore che avevano chiesto un mutuo per la sua attività. Per l’ufficio inquirente capeggiato da Carlo Maria Capristo gli swap (strumenti finanziari derivati costituiti da contratti o titoli il cui prezzo è basato sul valore di mercato di altri beni) sarebbero stati fortemente pregiudizievoli per la clientela, tuttavia piazzati con modalità tutt’altro che trasparenti. Il fine apparente sarebbe stato quello di tutelare gli imprenditori dai forti sbalzi degli interessi passivi, evitando che i debiti contratti per i propri investimenti e dunque le esposizione finanziarie schizzassero alle stelle per pericolose fluttuazioni del mercato valori. Ma così non è secondo quanto emerso dall’inchiesta. Non l’unica aperta dalla Procura tranese dove se ne è occupato, ad esempio, anche il pm Antonio Savasta.

Filoni investigativi dal comun denominatore. In pratica funzionari, promotori o direttori di filiali avrebbero indotto gli imprenditori a sottoscrivere swap per conseguire i finanziamenti richiesti e di seguito per rimodulare e rinegoziare gli strumenti finanziari. Ritenuti vantaggiosi solo per la banca e non, come invece prospettato, per gli imprenditori. I contratti sarebbero stati sottoscritti in virtù del rapporto fiduciario coi clienti ma anche, in alcuni casi, per la non l’adeguata conoscenza dei rischi del prodotto da parte dei promotori.

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